Tina Modotti: in continuo contrasto tra la vita e l’arte

Di Agnese Giunchi
Mentorship Marianna Malpaga
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Fino a febbraio 2025 Palazzo Pallavicini a Bologna ospita la mostra dedicata alla fotografa e attivista politica Tina Modotti per riflettere sul continuo contrasto vissuto tra vita e arte.

Fino a febbraio 2025 Palazzo Pallavicini a Bologna ospita la mostra dedicata alla fotografa e attivista politica Tina Modotti per riflettere sul continuo contrasto vissuto tra vita e arte.

Di Agnese Giunchi
Mentor: Marianna Malpaga

La protagonista della mostra a Palazzo Pallavicini a Bologna, è la fotografa e attivista politica Tina Modotti, raccontata attraverso l’esposizione di circa 120 opere fotografiche da cui emergono sia la sua vita personale che quella lavorativa, spesso inscindibilmente legate. La mostra, inaugurata il 26 settembre 2024, sarà aperta fino al 16 febbraio 2025 ed è stata organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci della Pallavicini s.r.l. 

L’esposizione si sviluppa in più sale. Le più importanti presentano dei pannelli espositivi sulla vita di Modotti: le sue istantanee, che rendono conto del modo in cui intendeva la fotografia, come espressione estetica ed impegno politico, e gli scatti nei contesti urbani in metamorfosi, oltre all’attenzione alle mani come emblema della creazione.  

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Palazzo Pallavicini, Tina Modotti mostra. Credits: Ufficio Stampa Palazzo Pallavicini.

L’intreccio tra vita e arte 

Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti ha assunto più appellativi nel corso della sua vita travagliata e turbolenta. “Tina” è quello con cui viene riconosciuta ancora oggi. 

Nata a Udine il 16 agosto 1896 da padre carpentiere e madre cucitrice, dimostra di avere uno spirito artistico sin da piccola, che cresce e che cambia forma nel tempo, fino a diventare fin troppo pervasivo. La stessa Tina, in età adulta, arriva ad affermare di “aver messo troppa vita nell’arte” a tal punto da non sapere più cosa dare all’arte.

È costantemente divisa tra fotografia ed attivismo politico. Alterna momenti in cui le due attività le sembrano non poter coesistere, perché la prima è troppo elitaria rispetto alle lotte terrene, a momenti in cui percepisce entrambe come mezzi ordinatori della realtà e in cui pensa che la fotografia possa aiutare i suoi valori politici. Tina non considerata la fotografia un’arte, ma un mezzo per servire la causa dei suoi valori comunisti. 

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Tina Modotti, San Francisco, 1919. Credits: Ufficio Stampa Palazzo Pallavicini.

California

All’età di sedici anni Tina si trasferisce a San Francisco insieme alla sorella e al padre, che prova a tentare fortuna in America per risollevare la famiglia dalla situazione critica delle campagne friulane. Tina lavora nel campo dell’artigianato tessile ma è con il “Panama Pacific”, l’esposizione artistica del 1906 dedicata alla rinascita di San Francisco, che entra in contatto con la cultura e l’arte.

In questo stesso contesto incontra il pittore Robo, con cui intrattiene una delle relazioni più significative della sua vita. Frequentando teatri sin da piccola, Tina ha già avuto un assaggio del mondo artistico, ma è proprio Robo a immergerla nel ricco contesto culturale di San Francisco e ad incentivarla ad approfondire l’arte della fotografia, che aveva appreso dallo zio ad Udine.

Ed è infatti durante un evento che Tina conosce il fotografo Edward Weston, con cui intesse una relazione sentimentale e lavorativa. Proprio nel momento di maggiore sintonia personale e lavorativa tra i due, Robo le propone di trasferirsi in Messico per trovarvi più stimoli creativi. Tina si trova in un bivio tra l’amore tenero e la passione sfrenata e lascia che Robo la preceda nello spostamento in Centro America. Egli, una volta arrivato, si ammala e muore in ospedale. Tina non riuscirà a salutarlo un’ultima volta. A questo lutto si aggiungerà a breve quello del padre, a cui Tina riconoscerà più volte di averle insegnato i valori socialisti e della lotta proletaria. 

Messico 

Il Messico accoglie Tina nel 1923. Vi si trasferisce con Edward Weston, con cui collaborerà strettamente a Città del Messico, tramite mostre e commissioni che portano i due a conoscere Diego Rivera e Manuel Maples Arce, pittore e poeta messicani. Intorno al 1926 quest’intensità si affievolisce sempre più e Tina si ritrova sola.

Dopo l’abbandono di Weston vive un periodo di contraddizioni interne che la portano a percepire la vita come più urgente dell’arte in ogni sua forma: quest’ultima, infatti, è interessata all’estetismo e si rivolge ad un’élite ristretta. Si riscopre anche più libera e si lascia trasportare nei recessi più intimi del Messico. Ciò che la lega a questo paese è la percezione che ha del suo popolo “capace di esprimere i propri sentimenti senza finzioni, sempre in lotta per una vita migliore”. Ed è questa estrema trasparenza quello che lei stessa ricerca nella fotografia, perché i suoi scatti possano diventare il documento più affidabile che ci sia.

Le sue fotografie immortalano gli abitanti della città nella vita quotidiana, nei momenti di lavoro (Contadini, padre e figlio, 1927), di comunità (Donne che lavano i panni nel fiume Tehuantepec), e di protesta (Campesinos alla parata del primo maggio, 1926). Non sono mai sovracostruiti e spesso vogliono essere una denuncia sociale (Eleganza e povertà, 1928). Mossa dall’idea di Arce, Tina si dedicherà poi alla “rappresentazione di ogni forma di arte, senza alcun confine con la vita”, ossia alla creazione di scatti volti ad immortalare la fase di metamorfosi che stavano subendo le città, come l’agglomerato di cavi elettrici ed i nuovi scheletri architettonici. Tina crede che il cambiamento nell’urbanistica sia parallelo a quello del popolo, che rivendica terra e libertà al governo centrale. 

In questi stessi anni l’artista si avvicina sempre più al Soccorso Rosso e al Partito Comunista ed inizia a lavorare per il giornale “El Machete”, tutti canali attraverso cui esercita il suo attivismo politico. Ed è proprio per alcune sue affermazioni sulla rivista messicana che Tina viene giudicata pericolosa e sovversiva da Mussolini. In questo periodo il Messico pullula di rifugiati politici, come Mella,  e di agenti inviati dal Comintern, come Vittorio Vidali. Con Mella Tina trascorre un momento piuttosto breve della propria vita, ma ritrova in lui un’estrema affinità ideologica e personale che durerà fino alla morte dell’uomo, avvenuta sotto i suoi occhi. L’artista, profondamente scossa, pensa di abbandonare la fotografia ma Diego Rivera, con cui collaborava e che stimava fortemente, la invita a trascorre un periodo a Tehuantepec, per immortalare gli attori delle lotte, i campesinos e le donne.

Queste ultime le offriranno anche grande supporto in un periodo buio. Sempre spinta dal desiderio di raccontare e testimoniare nel modo più puro, Tina viene a contatto con la società matriarcale di Tehuantepec. Nel 1930 però le vicende politiche messicane portano all’instaurazione di una nuova dittatura che costringe diversi attivisti, tra cui Tina, a tornare in esilio in Europa. 

 Donna con zucca Tehuantepec, fotografia di Tina Modotti. Credits: Ufficio Stampa Pallavicini. 

Spagna 

Approdata nel continente europeo, Tina si reca prima a Berlino e poi a Mosca, per scegliere infine di partecipare attivamente al Soccorso Rosso in Spagna poco dopo l’inizio della guerra civile nel 1936. Abbandonata la fotografia da tempo, Modotti muore giovane, all’età di 45 anni, nel 1942. In tutti i suoi spostamenti e in tutti i ruoli che ha ricoperto ha sempre cercato di rappresentare e di rendere concreti i suoi ideali più profondi, come in un percorso di continua ricerca di un allineamento sempre più preciso tra i suoi valori e le sue azioni. 

Impressioni personali riguardo la mostra 

Ho trovato l’ambiente espositivo ben costruito, a partire dalla suddivisione delle sale, rispecchiata anche dai diversi toni cromatici dei pannelli di supporto alle foto. Le schede esplicative sono state ben pensate e ritengo anche che siano chiare nei messaggi che volevano comunicare. In questa mostra, assolutamente riuscita, avrei preferito però vedere un maggior numero di foto scattate da Modotti anziché di scatti che la raccontano. Infatti credo che per comprendere un’artista o un artista il mezzo migliore siano proprio le sue opere. Soprattutto in casi come questo, in cui il frutto del lavoro dell’artista è fortemente influenzato dalle sue scelte di vita. 

Fonti e materiali di approfondimento

  • “Tina o Maria riflessi di una vita” di Ivo Milazzo e Anna Rita Graziano Peretti Cucchi, 2021 Edizione NPE 
  • “Tina Modotti vita, arte e rivoluzione. Lettere a Edward Weston (1922-1931)” A cura di Valentina Agostinis, Feltrinelli, Milano 1994. 
  • “Tina Modotti. Sulla fotografia sovversiva. Dalla poetica della rivolta all’etica dell’utopia” di Pino Bertelli, Nda Press 2008. 
  • Podcast Margine “Tina Modotti: troppa arte nella vita” a cura di Caterina Fassina

Per rimanere in tema

Per leggere altro in tema di arte e cultura consigliamo Il Gran Sasso di Tilde e Tra radici e memorie.

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Agnese Giunchi

Studentessa di Sviluppo globale e cooperazione internazionale a Bologna, attraverso cui sta approfondendo tematiche quali le diseguaglianze ed il terzo settore. É sempre pronta ad immergersi in nuove culture e capirne le dinamiche, osservandone lingua, politica, storia, tradizioni e arte. Mossa dalla volontà di condividere le micro e macro realtà di cui viene a conoscenza ha scelto di dedicarsi al giornalismo per dare loro spazio.

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