L’overtourism in montagna ormai non è più un concetto nuovo. Possiamo tranquillamente inserirlo all’interno del vasto vocabolario che utilizziamo quando parliamo di sostenibilità ambientale, ma anche sociale ed economica. In italiano si può tradurre con “sovraffollamento turistico”: uno spostamento di massa di persone verso città e luoghi famosi per cui il numero di visitatori supera la capacità di carico sostenibile della destinazione. In Italia sempre più località soffrono questo fenomeno, che coinvolge tutte le parti della penisola, dal mare all’entroterra.
Uno dei luoghi maggiormente colpiti dall’overtourism sono le Dolomiti e, in generale, i territori alpini e di montagna, sempre più accessibili al turista medio grazie a impianti di risalita e altri servizi. Per non parlare, poi, delle temperature che incontrano il favore di chi scappa dal caldo estivo delle città. Se da una parte la frequentazione delle terre alte significa maggiore condivisione del patrimonio naturale del nostro Paese, dall’altra può rivelarsi insidiosa e piena di rischi.
La (non) romanticizzazione della montagna
I territori montani sono sicuramente suggestivi, soprattutto per tutte quelle persone non abituate a viverli. Il rischio però, come spesso capita in località con una conformazione geografica meno comune, è quello di idealizzare il territorio nuovo, considerandolo un paradiso in terra. Basterebbe guardarsi un poco più attorno per capire che spesso ci si trova in presenza di piccoli paesi che hanno un proprio equilibrio ambientale, sociale ed economico, che viene messo da parte appena arrivano i turisti.
Al Trento Film Festival 2026 la tematica non è stata trascurata, anzi, è stata direttamente trasportata sul grande schermo. Paolo Vinati con Giro Giro Tondo ed Elettra Gallone con Courma et Courmayeur sono stati particolarmente attenti alla rappresentazione di un tipo di territorio alpino diverso da quello normalmente immaginato, più vero e più reale: quello fuori stagione.

Il “dietro le quinte” della Stagione in montagna
Giro Giro Tondo si apre con i paesaggi della Val Badia, la tranquillità del territorio montano alla fine della bassa stagione autunnale, poco prima dell’avvento del turismo invernale. I suoni naturali e artificiali sono i protagonisti del lungometraggio: il canto degli uccelli e il fruscio dei boschi che si mischiano e si contrappongono al martellare degli operai, alle voci di chi, come ogni anno, mette in funzione la grande macchina del turismo alpino.
Il film, che procede lentamente, al passo con i lavoratori raccontati, mostra tutto quello che un turista non può vedere, il “dietro le quinte” del grande spettacolo della Stagione, dalla manutenzione di impianti alla formazione dei maestri di sci, dall’inserimento dei cingoli sui gatti delle nevi alle pulizie di fondo degli alberghi. Il grande valore di queste immagini è la messa in evidenza del capitale umano e della forza lavoro impiegata per rendere tutto perfetto nel momento in cui le grandi folle arriveranno.

Un’identità sdoppiata della vita in montagna
Courma et Courmayeur ci fa invece viaggiare dall’altro lato dell’arco alpino. Courmayeur è una piccola città alle pendici del Monte Bianco, di circa tremila abitanti che, non appena inizia la stagione invernale, si trasforma in Courma (come dicono i milanesi per facilità), luogo di feste lussuose all’insegna di piste durante il giorno e après-ski quando arriva la sera. Il picco di presenze si verifica a Capodanno, giorni in cui si toccano le trentamila persone. Sullo sfondo, nascosti, gli abitanti fanno un passo indietro, lasciando che la stagione passi come ogni anno.
Anche in questo caso, ci vengono mostrate due facce totalmente diverse della stessa medaglia, un’identità sdoppiata in quello che sembra uno scherzo paradossale. Sembra che non ci sia una via di mezzo: o la pace e la staticità della bassa stagione, oppure il caos e la vivacità accesa della stagione turistica. Sono pochi coloro che vivono entrambe le esperienze. Come conciliare queste due metà spaccate? In che modo risolvere una polarizzazione così estrema? Già essere stati capaci di raccontarla è stato un grande passo.

Nuove narrazioni delle terre alte per nuova concezione della montagna
Queste due pellicole mostrano come sia importante trovare nuovi modi per raccontare l’overtourism nelle terre alte, perché il rischio è quello di assuefarsi anche a questo fenomeno, senza cercare di analizzarlo e metterlo in discussione. La bellezza di questi due film non risiede nel demonizzare i turisti che arrivano, quanto piuttosto nel valorizzare e rendere nota la realtà sociale e territoriale che si cela dietro la facciata che tutti conoscono.
Sentire le storie degli abitanti che abitano i propri territori tutto l’anno (e non solo nel loro periodo di massimo affollamento) è il primo passo per comprendere davvero l’ambiente che si pensa di conoscere. Entrare in contatto con queste produzioni, locali e genuine, aiuta ad essere sempre un po’ più consapevoli, sempre un po’ più sensibili, per continuare a frequentare i posti che tanto amiamo con un occhio più attento e più allenato.

