Tra medaglie e contraddizioni: cosa resta delle Olimpiadi di Milano-Cortina

Di Alessandro Comunian
Mentorship Ilaria Bionda
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Dopo qualche tempo dal termine delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, ci chiediamo quale sia la loro eredità in termini infrastrutturali e ambientali.

Immagine di copertina: La nuova pista da bob di Cortina. Foto di Mattia Ozbot/Getty Images

Sono passate ormai più di due settimane da quando le celebrazioni all’Arena di Verona hanno chiuso il sipario sulle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. E nonostante lo svolgimento (più in sordina) delle Paralimpiadi, il Festival di Sanremo prima e la politica internazionale poi sembrano aver cancellato definitivamente l’eredità che i giochi hanno lasciato in debito. Ma il solco scavato è troppo profondo e si ripresenterà inevitabilmente con gli interessi, soprattutto nei territori montani più vulnerabili.

Luci e ombre sotto la fiamma olimpica

È vero: come ogni Olimpiade che si rispetti, anche questa ha regalato al nostro Paese uno spettacolo senza tempo. I nostri azzurri hanno firmato prestazioni straordinarie, capaci di appassionare un’intera nazione a discipline che, normalmente, faticano a raggiungere il grande pubblico.

Sedici giorni di gare, celebrazioni e un fermento comune hanno saputo mantenere incollati allo schermo non solo i più appassionati degli sport invernali, ma anche quelli che si interfacciavano per la prima volta a queste discipline. Nel corso delle gare, gli atleti italiani hanno infatti collezionato dei risultati da record: 14 medaglie di bronzo, 6 medaglie d’argento e 10 medaglie d’oro, un risultato di altissimo livello che colloca il nostro Paese al quarto posto mondiale.

Ma non è tutto oro ciò che luccica, e nemmeno argento o bronzo.

Se l’ormai ex direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, ha deciso di dimettersi a seguito della sua figuraccia durante la telecronaca della cerimonia di apertura – tra le tante gaffe, la confusione tra Matilda De Angelis e Mariah Carey, i commenti sovrapposti agli altri telecronisti, l’omissione di alcuni riferimenti artistici e il mancato riconoscimento di due ori mondiali del peso di Anna Danesi e Simone Giannelli – purtroppo i suoi errori rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di una serie di problematiche lasciate in eredità ben più profonde.

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Cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Foto di Roman Koksarov

Eredità da costruire o da rimarginare?

Le inquadrature, sicuramente scenografiche, delle piste del Cadore hanno provato in tutti i modi a coprire una realtà parallela, purtroppo evidente. I lavori relativi alle opere previste per le Olimpiadi di Milano-Cortina sono stati definiti una vera e propria corsa contro il tempo, con interventi accelerati negli ultimi mesi, costi lievitati rispetto alle stime iniziali e una gestione emergenziale che hanno alimentato il sospetto di una macchina organizzativa costretta a rincorrere il calendario più che a rispettarlo. 

Ad Olimpiadi iniziate, infatti, il numero delle opere ancora in fase di completamento era tutt’altro che marginale: cantieri aperti, rifiniture in corso e aree esterne non del tutto ultimate.

Tra tutte, alcune hanno suscitato più polemiche di altre: è il caso dello stadio del ghiaccio di Milano, definito addirittura una figuraccia da parte della stampa internazionale per i ritardi e le finiture incomplete; ma anche della cabinovia Apollonio-Socrepes, finita al centro delle polemiche per il suo tracciato su un terreno considerato franoso e quindi instabile, che non è stata completata in tempo e non è stata utilizzata durante i Giochi; senza dimenticare la famigerata pista da bob di Cortina, che, pur essendo stata resa operativa per le competizioni, vedrà il completamento definitivo solo nei prossimi mesi, ma che porta sulle spalle il peso degli 800 larici secolari tristemente noti, abbattuti per fare spazio ai lavori nel bosco di Ronco.

Proprio questi esempi, al di là delle consegne in extremis o delle inaugurazioni parziali, rappresentano la prova “vivente” di un evento tutt’altro che di passaggio. Strutture imponenti e costose che rischiano di trasformarsi in vere e proprie cattedrali nel deserto, in eredità destinate ad essere abbandonate o, comunque, poco sfruttate e a compromettere per sempre un ecosistema già di per sé fragile e fortemente sfruttato. 

Il quadro appare ancora più complesso se si considera che, delle 98 opere complessivamente previste dal piano olimpico, solo 31 erano strettamente funzionali allo svolgimento dei Giochi, mentre le restanti 67 avrebbero dovuto costituire la cosiddetta “legacy”, ovvero infrastrutture permanenti in “eredità” destinate a migliorare la qualità della vita dei territori coinvolti. 

Una promessa ambiziosa, che oggi si misura con la necessità di garantire manutenzione e gestione di opere nate sotto la pressione dell’urgenza olimpica, ma anche estremamente costosa. La spesa complessiva ha infatti raggiunto circa 7 miliardi di euro, una cifra che comprende all’incirca 2 miliardi destinati all’organizzazione dell’evento e oltre 5 miliardi per la realizzazione delle infrastrutture sportive e di collegamento, i cui costi operativi sono in larga parte aumentati vertiginosamente rispetto alle stime del 2019.

Della promessa iniziale, che recitava dei “giochi a costo zero” e faceva della sostenibilità il punto forte sembra quindi essere rimasto poco o niente.

Uno spettacolo per pochi 

Ma se è vero che la maggior parte di queste opere  (le cosiddette legacy) dovrebbero essere un’eredità positiva e produrre benefici negli anni a venire, quante avranno realmente un impatto positivo sui territori? E soprattutto, quante erano davvero necessarie? Parliamo di Regioni – come la Lombardia e il Veneto – che negli ultimi anni sono state al centro di critiche per carenze nella sanità, nell’istruzione e nei servizi pubblici essenziali, con priorità ben diverse rispetto alla costruzione di nuove infrastrutture sportive o viarie.

Basta guardare alle Olimpiadi del passato per capire come, probabilmente, molti di questi interventi non fossero né utili né necessari. A Cortina sono infatti ancora visibili le tracce lasciate in eredità dai Giochi Invernali del 1956, tra seggiovie dimesse e impianti inattivi o abbandonati, come la storica pista da bob Eugenio Monti o il Trampolino Olimpico Italia. A Sestriere, invece, il Villaggio Olimpico costruito per i Giochi Invernali di Torino 2006 è stato recentemente messo all’asta dopo anni di degrado.

In questo senso, la promessa di sviluppo a lungo termine si scontra con un interrogativo di fondo: le Olimpiadi sono state una risposta ai bisogni del territorio o una scelta calata dall’alto, giustificata dall’eccezionalità, e dai possibili ricavi privati, dell’evento?

Un primo fattore su cui riflettere in questo senso è il prezzo dei biglietti per le gare, così costosi da escludere necessariamente proprio quella parte di pubblico direttamente implicata nell’evento. In questo modo, lo spettacolo dal vivo diventa una prerogativa dei soli ricchi che vi possono accedere, e la manifestazione sportiva si allontana dalla comunità che la ospita. Proprio gli abitanti ampezzani hanno lamentato di non essere stati interpellati durante i processi decisionali ed espresso la loro delusione per la mancata opportunità di utilizzare l’evento come strumento per migliorare concretamente la qualità della vita sul territorio.

Considerando poi che la maggior parte della spesa è stata sostenuta con le risorse pubbliche di Stato e Regioni, mentre i benefici immediati si concentrano su sponsor, grandi imprese e operatori dell’indotto turistico, emerge una chiara asimmetria tra chi nei luoghi dell’evento doveva passare un paio di settimane e chi, invece, quei posti li abita e dovrà subirne le conseguenze e le eredità.

Senza inverno non c’è Olimpiade

Le Olimpiadi invernali, per conformazione, non sono come le altre. Gli sport invernali necessitano di luoghi, risorse e condizioni specifiche che, da un lato fanno da cornice meravigliosa all’evento ma, dall’altro, si espongono a dei rischi che spesso non sono in grado di sostenere.

Non è un caso, quindi, che oltre alla distruzione di interi habitat per la realizzazione di opere che, in alcuni casi, esistevano già a pochi chilometri di distanza, gran parte del bianco tanto suggestivo delle piste fosse in realtà neve artificiale. Per garantire l’operatività delle gare sono stati infatti realizzati nuovi bacini di accumulo e intensificati i prelievi idrici, sottraendo quantità d’acqua di fino a cinque volte superiori ai limiti ordinari, con conseguenze significative sugli equilibri ecologici tanto per lo stress della fauna ittica quanto per la stessa qualità delle acque. 

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 Installazione di GreenPeace per protestare contro gli sponsor Olimpici 

D’altra parte, si stima che queste Olimpiadi, tra costruzioni, eventi e spostamenti degli spettatori, abbiano generato circa 930 mila tonnellate di CO₂ equivalente. Un numero che, se di per sé spaventoso, non tiene in conto degli ulteriori 1,3 milioni di tonnellate generate dagli accordi di sponsorizzazione con grandi aziende inquinanti come Eni, Stellantis e ITA Airways, e che potrebbe tradursi, nei prossimi anni, nella perdita di circa 5,5 chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale. Proprio gli sport invernali vengono così promossi da eventi che al contrario incentivano la distruzione del fragile ambiente in cui si inseriscono.

Per questo se la promessa iniziale era quella di organizzare delle Olimpiadi sostenibili e a costo zero, la realtà vissuta racconta una storia nettamente in contrasto con la narrazione ufficiale. Per quanto queste olimpiadi vengano raccontate come un successo sportivo, l’altra faccia della medaglia olimpica ci ricorda che ogni trionfo ha un prezzo e che, troppo spesso, a pagarlo sono le comunità e gli ecosistemi che restano quando la fiamma si spegne.

Stare dalla parte dello sport, oggi, significa prima di tutto difendere il clima, i luoghi e le persone che lo rendono possibile, perché non può esistere spettacolo senza territorio, né sport invernale senza inverno. 

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