Articolo a cura di Anna Rippa e Anna Gentile, nell’ambito del progetto Climagram di copertura educomunicativa del Trento Film Festival 2026.
Cosa c’è di meglio di un po’ di frescura tra le sale di un palazzo storico, nei primi giorni che profumano d’estate? Il 26 aprile abbiamo visitato Buried Love, la prima mostra fotografica di Sabrina Shannon Santorum, e ne siamo uscite con i brividi, ma non certo per lo sbalzo di temperatura. La mostra Buried Love ci ha portato a riflettere sulle relazioni più intime che abbiamo con i nostri familiari. Quante cose diamo per scontate, a quanti silenzi non diamo peso, quali atteggiamenti abbiamo normalizzato tra le mura delle nostre case?
Ci siamo rese conto che quello che pensiamo essere distante da noi, può nascondersi in realtà tra le mura di casa, il luogo dove dovremmo sentirci maggiormente al sicuro.
Le due ore che abbiamo passato assieme ai ricordi familiari di Sabrina ci hanno raccontato di amore familiare in sfumature che non conoscevamo, e non vediamo l’ora di parlarvene. La mostra Buried Love chiuderà a Trento venerdì 8 maggio, spostandosi poi a Borgo Valsugana a luglio.

Buried Love, il lato nascosto dei paesini di montagna
Inaugurata il 10 aprile, Buried Love è la prima mostra fotografica di Sabrina Shannon Santorum. In occasione della 74ª edizione del Trento Film Festival abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la fotografa e filmmaker e di partecipare ad una visita guidata condotta dalla stessa artista.
L’esposizione Buried Love ha occupato gli spazi del seminterrato di Palazzo Trentini, sede del Consiglio Provinciale della Provincia Autonoma di Trento, e si è sviluppata attorno a tematiche profondamente radicate nel territorio come le regole sociali della vita di paese. La mostra si colloca infatti all’interno della cornice del Festival per portare alla luce un’altra sfaccettatura della vita di montagna, un lato che spesso viene nascosto per vergogna e per la normalizzazione di certi atteggiamenti, altro importante tema della mostra.
Come ha sottolineato anche Carlo Soini, Presidente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, la montagna non è soltanto “bel paesaggio e turismo“, ma è un luogo che ospita anche realtà più difficili, non lontane dal nostro tempo e dalla nostra quotidianità come quelle rappresentate da Buried Love.
Sabrina ha spiegato l’urgenza di affrontare questo tema in un contesto rilevante come il Festival. Gli eventi e le dinamiche relazionali descritte nella mostra Buried Love sono, purtroppo, ancora attuali e rappresentano una realtà radicata in molte famiglie, tramandata di generazione in generazione. Il trauma intergenerazionale è, infatti, un altro elemento centrale che emerge dalle opere esposte in Buried Love.
L’artista ci ha raccontato le tre principali motivazioni che hanno portato alla scelta del titolo Buried Love, “Amore sepolto”. L’amore sepolto è quello del rapporto difficile tra una madre e una figlia entrambe vittime di abusi psicologici e fisici in casa. L’amore sepolto è nei ricordi che la nonna di Sabrina, Graziella, ha nascosto per oltre sessant’anni. Infine l’amore sepolto è quello che emerge dal lavoro di disseppellimento fatto attraverso questo percorso, che culmina con due performance di arte partecipativa con protagonista la stessa Graziella.
Nelle opere dell’ultima sala della mostra Buried Love troviamo il resoconto visivo di queste due performance. In uno dei due racconti fotografici vediamo Graziella seppellire ciò che più le provocava dolore, ciò che più le ricordava suo padre: una cintura e delle sigarette.

Buried Love: il racconto attraverso le sale
Nella prima sala della mostra Buried Love, il pubblico incontra le protagoniste del racconto: Rosina, la bisnonna di Sabrina, e Graziella, sua nonna. La presentazione avviene tramite fotografie e installazioni sonore che riproducono frammenti dell’intervista condotta da Sabrina alla nonna.
Tramite una serie di scatti fotografici, poi, viene esplorata la problematica della normalizzazione di comportamenti disfunzionali all’interno del contesto familiare. L’allestimento comprende fotografie evocative, installazioni sonore ascoltabili attraverso cuffie e nel percorso sono presenti anche delle “isole felici”, che presentano al pubblico delle fotografie in piccolo formato della famiglia: queste ci raccontano l’aspetto più felice della vita della nonna Graziella, opponendosi al grande formato dei ricordi dolorosi che si trovano sulle pareti.
Nella seconda sala, un’installazione immersiva domina lo spazio. Si tratta di un tunnel al cui interno vengono raccontati due episodi di violenza attraverso il linguaggio fotografico.
Nella sala principale viene poi esplorata ulteriormente la normalizzazione di comportamenti disfunzionali all’interno del nucleo familiare e le sue conseguenze negative a lungo termine. Un vecchio televisore a tubo catodico mostra il ritratto video delle due protagoniste, Graziella e Rosina: la rappresentazione di due generazioni e due visioni della vita a confronto, la vita da siòra, quella di Graziella – riuscita a scappare in una città più grande – e la vita da paés, quella di Rosina – rimasta a vivere nel piccolo paesino della bassa Valsugana.
La parete di fronte ci presenta una delle conseguenze della disregolazione emotiva ed i postumi dei traumi: abitudini evitanti, di rassicurazione personale e la ricerca di un controllo costante.
Il percorso prosegue affrontando le ripercussioni dell’abuso di sostanze, in questo caso specifico dell’alcolismo, in fotografie e frammenti audio. In contrapposizione, avviene una riflessione sul presente: una rilettura di frasi violente ormai normalizzate, interpretate da diverse generazioni con sfumature differenti, è proiettata su un altra televisione a tubo catodico.
Durante la visita, l’artista spiega come il trauma familiare rimanga nella dinastia per sette generazioni: per eradicarlo è necessario muoversi velocemente, contestualizzando il passato ma non utilizzandolo come fondamenta del presente.
Per interrompere la trasmissione intergenerazionale, l’educazione su questi comportamenti diventa di importanza fondamentale. Sabrina ci rivela la sua speranza di iniziare un effetto domino di consapevolezza e trasparenza all’interno delle famiglie trentine. Uno degli obiettivi della mostra Buried Love è anche aiutare i visitatori a porsi degli interrogativi sulle dinamiche familiari e sul vissuto della propria famiglia. Noi siamo d’accordo, il silenzio va interrotto.
L’esposizione Buried Love si chiude positivamente con Graziella, che, partecipando a un esercizio di arte partecipativa ha trovato il coraggio di confrontarsi con il proprio passato. Tornata al suo paese d’origine, ha seppellito due oggetti che le ricordavano il padre compiendo un gesto che le ha permesso di concretizzare il desiderio di liberarsi di un passato doloroso per guardare al futuro con leggerezza e serenità.

Buried Love come spazio di ascolto
Con lo scopo di dare ai visitatori la stessa occasione di leggerezza e serenità, una cabina telefonica è stata rigenerata come “confessionale”. Completamente insonorizzata, permette ai visitatori di prendersi un momento per sé, pensare alle proprie radici e sfogarsi nella cornetta telefonica come al telefono con una voce amica.
Le visite guidate prevedono anche momenti di ascolto e condivisione con l’Associazione Zona Franca per accogliere e dare voce a emozioni, pensieri e ricordi che emergono dall’interazione con le opere. Questo spazio collettivo, adottando una prospettiva transfemminista, è dedicato a nominare e riconoscere la violenza: si trasforma così in un ambiente protetto dove ogni voce può unirsi in un coro contro il silenzio che per decenni è stata l’unica forma di protezione.
La mostra Buried Love nella sua prima fase a Trento ha riscontrato un notevole successo di pubblico. Molti visitatori e visitatrici hanno scelto di condividerla con la propria madre o la nonna. L’esposizione ha così facilitato l’apertura di dialoghi in relazioni spesso date per scontate. Sebbene la maggioranza del pubblico sia composta da donne adulte, anche diversi uomini e ragazzi più giovani hanno partecipato attivamente agli spazi di ascolto proposti.
Le testimonianze raccolte evidenziano la crescente sensibilità sia degli uomini che delle nuove generazioni verso queste tematiche, un segnale incoraggiante che, tuttavia, ci ricorda quanto sia ancora lungo il percorso da percorrere per scardinare completamente le dinamiche di violenza di genere descritte in Buried Love, di cui spesso sono vittime sia donne che uomini di ogni età.
La mostra Buried Love si sposterà a Palazzo Klein a Borgo Valsugana dal 4 al 29 luglio 2026.
Il progetto Buried Love è prodotto da Associazione Bianconero, co-progettato da Zona Franca APS e Irfoss APS, con il contributo di Fondazione Caritro – Fondazione Valtes – Uniquepels – Lorenza Grisenti e in collaborazione con Consiglio della Provincia Autonoma di Trento – Trento Film Festival – Commissione Pari Opportunità – Alba Chiara APS.
