Dietro la maschera di Venezia: un Carnevale sempre meno veneziano

Di Alessandro Comunian
Mentorship Ilaria Bionda
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A Venezia, residenti e lavoratori raccontano di un Carnevale sempre meno veneziano, tra turismo di massa e privatizzazione.

Testo e fotografie a cura di Alessandro Comunian

Venezia, Piazza San Marco. Le maschere si fermano immobili per le fotografie. I mantelli ricamati sfiorano la pietra, le parrucche bianche si muovono appena nel vento. Tra l’angoscia della nebbia lagunare e il mistero dei volti mascherati, tutto sembra rimasto come ai vecchi tempi. 

È vero, la piazza è stracolma di turisti che sembrano più interessati ad immortalare il momento che a vivere quel tumulto culturale che il carnevale dovrebbe, almeno in teoria, rappresentare per noi veneziani. Ma nulla di preoccupante. In fondo, questo voglia di fotografare è solo il riflesso dei nostri tempi e il Carnevale di Venezia non è veramente in pericolo. O forse si?

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Turisti fotografano maschere di Carnevale nel centro storico. 

Scappare dalla propria festa

Basta allontanarsi di poche calli da San Marco per accorgersi quanto, in realtà, sia rimasto ben poco della voglia di festeggiare. Al suo posto, una voglia molto più terrena, molto più essenziale, molto più pratica: la voglia di guadagnare. Anche (e soprattutto) da un evento storicamente culturale come questo.

“Una volta ci si vestiva tutti” mi racconta Monica con sguardo malinconico, mentre tasta le mele del suo ortofrutta per offrirmi le più succose. Oggi, durante il Carnevale, lei non si traveste nemmeno più. “Non si riesce neanche a camminare”, continua, spiegandomi come il turismo si affanni tra le vie principali del centro in cerca di non si sa cosa. 

Monica nel negozio di ortofrutta in cui lavora a Strada Nova

L’ortofrutta per cui lavora, invece, non sembra risentire positivamente del maggiore afflusso di gente, nonostante si trovi in Strada Nova, una delle vie principali della città. Il motivo, mi racconta, è che molti dei residenti preferiscono restare a casa o lasciare la città proprio durante i giorni del suo evento più bello, per evitare la folla, mentre i turisti non sono interessati ai suoi prodotti, perché preferiscono cianfrusaglie, souvenir ed altri articoli tipici da portare a casa come ricordo.

Anche Sara, che gestisce un panificio dal lato opposto della città, nel mezzo di una zona residenziale leggermente più tranquilla, si trova ad affrontare lo stesso disagio. Meno residenti, più turisti, che però non sembrano interessati ne al pane né ai prodotti per eccellenza del carnevale: fritole e galani.  “È sempre stato uno spettacolo bellissimo, ma ora non lo vivo più”, rivela con amarezza.

La lunga metamorfosi del Carnevale

Eppure Venezia, più di ogni altra città, è stata per secoli il luogo in cui il Carnevale prendeva forma come festa popolare, momento di sospensione delle gerarchie e di partecipazione diffusa. La festa affonda le sue radici nel Medioevo, per consolidarsi nei secoli come uno degli eventi più importanti dell’anno.

Durante il periodo precedente alla Quaresima, i veneziani festeggiavano l’avvicinarsi del tepore primaverile annullando momentaneamente regole e strati sociali. Le maschere infatti non erano un elemento puramente estetico, ma rappresentavano uno strumento sociale che permetteva di annullare le differenze di classe, di trasgredire le norme e di vivere una città rigidamente strutturata in modo diverso. Durante i giorni del carnevale ricchi e poveri, nobili e popolani potevano finalmente condividere gli stessi spazi e lasciarsi andare alla frenesia della festa.

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Una maschera attraversa una calle del centro storico durante il Carnevale di Venezia

Oggi, però, questa dimensione sembra essersi incrinata. A partire dalla caduta della Repubblica nel 1797, sotto l’arrivo di Napoleone Bonaparte, il Carnevale venne progressivamente vietato per motivi di ordine pubblico, per poi essere ripreso solo due secoli dopo quando, in un momento di crisi economica e di spopolamento, venne recuperato come strumento di attrazione turistica. L’idea era quella di riportare vita a Venezia, valorizzandone la storia e l’immaginario. 

E, se inizialmente l’iniziativa si è rivelata vincente, con il tempo non ha potuto che contribuire a trasformare la città in un laboratorio urbano. 

Il Carnevale come vetrina

La forma è rimasta intatta e splende più che mai: Ling, Zheng e Zhu, tre studenti di moda a Milano venuti apposta per visitare la città, camminano per le calli orgogliosi delle loro bellissime maschere. La sostanza, viene sempre meno: alla mia domanda su come stessero vivendo il carnevale da turisti, i tre mi rispondono straniti, chiedendomi di cosa stessi parlando. 

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Ling, Zheng e Zhu, studenti di moda a Milano, visitano Venezia durante il Carnevale. Indossano con orgoglio le loro maschere, attratti dall’immaginario della città più che dalla festa stessa

Per alcuni però il nodo principale non è il turismo in sé, quanto il modo in cui viene gestito. Toni, proprietario di un bacaro –il tipico bar veneziano– in Rio della Misericordia è diretto: “Il turismo c’è sempre stato. Il problema è la gestione”. Ricorda quando nei sestieri si organizzavano feste spontanee, quando da giovane poteva ballare per strada con i suoi amici. “organizzavamo la feste delle luci a rio di Canareggio. Ora il sindaco l’ha spostata all’arsenale, a pagamento”.

La vetrina di un negozio di maschere tradizionali

L’iniziativa privata, quindi, non manca. Quello che manca è la volontà delle istituzioni di fare del carnevale un evento per tutti.  “Ormai è diventata una festa per soli ricchi” commenta Toni arrabbiato, mentre riempie un bicchiere di spritz per una cliente.

Molte iniziative sono scomparse, spostate o regolamentate. Sara, da dietro il banco del suo panificio, mi confessa lo stesso: “L’amministrazione ha le sue colpe. ‘Lo Svolo della Pantegana’ si faceva a Cannaregio ed era nato dalla gente del sestiere. Ora è a Rialto per essere sfruttato come attrazione turistica“.

Uno scorcio del Rio della Misericordia, nel sestiere di Canareggio, più lontano dai flussi turistici

Lei è nata e cresciuta a Campo Santa Margherita ma oggi si è dovuta trasferire a Chirignago, un piccolo paese dell’entroterra. “Amo Venezia ma è diventata impossibile”, continua, raccontandomi che sono rimasti pochi di quei negozi necessari a costruire una vita comunitaria.

Venezia è piena, insomma, ma non è più sua.

Così, tra residenti che scappano, eventi popolari che diventano appuntamenti a pagamento e un’orda di turisti disinteressati, il Carnevale appare oggi spento e svuotato. I visitatori aumentano, ma spendono meno, si fermano poco e seguono percorsi obbligati. Gli affitti brevi proliferano, danneggiando gli alberghi e le attività locali. Intanto, i negozi che tenevano insieme il tessuto sociale scompaiono.

La privatizzazione della città

Questi cambiamenti sono parte di un processo preciso e voluto.  A partire dagli anni Settanta, con l’introduzione della Legge Speciale per Venezia, la città ha iniziato a essere trattata non solo come luogo da abitare, ma come risorsa da valorizzare attraverso l’intervento congiunto di pubblico e privato.

Come sottolinea Paola Somma, urbanista, professoressa e autrice del libro “Privati di Venezia”, la città si è progressivamente trasformata in un laboratorio urbano nel quale la logica dell’investimento prevale su quella della vita quotidiana. Mentre gli spazi simbolici come Rialto o Piazza San Marco sono sempre più assimilabili a recinti commerciali, le tradizioni, come appunto il carnevale, vengono svendute al miglior offerente.  

Anche la produzione delle maschere, che rimangono uno dei simboli più riconoscibili, oggi è un business globalizzato. Tra i negozi della città, ad eccezione di alcune realtà artigianali di tutto valore, le maschere appaiono tutte uguali, appese in fila, a 10€ l’una. 

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Altri turisti che fotografano maschere a Venezia

Islam, che è arrivato dal Bangladesh due anni fa, le sistema una a una nel suo chiosco in centro città: “Everything comes from China”, mi dice, indicando maschere, cappelli e ventagli del negozio in cui lavora. Islam ha 45 anni, ha studiato sociologia ma nel suo paese non riusciva a mantenere la famiglia, ed è arrivato a Venezia proprio attratto da questa trasformazione, da questi investimenti. 

Quello che purtroppo non sapeva, è che le condizioni non sarebbero state facili. Come lui, in tantissimi si sono trasferiti qui, ma una città incentrata sul solo turismo non offre sufficienti risorse per tutti. Islam, che sente la mancanza fortissima dei suoi figli, inizialmente voleva che si trasferissero qui con lui, ma ha poi esitato per capire se la situazione migliorasse. 

Anche lui, come i veneziani stessi, è vittima di un ingranaggio che ha svuotato la comunità per trasformare lo spazio in vetrina. 

Islam, arrivato dal Bangladesh due anni fa, seduto nel chiosco in cui lavora nel centro di Venezia

Eppure, tra queste trasformazioni, resistono ancora frammenti di una dimensione diversa. Nelle pasticcerie, ad esempio, il tempo del Carnevale continua a essere segnato da rituali precisi. “Le fritole e i galani si fanno solo adesso, non tutto l’anno”, spiega Sara. “È una tradizione”. 

Ricorda quando, da bambina, si festeggiava a scuola e ognuno portava dolci fatti in casa. Gesti semplici, ma fondamentali per costruire comunità. 

Anche fuori dal centro più congestionato, esistono ancora diversi contesti in cui il Carnevale mantiene una dimensione più locale e partecipata. Ma sono eccezioni purtroppo marginali rispetto al cuore turistico della città. 

Un ritaglio di giornale appeso a una parete richiama il tema della resistenza cittadina, tra mobilitazioni locali e tentativi di preservare il tessuto sociale veneziano

Tra le strade del centro, oggi, la vita a Venezia è scandita da un flusso continuo di corpi che passano, fotografano e ripartono. 

Restare, invece, è sempre più difficile.

Un residente osserva la strada dalla finestra, sopra due negozi di souvenir

Per rimanere in tema, di Venezia e delle sue trasformazioni abbiamo parlato anche in questo articolo.

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