Il Sudan, a causa di diversi e intrecciati fattori, sta affrontando da anni una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. Quali sono le cause? E qual è il ruolo della comunità internazionale?
Di Andrea Cozzetto
Mentor: Filippo Caon
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Con una guerra civile in corso dal quindici aprile 2023, ed un costo umanitario molto alto, 20 mila vittime accertate, circa dodici milioni di sfollati, una crisi alimentare, sanitaria ed economica senza precedenti, il Sudan sta vivendo una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. Ma come si è arrivati alla situazione attuale? E cosa sta facendo la comunità internazionale per evitare che la situazione si aggravi ulteriormente?
Dall’indipendenza del Sudan alla nascita della RSF
Dal 1956, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, fino al 1989, il paese ha visto il susseguirsi di diversi colpi di stato, nel corso dei quali diverse giunte militari si sono alternate al governo del paese. Nel 1989, il colonnello Omar al-Bashir rovesciò il governo di Sadiq al-Mahdi, allora presidente, e instaurò una dittatura militare che sarebbe durata 30 anni, garantita dalla fedeltà dei generali della SAF (Sudanese Armed Forces).
Nel 2003, in Darfur, una regione situata nell’ovest del paese, i gruppi ribelli del Sudan Liberation Movement e del Justice and Equality Movement insorsero contro il governo centrale: i primi chiedevano l’indipendenza del Darfur, i secondi il rovesciamento del presidente e l’instaurazione di un governo democratico.
Nel tentativo di sopprimere la rivolta, Al-Bashir inviò nella regione le forze SAF, assistite da un gruppo di miliziani islamici locali: i janjaweed. Uno dei leader, nonché fedelissimo di al-Bashir, era Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemeti).

Durante gli anni del conflitto, la SAF e i janjaweed perpetuarono nei confronti della popolazione civile una campagna di pulizia etnica, che costò ad al-Bashir condanne per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale Internazionale.
Nel 2013, al-Bashir trasformò i janjaweed guidati da Hemeti in una forza para-militare nota come RSF (Rapid Support Forces). La RSF, così riformata, continuò a combattere in Darfur fino alla repressione della rivolta nel 2020. Alla fine del conflitto, Hemeti deteneva il controllo della regione.
Con il supporto di al-Bashir, la RSF incrementò le proprie capacità economiche, arrivando a detenere il controllo totale delle miniere d’oro in Darfur. Hemeti, inoltre, allargò il proprio business contrabbandando armi e inviando i propri soldati a combattere nelle guerre in corso in Libia e Yemen.
La caduta di Al-Bashir e la guerra civile
Nel 2018 la crisi economica, ingigantita dalla pessima allocazione delle risorse statali (destinate principalmente al settore militare), era giunta al suo apice, mentre le condizioni alimentari e sanitarie generali continuavano a peggiorare.
Nel dicembre dello stesso anno scoppiarono manifestazioni pro-democrazia nei maggiori centri urbani del paese, che nel giro di poco tempo raggiunsero la capitale Khartoum. Al-Bashir non esitò a reprimere le proteste con l’uso della forza. Diversi soldati appartenenti alla RSF e alla SAF aprirono il fuoco sui civili nel tentativo di sedare le manifestazioni che, nonostante le violenze, continuarono.
L’undici aprile 2019, il capo delle RSF Hemeti e il generale della SAF Abdel Fattah Burhan, vista l’inconcludente azione del presidente al-Bashir nel controllo delle proteste, decisero di rovesciare il governo in carica e prendere il controllo del paese. Anche questo tentativo di reinstaurare la pace naufragò, e il massacro di Khartoum, in cui cento persone persero la vita, ne fu il tragico emblema.
A questo punto, una coalizione formata da Regno Unito, Unione Africana, Stati Uniti e i suoi alleati nel golfo persico, riuscirono a persuadere i leader militari e delle proteste a formare un governo di transizione: i militari sarebbero stati i primi a governare, e dopo 18 mesi avrebbero dovuto passare il testimone ai leader della società civile, che avrebbero governato per i successivi 21 mesi.
Le cose non andarono come previsto, e nel gennaio 2022 Burhan, dopo aver rovesciato il governo pro tempore del presidente Hamdok, assunse il controllo del paese, con Hemeti come suo vice. Nuove proteste sorsero in tutto il paese e Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti pressarono Burhan ed Hemeti per raggiungere un altro accordo coi manifestanti.

L’accordo venne raggiunto nel dicembre del 2022, ed avrebbe dovuto portare all’istaurazione di un governo democratico entro l’aprile del 2023.Tuttavia, Burhan ed Hemeti si trovarono in disaccordo su un punto in particolare: le RSF avrebbero dovuto essere inglobate all’interno dell’esercito entro 2 anni dall’instaurazione del nuovo governo, ma Hemeti, che non aveva intenzione di cedere così facilmente, propose di allungare il termine a 10 anni. Il risultato di questo disaccordo fu’ lo scoppio della guerra.
Gli sforzi della comunità internazionale
A causa dell’intensità degli scontri in corso, le associazioni umanitarie faticano fortemente nella consegna di viveri e medicinali, nonché nell’invio di personale specializzato per far fronte alle gravi conseguenze sanitarie che il conflitto sta causando. Senza ulteriori sforzi, il Sudan rischia di essere il cuore della crisi umanitaria più grande al mondo.
Per saperne di più:
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