Le sfaccettature del mondo del lavoro e i dati a riguardo portano a riflettere su alcuni fenomeni intrinsechi, tra cui quello della sovraistruzione.
Nello specifico, a maggio 2026 l’ISTAT ha pubblicato il report Giovani e mercato del lavoro, un’indagine condotta nel 2024 su un campione di persone tra i 20 e i 34 anni. Tra i dati più significativi emerge che solo il 25,1% dei giovani ha conseguito una laurea, una percentuale che colloca l’Italia ben al di sotto della media europea.
A condizionare la scelta di non proseguire gli studi è spesso la necessità di entrare subito nel mercato del lavoro e di ottenere un reddito immediato. Le difficoltà economiche e i costi richiesti dal percorso universitario spingono molti potenziali studenti a non iscriversi o ad abbandonare gli studi in anticipo.
Per quanto lo studio dimostri che il tasso di occupazione giovanile cresca in modo direttamente proporzionale al titolo di studi conseguito (con licenza media 56,2%, con diploma superiore 71,1%, con laurea/titolo terziario 82,2%), vi sono altri aspetti che vanno considerati.
La sovraistruzione
Se è vero che l’82,2% dei laureati trova un’occupazione, è altrettanto vero che il titolo di studio non sempre corrisponde al lavoro svolto. Molti giovani, infatti, finiscono per accettare impieghi che non richiedono una laurea o che non valorizzano le competenze acquisite durante il percorso universitario. È il fenomeno della sovraistruzione (overeducation), ovvero il disallineamento tra il livello di istruzione posseduto e quello effettivamente richiesto dalla professione svolta.


La sovraistruzione si verifica quando si viene a creare una discrepanza tra le mansioni svolte e le competenze raggiunte, pur di sfuggire a situazioni di precariato e di paghe insufficienti. Al contempo, il rischio è creare distorsioni di mercato tra domanda e offerta, che privilegia chi ha un titolo di studio più avanzato anche in settori in cui effettivamente quel titolo di studi non sarebbe necessario. L’incertezza e la precarietà descrivono un mercato del lavoro complesso e instabile, che spesso chiede tanto per restituire poco.
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha calcolato che nel 2026 gli stipendi italiani diminuiranno il loro valore reale dello 0,9%. Il valore reale è ciò che concretamente riesci a comprare, quanto potere di acquisto hai. A complicare la situazione l’inflazione e il ritardo nei rinnovi contrattuali. È un quadro poco confortante, che diventa drammatico quando nel mondo del lavoro ti affacci per la prima volta.
Sovraistruzione, stage non retribuiti, rimborsi spesa irrisori, poche garanzie e nessuna certezza riguardante il futuro: a risentirne è la qualità della vita, ad essere deluse le aspettative costruite durante il percorso di studi.
La retorica del sacrificio
È evidente come queste dinamiche rendano il primo approccio al lavoro complesso e con un bassa redditività, impattando in maniera decisiva su chi proviene da famiglie a basso reddito. Chi non può permettersi di lavorare gratis in attesa di un presunto riconoscimento futuro è costretto ad autoescludersi da questo meccanismo.
La situazione, ben lontana dall’essere risolta, è accompagnata da una retorica del sacrificio in virtù di un ipotetico risultato, che si trova ad essere in netto contrasto con le possibilità offerte dal mercato. È lecito chiedersi quali misure si possano adottare o se effettivamente una soluzione esista.
Io me lo sono chiesta, ma non sono riuscita a darmi una risposta.
Per rimanere in tema
Di lavoro parliamo in diversi articoli nella sezione dedicata sul nostro sito. Negli ultimi tempi abbiamo approfondito i temi del Gender Pay Gap e degli infortuni sul lavoro.
