Negli ultimi anni la Sicilia è diventata il set preferito del lusso internazionale. Il matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner a Palermo, la sfilata di Brunello Cucinelli sulla scalinata di San Giorgio a Modica, la sfilata di Dolce & Gabbana alla Valle dei Templi di Agrigento, il compleanno di Madonna celebrato tra Noto e le coste del Siracusano. Ogni volta la stessa reazione: entusiasmo istituzionale, comunicati stampa, orgoglio da vetrina. E ogni volta la stessa domanda rimossa: a chi rimane davvero qualcosa?
La risposta non è semplice, e forse non è nemmeno solo colpa di chi arriva con i jet privati. Abbiamo provato a costruirla parlando con Samuele Cannizzaro, assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Modica, e con Irene Cerruto, giovane operatrice della Caritas diocesana impegnata quotidianamente nell’integrazione della comunità straniera non comunitaria.
“Gli eventi sono uno strumento, non una strategia”

Assessore Cannizzaro, quando un evento internazionale come la sfilata Cucinelli arriva a Modica, che ritorno reale ha la città al di là della visibilità mediatica?
Un evento di questa portata produce diversi livelli di ritorno. C’è la visibilità internazionale, che posiziona Modica in circuiti turistici e culturali molto competitivi. Ma c’è anche un impatto economico immediato: strutture ricettive, ristorazione, trasporti, fornitori locali vengono coinvolti. La sfida è fare in modo che questo non resti un beneficio limitato a pochi giorni. Come amministrazione dobbiamo lavorare affinché l’attenzione generata si traduca in investimenti, nuove collaborazioni e opportunità durature per il territorio.
Quanto pesa, nelle scelte dell’amministrazione, l’attenzione verso eventi di questo tipo rispetto alle politiche giovanili ordinarie, quelle che riguardano il lavoro, la casa, i servizi per chi resta a vivere qui tutto l’anno?
Le politiche giovanili non possono essere sostituite dagli eventi. Gli eventi sono uno strumento, non una strategia. Il lavoro quotidiano dell’amministrazione riguarda temi molto più strutturali: orientamento al lavoro, sostegno all’imprenditorialità giovanile, spazi di aggregazione, servizi, accesso alla formazione. È chiaro che un grande evento attira più attenzione mediatica rispetto a un bando o a un progetto educativo, ma il nostro compito è mantenere l’equilibrio e investire soprattutto sulle condizioni che permettono ai giovani di costruire qui il proprio futuro.
Ci sono esempi di realtà locali che sono riuscite a trasformare la propria identità e tradizione in un’opportunità economica reale? Penso all’Antica Dolceria Bonajuto come possibile modello. Si può replicare?
Bonajuto rappresenta sicuramente un esempio importante. Ha saputo valorizzare una tradizione storica trasformandola in un marchio riconosciuto ben oltre i confini locali. Tuttavia non esistono formule da copiare automaticamente. Quello che possiamo replicare è il metodo: investire sulla qualità, sull’identità del territorio, sulla capacità di innovare senza perdere autenticità. Modica ha risorse straordinarie nell’agroalimentare, nell’artigianato, nella cultura e nel turismo esperienziale. Il compito delle istituzioni è creare le condizioni affinché altre realtà possano crescere seguendo percorsi simili.
C’è però chi osserva una disconnessione tra l’entusiasmo istituzionale per questi eventi e la realtà quotidiana di un giovane che non vede prospettive concrete a Modica. Come la spiega?
Capisco questa percezione e sarebbe sbagliato ignorarla. Quando un giovane fatica a trovare lavoro stabile o pensa di andare via, può sembrare distante l’entusiasmo per una manifestazione di alto profilo. Credo però che le due cose non debbano essere viste in contrapposizione. Gli eventi possono essere un’opportunità, ma non possono risolvere da soli problemi che hanno radici profonde. La responsabilità delle istituzioni è evitare che l’evento diventi una vetrina fine a sé stessa e trasformarlo in un tassello di una visione più ampia per il territorio.
Cosa direbbe a un giovane che le chiede perché la città si mobilita per mesi per un evento privato, ma fatica a dargli una prospettiva concreta per restare?
Gli direi che comprendo la domanda e che sarebbe un errore liquidarla con una risposta formale. Un evento si organizza in tempi relativamente brevi e produce un risultato visibile. Costruire opportunità di lavoro, contrastare l’emigrazione giovanile e creare sviluppo stabile richiede invece anni e il coinvolgimento di molti soggetti, pubblici e privati. Questo non significa che dobbiamo accontentarci. Al contrario, significa che ogni investimento di energie e risorse deve essere valutato anche sulla base della sua capacità di generare benefici per chi vive qui ogni giorno. Se un giovane non vede prospettive, allora il nostro lavoro non è ancora concluso e dobbiamo fare di più per dimostrare che restare a Modica può essere una scelta possibile e non un sacrificio.
“Chi arriva da lontano guarda la Sicilia con una speranza quasi disarmante”

Irene, lavora ogni giorno con persone che arrivano in Sicilia in condizioni molto diverse da quelle di un ospite VIP. Dal suo punto di osservazione, che immagine ha della Sicilia chi arriva da fuori?
Sono due Sicilie diverse, che quasi non si incrociano mai. Chi arriva per qualche giorno di vacanza di lusso vede un’isola da cartolina, tutta luce e bellezza. Chi arriva dopo un viaggio fatto di deserti e frontiere vede invece una terra che promette accoglienza, ma che spesso si traduce in mesi di attesa, di documenti, di porte chiuse. Io, che parlo arabo, inglese e francese proprio per stare in mezzo a queste due Sicilie, sento di essere davvero un ponte tra loro ogni giorno. E sono convinta che questa terra abbia la stoffa per accogliere entrambe le storie: quella di chi la fotografa e quella di chi la vive.
C’è dunque un paradosso evidente tra una Sicilia scelta dai brand internazionali per la sua bellezza e una Sicilia che fatica a integrare chi ci arriva in cerca di una vita migliore?
Il paradosso c’è ed è forte. La stessa isola che il mondo applaude per la sua bellezza fatica a vedere il valore di chi la sceglie per ricominciare una vita. Eppure la Sicilia è da sempre il cuore del Mediterraneo, un crocevia naturale di popoli prima ancora che di rotte turistiche: lo è sempre stata, nella sua storia fatta di arabi, normanni, greci, mescolati insieme. Per me la dignità di ogni persona viene prima di ogni immagine da vendere. E in questo vedo non solo il paradosso, ma anche la possibilità.
Lei lavora con persone che arrivano da Paesi come l’Asia, l’Africa, il Marocco e cercano di costruirsi un futuro qui. Che percezione hanno della Sicilia come terra di opportunità, rispetto a quella che hanno i giovani siciliani che invece se ne vanno?
C’è una differenza che mi colpisce sempre. Chi arriva da fuori guarda alla Sicilia con una speranza quasi disarmante, la vede come un punto da cui partire, dove costruire qualcosa anche se piccolo. I giovani siciliani che se ne vanno, invece, la vedono come un luogo da cui scappare. È un controsenso che mi fa riflettere, ma che mi dà anche fiducia: se chi non ha nulla sceglie comunque questa terra, vuol dire che qualcosa di prezioso qui c’è ancora.
Pensa che ci sia un problema di autostima collettiva, una difficoltà dei siciliani a vedere il proprio territorio come una risorsa da cui trarre valore?
Sì, credo di sì. C’è una rassegnazione che si tramanda, un’abitudine a pensare male di noi stessi invece che a immaginare. Ma credo fermamente che basterebbe cambiare sguardo: la stessa bellezza che attira il mondo intero potrebbe diventare riscatto, se imparassimo a crederci per primi. Nessun territorio è condannato: ogni comunità può rialzarsi se sceglie la solidarietà come metodo.
Nel suo lavoro quotidiano vede esempi di persone, italiane o straniere, che riescono a creare qualcosa di proprio partendo da quello che il territorio offre?
Sì, e sono questi esempi a darmi la forza di continuare ogni giorno. Vedo ragazzi e ragazze arrivati senza nulla che, passo dopo passo, trovano un lavoro, imparano la lingua, costruiscono legami. Vedo italiani che scelgono di restare e di reinventarsi nel sociale, nell’agricoltura, nell’artigianato. Sono storie piccole, che non fanno notizia, ma che per me sono la prova più bella che questa terra può davvero diventare opportunità per tutti, italiani e stranieri insieme.
Cosa significa, per le persone con cui lavora, vedere la propria città trasformarsi per qualche giorno in scenografia per eventi a cui loro non avranno mai accesso?
È una ferita silenziosa, che vedo a volte negli occhi di chi accompagno. La città si illumina per pochi giorni e loro restano fuori, a guardare da lontano un mondo che sembra non appartenergli. Per questo sento davvero la chiamata a sensibilizzare chi mi sta intorno: ogni persona ha diritto a sentirsi parte viva della propria città, non spettatore ai margini.
Se dovesse dare un consiglio a un giovane siciliano che si sente escluso da queste dinamiche, cosa gli direbbe?
Gli direi di non lasciare che lo sguardo degli altri diventi il suo. Che il valore di una terra sta in chi la abita ogni giorno con pazienza. Gli direi di guardare a chi arriva da lontano e sceglie comunque questa terra come casa: c’è in quello sguardo una lezione di speranza che vale più di ogni riflettore. Il Mediterraneo è da sempre terra di incontri, non di confini: tocca a noi, insieme, ricordarcelo ogni giorno.
Conoscere il proprio valore ma non rivendicarlo
Quello che emerge da queste due voci è un territorio che conosce il proprio valore ma fatica a rivendicarlo. I grandi marchi lo sanno, le celebrities lo sanno, persino chi arriva da migliaia di chilometri lo sa. Eppure una parte consistente di chi ci vive continua a guardare questi momenti da fuori, come spettatore di una bellezza che sente estranea o comunque non sua.
Il punto non è solo criticare chi arriva con gli elicotteri e riparte dopo il weekend. Il punto è chiedersi cosa impedisce a questa terra di trasformare l’attenzione internazionale in valore diffuso, in opportunità reali, in ragioni concrete per restare. Le istituzioni hanno una responsabilità, certo. Ma forse una parte della risposta riguarda anche lo sguardo con cui i siciliani scelgono, o non scelgono, di guardare a ciò che hanno.
Se chi non ha nulla sceglie comunque questa terra come punto di partenza, cosa aspetta chi ci è nato a fare lo stesso?
Per rimanere in tema
Di “sfruttamento” di un luogo, anche se per motivi diversi da quelli descritti in questo articolo, abbiamo parlato anche in Dolomiti assediate: il prezzo dell’overtourism tra fragilità e rischi e Venezia: parco giochi o città?

