Il cinema sudcoreano nasce sulle linee: quelle che dividono Nord e Sud, ricchi e poveri, vittime e carnefici, sogno e realtà. È su queste linee che i registi coreani costruiscono storie che non cercano conciliazione, ma verità.
A guidare il pubblico dentro questo universo complesso è stata la critica cinematografica Fiaba Di Martino, che nell’ambito della 74ª edizione del Trento Film Festival (24 aprile – 3 maggio 2026) con l’evento “Special K: c’era una volta in Corea del Sud” ha offerto una lettura lucida e appassionata delle dinamiche che attraversano il cinema sudcoreano, mostrando come esso sia molto più di un intrattenimento: un vero strumento di analisi sociale e storica.

Fiaba di Martino, critica cinematografica e relatrice durante l’evento“Special K: c’era una volta in Corea del Sud” al Trento Film Festival 2026.
Un cinema che racconta le fratture del tempo
Per comprendere il cinema sudcoreano è necessario partire dal contesto storico in cui si è sviluppato. La Corea è una civiltà antica, ma gli eventi che più hanno plasmato la sua identità contemporanea si concentrano nel XX secolo: invasioni, regimi dittatoriali, corruzione diffusa nelle alte cariche dello Stato.
Tutto questo non solo ha segnato la società, ma ha lasciato un’impronta profonda anche nella produzione cinematografica. Durante il colonialismo giapponese si sviluppa un cinema patriottico, mentre con la divisione delle due Coree — la cosiddetta “frattura del 38º parallelo” — l’industria entra in un lungo declino, schiacciata dalle guerriglie e da un clima di costante insicurezza. Con la firma dell’armistizio e la pace provvisoria, il cinema viene recuperato dal governo come strumento di propaganda politica: la produzione riprende, ma i film devono aderire in modo esplicito all’ideologia dominante.
È solo dagli anni ’90, e ancor più con l’arrivo del nuovo millennio, che la Corea del Sud torna a imporsi sulla scena internazionale. Questo avviene all’interno di un fenomeno più ampio, la Hallyu, l’“onda coreana”: una strategia culturale e industriale che ha portato musica, serie TV, moda, videogiochi e cinema del luogo a circolare globalmente. Non è solo una tendenza pop, ma un vero progetto di soft power che ha trasformato la Corea del Sud in uno dei poli culturali più influenti del mondo. In questa scia, anche l’Occidente ha iniziato a guardare con attenzione alla cinematografia coreana, scoprendo un immaginario complesso, ibrido e profondamente legato alla storia del Paese.
Se c’è un tratto che accomuna i grandi registi sudcoreani è la capacità di trasformare la storia del Paese in un linguaggio cinematografico personale, spesso radicale. Ognuno di loro affronta le fratture della Corea — sociali, politiche, identitarie — da un’angolatura diversa, costruendo un mosaico complesso che va dalla satira sociale alla vendetta, dall’espiazione al sogno, fino al minimalismo quotidiano.
Cinque sguardi per leggere un Paese

Copertina film “Memorie di un assassino” di Bong Joon-Ho
Bong Joon-Ho è forse il regista che più chiaramente mette in scena l’idea di divisione: tra classi, spazi, istituzioni. Nei suoi film convivono alti e bassi, ma ciò che è separato da linee nette non trova mai conciliazione. In “Memorie di un assassino” (2003) emerge il fallimento delle istituzioni nel gestire il male, eco degli anni di dittatura e legge marziale. “Parasite” (2019) è costruito su finestre, porte, scale, marciapiedi: geometrie che rivelano l’inconciliabilità dei rapporti sociali e infine in “Mickey 17” (2025), il corpo del lavoratore diventa merce, simbolo di un capitalismo che consuma identità e individui.
Se Bong lavora sulle linee, Park Chan-wook lavora sulle maschere. Le sue figure sono stilizzate, quasi cartoonesche, immerse in un’ottica turbo-capitalista in cui l’individuo è sacrificabile. Nella Trilogia della vendetta (2002-2003-2005) i personaggi sono pedine che sopravvivono perché la vendetta è inesorabile, meccanica.
Kim Ki-duk porta il discorso ancora più in profondità, trasformando il corpo in un altare di espiazione. Nei suoi film la redenzione è un luogo irraggiungibile, e l’unica via d’uscita è diventare un fantasma. Rimanendo sul filone dell’immaginario ed evanescente si colloca anche Lee Chang-dong che affronta il tema dell’invisibile. I suoi personaggi cercano spazi che esistono solo nel sogno, unico luogo possibile di pace.
All’estremo opposto, Hong Sang-soo lavora sul minimo, sul quotidiano, sulle relazioni che si costruiscono tra uomini e donne in semplici schizzi di vita che spesso possono sfociare nella riflessione sui massimi sistemi: i dialoghi diventano una ricerca tra dentro e fuori, tra ciò che si dice e ciò che resta sospeso.
I temi che descrivono un cinema eclettico
Il cinema sudcoreano non si può descrivere con una parola unica ma di sicuro uno degli aggettivi che più lo caratterizzano e lo distinguono dalla filmografia di altri Paesi è l’eclettismo. Dramma, commedia, thriller, horror e melodramma possono fondersi all’interno di uno stesso racconto: questa chiave stilistica di innovazione risiede risiede nella capacità di appropriarsi degli strumenti di Hollywood per sovvertirli e superarli generando un vero e proprio ibrido narrativo.
Uno dei tratti più riconoscibili del cinema sudcoreano contemporaneo è la sua capacità di trasformare paure collettive, tensioni sociali e contraddizioni culturali in immagini potenti. Tra i temi più ricorrenti emerge la figura del mostro, inteso non solo come creatura fisica ma soprattutto come metafora delle minacce esterne, delle ansie legate alla contaminazione e dell’irruzione dell’estraneo nella comunità.
Un altro filone centrale è quello legato alla critica sociale attraverso il genere, in particolare tramite l’immaginario apocalittico: il cinema sudcoreano riflette sulle gerarchie sociali, sulla responsabilità delle grandi istituzioni economiche e sull’angoscia di una società percepita come sempre più controllata.
La critica sociale non si limita però solo alle istituzioni politiche ma anche a quelle sociali e istituzionali come la scuola spesso raffigurata come microcosmo della società, dove si manifestano con particolare intensità fenomeni come il bullismo, l’arrivismo e la competizione esasperata. Le dinamiche scolastiche diventano una lente per osservare la corsa al successo, la ricerca di riconoscimento e il peso delle aspettative sociali che gravano sulle nuove generazioni.

Copertina film “Midnight” di Kwon Oh-seung
All’interno di questo panorama si inserisce anche la rappresentazione della figura femminile, spesso segnata dall’eredità di una società tradizionalmente patriarcale. Le donne vengono ritratte come pilastri familiari, ma anche come soggetti che devono confrontarsi con ruoli sociali rigidi, aspettative legate all’apparenza e persistenti disuguaglianze.
In alcune opere più recenti, però, emerge una figura femminile che ribalta questi schemi: forte, complessa, combattiva, ma anche attraversata da fragilità e desideri.
Questa evoluzione riflette anche la lotta di genere che si sta sviluppando anche in Corea sulla scia dei movimenti occidentali e che gradualmente sta mettendo in discussione le maschere imposte dal potere maschile e denunciando forme di abuso spesso troppo radicate.
Dalla critica alle gerarchie allo sradicamento, il “C’era una volta” della Corea del Sud si rivela sorprendentemente vicino anche alla realtà occidentale e forse risiede proprio in questo la sua forza: raccontare storie lontane che parlano anche di noi. Il cinema sudcoreano ci invita a guardare oltre lo schermo perché è lì che diventa ponte tra storia, geografia e memorie condivise.
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