Sulle spalle uno zaino da 10 chili. Nelle tasche un biglietto di ritorno per dicembre. Nella testa le solite raccomandazioni. Ogni volta che parto da sola è così: la mia ansia (non poca, ve lo assicuro) viene abbondantemente nutrita da quella delle persone che mi circondano.
Sono atterrata in Marocco il 4 novembre 2024 e prima di partire mi sono chiesta “Ma è davvero così pericoloso viaggiare in Marocco per una donna sola?” E poi… “È stato così diverso rispetto a farlo insieme al mio compagno?”
Viaggiare da sola in Marocco è pericoloso? Andiamo oltre gli stereotipi
Nei primi dieci giorni in Marocco ho visitato tre città spostandomi unicamente con pullman e treni: Tangeri, Chefchouean e Fes.
Lasciato l’aeroporto di Tangeri, la città che si apre davanti ai miei occhi è moderna e vivace: strade ampie incorniciate da marciapiedi puliti e aiuole ben curate, animate da ragazze vestite “all’occidentale”.
Coppie sorridenti condividono un tè mentre i negozi delle marche più famose si alternano davanti ai miei occhi. Un’immagine moderna ed elettrizzante, molto lontana dallo stereotipo a cui siamo abituati, spesso associato a un’idea di chiusura e arretratezza.
Arrivati ai piedi della Medina, il tassista mi fa scendere. Poco dopo ad attendermi trovo il mio host.
Oltrepassate le porte delle città, il panorama cambia completamente: i palazzi sono sostituiti da case basse, le strade ampie e luminose da vicoli piccoli e angusti, il sole lascia spazio all’ombra e all’umidità.
Giriamo a destra, proseguiamo diritto, oltrepassiamo una piccola piazza dove quattro uomini ci fissano. Un gatto mangia del pesce. Un forte odore mi perfora le narici. Giriamo nuovamente a destra, attraversiamo un vicolo buio, completamente chiuso da un corridoio sopraelevato che unisce le due case che lo costeggiano. Ci ritroviamo davanti all’ostello. “Ho fatto una ca**ata, avevano ragione” penso impaurita mentre saldo il conto del mio soggiorno.
Imposto così Google Maps in direzione della piazza principale ed esco, pronta a scoprire se la prima (e pessima) impressione è fondata. Ripercorro la strada al contrario. Il vicolo è ancora buio, il gatto ha smesso di mangiare e si è sdraiato per godere dei raggi del sole, gli uomini sono spariti. Mi ritrovo in una piccola piazza, illuminata e piena di negozietti, i turisti che camminano frettolosi per raggiungere qualche ristorante affamati. Davanti ai miei occhi si susseguono mille colori diversi, spezie impilate come piccole piramidi, tappeti dalle differenti trame che sembrano nascondere messaggi in codice, ciabatte in cuoio coloratissime. E ancora, ristoranti, negozi di piccoli artigiani, bancarelle di street food.
Disattivo Google Maps, lascio la strada principale e mi perdo nelle strade della Medina; la curiosità si è fatta strada sostituendosi alla paura. Più cammino e più ho voglia di scoprire. Per ogni scorcio che mi toglie il fiato ne scopro un altro che mi riempie gli occhi di meraviglia. Nonostante veniamo cresciuti alimentati dalla paura per il mondo, da quando ho iniziato a viaggiare da sola e a viverlo sulla mia pelle questo mondo, ho trovato molte più persone disposte ad aiutarmi piuttosto che a farmi del male… E lo stesso è successo in Marocco.
E oltre la prima impressione
Superata la prima impressione, non ho più avuto paura di girare sola. Ho scoperto che il fascino delle Medine aumenta durante le prime ore del mattino, iniziando così a girare principalmente durante le prime ore della giornata, perdendomi nei vicoli e cercando di spiare la vita degli abitanti del luogo, incontrandoli mentre accompagnano i bambini a scuola o durante le prime compere della giornata.
Solo una volta mi sono sentita in pericolo, a Chefchaouen, quando due ragazzi mi hanno avvicinata mentre cercavo di fotografare il primo sole sulla città. Non riuscivo a capire la loro domanda, e la mia paura ha iniziato a crescere quando hanno iniziato a indicarmi la caviglia, proprio dove indossavo una cavigliera d’argento. Una ragazza, un vicolo isolato, due ragazzi… è una storia che conosciamo fin troppo bene. In realtà, era solo un malinteso: celato da un forte accento arabo, i ragazzi mi stavano solo chiedendo da dove venissi. In Marocco, infatti, è considerato maleducazione indicare una persona, per cui avevano preferito indicare le mie scarpe invece che me, per non mancarmi di rispetto.
La paura è così profondamente radicata nella nostra educazione da distorcere la percezione del mondo, facendoci scorgere pericoli anche laddove non esistono. Indispensabile per tutelarci, non si può mettere in dubbio. Ma quante volte abbiamo lasciato vincere il pregiudizio e la paura senza preoccuparci di verificarli?
Differenze tra viaggiare sola e viaggiare in coppia
Il Marocco è un paese decisamente esteso, dove si alternano realtà molto diverse. Le città costiere del nord lasciano spazio a immense distese desertiche e a piccoli villaggi via via che ci spostiamo verso il sud. Ristoranti lussuosi e moderni a banchetti di tè e succo di melograno, shop turistici agli affollati souk.
È difficile documentare un’esperienza omogenea, ma dopo più di un mese trascorso in questo paese ho notato alcuni atteggiamenti comuni, a prescindere dalla città o dal villaggio nei quali io mi trovassi.
Prima di partire ero stata messa in guardia sull’insistenza dei commercianti locali, ma la mia esperienza è stata diversa dalle aspettative: molti hanno provato a vendermi la loro merce e molti ragazzi, incrociandomi per strada, si sono offerti di farmi da guida, ma hanno sempre rispettato i miei rifiuti senza farmi sentire in pericolo o mettermi “alle strette”.
Non sono mancati i tentativi di truffa con relativi imbrogli legati alle strade chiuse, molto comuni anche nel Sud Est Asiatico. I “local” ti fermano per informarti che la via che stai percorrendo è chiusa, poi si offrono di accompagnarti in un altro luogo in cambio di soldi. Mi è bastato ignorare, dimostrare di conoscere la strada o semplicemente far finta di non capire e nessuno si è rivelato invadente.
Dopo la permanenza a Fes ho raggiunto Marrakech. Qui ho incontrato il mio compagno e abbiamo proseguito il viaggio insieme spostandoci lentamente verso il deserto di Merzouga. Muovendoci insieme, mi sono resa conto che l’approccio dei commercianti è diventato più insistente ma, in compenso, molti più uomini ci hanno fermato per strada per scambiare due chiacchiere, per il solo piacere di conoscerci e non per venderci qualcosa o offrirci un servizio. Raramente si rivolgevano direttamente a me – e questa, probabilmente, è una delle cose che ho trovato più fastidiose – ma viaggiare in compagnia mi ha dato l’opportunità di conoscere e interagire con molti più uomini, cosa che da sola, invece, non è stato possibile.
In conclusione… partire sola o in compagnia?
La mia esperienza come viaggiatrice solitaria in Marocco è stata molto positiva, mi sono sentita molto più sicura a viaggiare qui rispetto ad altre capitali europee. Quindi sì, se avete voglia di partire, fatelo. Ovviamente prestate sempre le dovute accortezze, rispettando le usanze del posto e, se non volete ricevere troppe attenzioni, cercando di passare il più possibile inosservate, evitando abiti succinti o molto corti.
Se decidete di viaggiare sole, il consiglio è sempre di alloggiare negli ostelli (anche in camere singole): in Marocco ho incontrato tantissime viaggiatrici solitarie. Non sarà difficile trovare compagne di avventura se ne avrete voglia o necessità. In realtà, l’unico vantaggio che ho riscontrato viaggiando in coppia, è stata la conoscenza del francese del mio compagno: io parlo solo inglese e, spostandomi nell’entroterra, comunicare con i “local” diventa molto difficile senza una conoscenza basilare del francese. Ma, fortunatamente, con Google Translate anche questa difficoltà può essere facilmente appianata!
Lasciate a casa i pregiudizi, le paure. Permettete a questo paese di stupirvi, con le sue caotiche Medine e la gentilezza del suo popolo. Fate tesoro della vostra libertà.
All’inizio di questo viaggio salutavo i “local” che conoscevo invitandoli a venirci a trovare a Roma ma, con il passare dei giorni, questi inviti sono sfumati in una promessa di tornare a trovarli. Ottenere qui un passaporto non è semplice, “a meno che non hai un lavoro registrato e regolare” ci spiega Youssef, un giovane che ci ha accompagnato a esplorare le gole del Dades. “Magari un giorno, quando avrò la mia guest house, potrò venirvi a trovare in Italia” ci dice speranzoso, mentre camminiamo sul pavimento che un giorno sarà una stanza, un salotto o magari una cucina “dove ospitare tante cooking class” sorride.
“I grandi sogni richiedono tempo”.
E allora mi domando quanto spesso diamo per scontata la nostra libertà, quanto spesso ci nascondiamo dietro alle paure e ai pregiudizi per non comprare quel biglietto che tanto sogniamo, o quanto spesso aspettiamo “qualcun altro” perché fare le cose da soli fa paura. Perché fa paura prendere un aereo e scoprire un paese da soli, perché fa paura viaggiare da sole in un paese considerato “pericoloso”, ma se paragonato al non avere la libertà di prenderlo quel volo, fa davvero così paura…?
A voi la scelta.
Le fotografie nel testo sono di Barbara Montruccoli.

