Guerra in Iran, intervista al Professor Pejman Abdolmohammadi 

Di Dennis Mantovan
Mentorship Paulo Lima
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Un'analisi dell'attuale conflitto in Iran con Pejman Abdolmohammadi, docente di Pensiero Islamico e Storia del Medio Oriente all'università di Trento.

“L’auspicio è che vinca la popolazione iraniana, così che ci possa essere una pacificazione di tutto il Medio Oriente”.

Il professor Pejman Abdolmohammadi, di origini iraniane e attualmente docente di Pensiero Islamico e Storia del Medio Oriente all’università di Trento, è fiducioso: il sanguinario regime iraniano, responsabile dell’uccisione di migliaia di persone durante le proteste dei mesi scorsi, crollerà e l’Iran sarà finalmente libero.

Il professor Pejman Abdolmohammadi

E la guerra scatenata da Trump lo scorso 28 febbraio – e non ancora conclusa con un accordo di pace – secondo il Professore potrà essere decisiva per questa auspicata fine del regime. Lo abbiamo intervistato per capirne di più sull’attuale situazione.  

Professor Abdolmohammadi, sono passati quasi tre mesi dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran e ancora non si intravede un accordo di pace. Cos’è accaduto fin qui?  

Gli Usa, dopo aver colpito le strutture logistiche della Repubblica Islamica, l’hanno messa sotto assedio, anche a prezzo della chiusura di Hormuz. Questo assedio aveva l’obiettivo di prosciugare economicamente il regime e aumentarne le divisioni interne, decisive per la sua caduta.  

Il regime però fino ad adesso non è caduto, nonostante l’uccisione di Khamenei e di altri leader: qual è la sua analisi?  

Non è un regime semplice da abbattere, anche perché dietro c’è soprattutto la Cina. Se il regime dovesse cadere cadrebbe anche l’influenza della Cina nel Golfo Persico e in Medio Oriente.  

E quindi come se ne esce? 

L’auspicio è che vinca la popolazione iraniana, così che ci possa essere una pacificazione di tutto il Medio Oriente attraverso il rafforzamento degli accordi di Abramo e soprattutto degli accordi di Ciro, con un’alleanza tra il mondo persiano, quello ebraico e quello arabo. Anche gli Stati Uniti avrebbero beneficio da una tale alleanza. 

In questo ultimo periodo, però, l’opposizione interna al regime sembra un po’ oscurata. Qual è la situazione?  

Gli iraniani hanno fatto vedere al mondo che stanno lottando per la libertà e la democrazia. Sono stati uccisi in 45.000. Adesso, dall’inizio della guerra, per scelta e strategia, non stanno uscendo perché sanno che se escono vengono massacrati di nuovo. Stanno invece aspettando con fiducia che la pressione americana crei una frattura nelle forze di repressione così da poter tornare a protestare.

La cosa importante da dire è che gli iraniani non si sono affatto compattati con il regime, come invece qualcuno ha affermato. Come potrebbero compattarsi con chi li ha uccisi a migliaia? Il nazionalismo/patriottismo iraniano è un patriottismo risorgimentale, che preferisce essere aiutato dagli americani – anche a costo di una guerra – piuttosto che stare dalla parte di un regime sanguinario.  

Come andrà a finire secondo lei? Gli iraniani riusciranno a liberarsi dal regime?  

Sicuramente è dura ma ce la faranno presto. L’Iran è una nazione che non si ferma più. L’Iran ha superato lo Stato islamico, adesso la società è laica, libera, democratica, giovane, con una classe dirigente già pronta che fa riferimento al Principe Reza Pahlavi, invocato da milioni di iraniani. Una figura di alta caratura internazionale che può aiutare nel passaggio alla democrazia. Poi saranno gli iraniani a votare, con un referendum libero, se vogliono una Repubblica democratica o una monarchia costituzionale democratica. 

Veniamo alla questione del nucleare iraniano: qual è la realtà? C’era davvero pericolo che l’Iran costruisse la bomba oppure no?  

La questione del nucleare è stata praticamente risolta nel 2025 con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”. Questa volta era un pretesto: l’obiettivo degli Usa era espandere la propria influenza per bloccare le mire della Cina. E per farlo serve un nuovo Iran, senza il regime. 

In che modo questa guerra sta ridisegnando le alleanze in Medio Oriente? 

Questa guerra sta dando vita a una nuova alleanza tra arabi ed ebrei, a cui, una volta caduto il regime, si dovrebbero unire gli iraniani. I paesi del Golfo, anche quelli alleati dell’Iran, si stanno allontanando dalla Repubblica Islamica, che li ha bombardati. 

Questa guerra può causare nuovi fenomeni di radicalizzazione e terrorismo, anche in Europa? 

Sì, se la Repubblica Islamica vince. È quasi ridicolo pensare che tutto ciò riguardi solo l’Iran e che l’Europa possa lavarsene le mani. Se vince il regime vince tutto il radicalismo internazionale che usa l’Islam come ideologia politica. In quel caso sicuramente aumenterebbe il rischio di terrorismo internazionale. Se invece vince la popolazione iraniana ci sarà un’ondata di democrazia e laicità in tutto il Medio Oriente che avrà conseguenze importanti anche nella pacificazione sociale in Europa.  

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Dennis Mantovan

Mi sono laureato in Lettere all’Università di Trento e attualmente sono iscritto alla magistrale in Editoria e Giornalismo all’università di Verona. Il giornalismo è infatti la mia più grande passione: amo condividere, in primis sul mio profilo Instagram, le notizie di più stretta attualità, dalla politica alla cronaca fino allo spettacolo. Il mio sogno sarebbe diventare giornalista televisivo e conduttore del telegiornale: quindi, chissà, magari un giorno mi vedrete al Tg1…

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