L’attivismo di Ai Weiwei in mostra a Bologna

Di Camilla Ballanti
Mentorship Paulo Lima
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Fino al 4 maggio a Bologna, la mostra “Ai Weiwei. Who am I?” presenta l’universo creativo dell’artista contemporaneo cinese Ai Weiwei

di Camilla Ballanti
Mentor: Paulo Lima

Immagine di copertina: Ai Weiwei in posa davanti all’opera “The last supper” (2022). GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

Fino al 4 maggio a Bologna, la mostra “Ai Weiwei. Who am I?” presenta l’universo creativo dell’artista contemporaneo cinese Ai Weiwei, divenuto celebre a livello internazionale per il suo impegno politico, che lo ha reso un personaggio pubblico scomodo per il suo governo.

Tra grandi installazioni, sculture, video e fotografie, la mostra a Palazzo Fava testimonia la versatilità e profondità della ricerca dell’artista cinese. Invade interamente lo storico palazzo bolognese, a partire dallo scalone fino alle sale monumentali, sotto gli affreschi dipinti sul finire del Cinquecento dai Carracci e dalla loro scuola, per poi terminare al secondo piano.

Le opere esposte affrontano istanze urgenti come la libertà di espressione e d’informazione, i diritti umani e civili, le migrazioni, le crisi geopolitiche, i cambiamenti climatici. Si tratta di un invito alla riflessione su temi universali come la libertà, la giustizia, la memoria e la resilienza.

La storia e le origini dell’arte di Ai Weiwei 

Ai Weiwei è diventato una figura rilevante nella protest art contemporanea, utilizzando la sua arte per affrontare temi sociali, culturali e politici nel contesto della Cina e più ampiamente a livello globale. Lo stile artistico di Ai Weiwei è una forma di arte concettuale o di performance, che spesso consiste nel compiere una semplice azione con un significato più profondo. Le sue opere sono il risultato di una combinazione tra le tradizioni concettuali e minimaliste occidentali, e una prospettiva asiatica, racchiudendo al loro interno convinzioni politiche e poesia personale.

Nato a Pechino nel 1957 da una famiglia di intellettuali, mentre era ancora un bambino ha visto il padre esiliato dal governo, costringendo tutta la famiglia a trasferirsi in zone remote del Paese. Questa esperienza segna profondamente la vita dell’artista, e lo ispirerà a impiegare il suo talento creativo per dar voce agli oppressi.
Nel 1978, Ai si iscrive all’Accademia del Cinema di Pechino, ed entra a far parte di un collettivo di artisti d’avanguardia chiamato Xingxing.

Desideroso di sfuggire alle restrizioni della società cinese, successivamente si trasferisce negli Stati Uniti (1981). Qui inizia a frequentare la Parsons School of Design di New York. Sebbene inizialmente il suo lavoro si focalizzasse sulla pittura, presto sceglie di dedicarsi alla scultura, ispirato dalle opere ready-made dell’artista francese Marcel Duchamp e dello scultore tedesco Joseph Beuys. Tuttavia, il mercato per le sue opere era scarso e nel 1993, quando il padre si ammala gravemente, decide di rientrare a Pechino. Esplorando il difficile rapporto tra una Cina sempre più moderna e il suo patrimonio culturale, Ai inizia a creare opere che trasformano irrimediabilmente manufatti cinesi antichi.

Ai Weiwei con “Han dynasty urn with Coca-Cola logo” (2014). GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

Nel 2005, Ai è stato invitato a scrivere un blog per il portale web cinese Sina. Nonostante  inizialmente abbia usato il blog come mezzo per documentare gli aspetti mondani della sua vita, ben presto lo ha trovato un forum adatto per le sue critiche al governo cinese

Attraverso il blog, Ai ha pubblicamente sconfessato il suo ruolo nel contribuire alla progettazione dello Stadio Nazionale di Pechino, sostenendo che i Giochi Olimpici del 2008, per i quali la struttura era stata costruita, erano stati macchiati dalla corruzione ufficiale e costituivano una propaganda governativa. Inoltre, quasi un anno dopo il terremoto del Sichuan del 2008, che ha provocato la morte di migliaia di bambini nelle scuole pubbliche, Ai ha criticato i funzionari per non aver reso noti i dettagli sulle vittime e ha mobilitato il suo pubblico di lettori per indagare e far luce sulla tragedia. 

L’artista ha proseguito il suo lavoro artistico, denunciando le oppressive pratiche governative, imperterrito di fronte ai tentativi del governo cinese di metterlo a tacere. La sua perseveranza e il suo dedicarsi alla giustizia sociale lo hanno reso un simbolo internazionale di libertà artistica e resistenza.

La mostra

Il titolo della mostra a Bologna fa riferimento a uno degli ultimi progetti dell’artista, intitolato “Ai vs AI”, incentrato sul tema dell’intelligenza artificiale: partendo dal confronto personale dell’artista con la tecnologia, questo lavoro mira a ricordare che un’opera d’arte difficilmente può essere separata dalla persona che l’ha realizzata. 

Per un periodo di 81 giorni – la durata del periodo di detenzione di Ai in una prigione cinese – l’artista ha posto 81 domande all’intelligenza artificiale (AI) e al pubblico in generale. Apparse ogni sera sui cartelloni di Piccadilly a Londra, le domande considerano attentamente il ruolo delle menti e delle azioni dell’umanità in un mondo in rapida evoluzione, tra l’accelerazione delle crisi globali e l’ascesa delle nuove tecnologie. Alle 81 domande rispondono, a confronto, lo stesso Ai e i sistemi di intelligenza artificiale. “Non si tratta di libertà di parola. Si tratta di libertà di domande”, afferma Ai Weiwei. “Tutti hanno il diritto di fare domande”.

Tra le opere in esposizione che maggiormente mi hanno colpita, sicuramente i grandi quadri realizzati con i LEGO nella prima sala della mostra hanno catturato la mia attenzione. In particolare, con “Sleeping Venus” Ai Weiwei trasforma il mattoncino LEGO nel capolavoro rinascimentale di Giorgione “La Venere dormiente”. Così la Venere, emblema della bellezza rinascimentale, si scontra con un simbolo del moderno commercio e della produzione di massa, essendo resa in quattordici colori diversi di LEGO. 

“Sleeping Venus with coat hanger” e “The Last Supper”  di Ai Weiwei, 2022. GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Elettra Bastoni
Particolare di “Sleeping Venus with coat hanger” di Ai Weiwei, 2022. Foto di Camilla Ballanti

La presenza dell’appendiabiti è un riferimento esplicito e rimanda alla recente attualità: l’appendiabiti di metallo è lo strumento più comunemente usato per gli aborti clandestini. Risale al 24 giugno 2022 la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha portato all’abolizione di uno storico provvedimento legislativo approvato dalla stessa Corte nel 1973, con il quale veniva legalizzato l’aborto negli USA. Ciò significa che ora i singoli Stati sono liberi di applicare le proprie leggi in materia e la Costituzione americana non conferisce il diritto all’aborto.

“Left Right Studio material”, Ai Weiwei, 2018. GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

Nel 2018, lo studio “Left Right” di Ai Weiwei a Pechino è stato demolito dal governo cinese. Questi frammenti sono i resti delle sue sculture in porcellana che sono state distrutte. I resti sono la prova della repressione subita da Ai per mano del governo cinese, nonché la testimonianza della sua capacità di trasformare la distruzione in arte.

“Forever (stainless steel bicycles in gilding)”, Ai Weiwei, 2013. GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

Presentata in diverse versioni dal 2003, l’installazione riecheggia la ruota di bicicletta ready-made di Duchamp del 1913. Ai Weiwei cerca di evidenziare il problema dei trasporti, questione rilevante in Cina, e del loro impatto sull’ambiente. Ma la bicicletta ha anche un altro significato per Ai Weiwei: quando era giovane, possedere una bicicletta significava potersi muovere facilmente, quindi un simbolo di libertà. Separando le biciclette dalla loro funzione, “Stacked” riconfigura l’oggetto come una sorta di labirinto, non dissimile dalla rete mondiale, ma la sua natura architettonica allude anche a un arco di trionfo o a un ingresso monumentale.

“Study of perspective”, Ai Weiwei, 2024. GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

La prima di una serie di fotografie di Ai Weiwei, intitolata “Study of Perspective”, scattata in Piazza Tienanmen a Pechino, risale al 1995. Le 12 fotografie esposte in questa sala hanno tutte in comune il braccio sinistro dell’artista alzato a fare il dito medio a icone globali come la Casa Bianca a Washington, la Gioconda al Louvre, la Torre Eiffel a Parigi. Con il suo gesto irriverente Ai Weiwei cerca di spingere l’osservatore a mettere in discussione il proprio approccio ai governi, alle istituzioni e persino alla cultura stessa.

Ai Weiwei con “Dropping a Han dynasty urn”, 1995. GENUS BONONIAE – Musei della Città S.r.l. Foto di Roberto Serra

Dropping a Han Dynasty Urn” è una delle tante opere di Ai Weiwei che si concentra sulla perdita del patrimonio e sull’importanza del passato. Secondo l’artista, “il potere [degli] oggetti antichi è che mettono a fuoco il tempo”. In Dropping a Han Dynasty Urn, Ai lascia cadere un antico manufatto per creare qualcosa di nuovo e provocatorio. Da un lato, il suo gesto può essere interpretato come un atto di distruzione; dall’altro, può anche essere considerato come un atto di conservazione o rivitalizzazione.

Guardare al futuro

Il lavoro e il messaggio di Ai Weiwei continuano a sfidare e ispirare il pubblico, sottolineando l’importanza del pensiero critico. Alla domanda che gli viene spesso posta: qual è l’opera che sceglierebbe per descrivere la sua individualità, il lavoro che risponde alla domanda “Who am I?”, l’artista afferma che sarà sempre la successiva. 

Nonostante il grande sforzo compiuto nella realizzazione di molte delle sue opere, Ai spiega di non sentirsi mai pienamente soddisfatto del risultato. Per lui, ciò che è stato creato appartiene al passato, mentre la vera spinta del suo lavoro risiede nello sguardo rivolto al futuro, nella costante ricerca di qualcosa che deve ancora prendere forma. Attraverso la sua arte Ai Weiwei ci incoraggia a guardare il mondo senza accettare passivamente la realtà che viviamo, trasformando l’esperienza artistica in un potente strumento di cambiamento e consapevolezza

Per rimanere in argomento

Di mostre e musei, nei mesi scorsi, ha parlato anche Agnese Giunchi con i suoi articoli Una collezione di ricordi diventata museo, in cui approfondisce il “War Childhood Museum” di Sarajevo, e Tina Modotti: in continuo contrasto tra la vita e l’arte in cui racconta la mostra tenutasi a Bologna e da poco terminata dedicata alla figura della fotografa e attivista politica Tina Modotti.

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Camilla Ballanti

Dinamica, riflessiva, sempre alla ricerca di nuove esperienze per mettersi alla prova e conoscersi. Studentessa di International Relations a Bologna, coltiva interesse per i temi di politica internazionale, attivismo giovanile e disparità di genere. Crede che scrivere sia il miglior modo di dare forma a ciò che la colpisce da prospettive inaspettate. Dopo l’esperienza di studio Erasmus ha capito che vorrebbe viaggiare continuamente, per poter scoprire e immergersi in culture differenti.

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