2 aprile: capire che non esiste un solo modo di vedere il mondo 

Di Gaia Luani
Mentorship Ilaria Bionda
neurodivergenza
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La giornata del 2 aprile invita a ripensare alla “normalità” nell'ottica della neurodivergenza, non una malattia ma modalità diverse di percepire e vivere il mondo.

La parola neurodivergenza è ovunque: nei post sui social, nei podcast, negli articoli, persino nei programmi televisivi. È entrata nel linguaggio comune, spesso in modo confuso, eppure molte persone non ne conoscono davvero il significato né cosa comporti nella vita quotidiana.

La neurodivergenza – o neuroatipicità – indica un insieme di condizioni come autismo, ADHD, dislessia, discalculia, disprassia, sindrome di Tourette e altre forme di funzionamento neurologico che si discostano da quello considerato “tipico”. Essere neurodivergenti significa, in pratica, che il proprio cervello elabora stimoli, apprende e si muove nel mondo in modi diversi rispetto alla maggioranza delle persone.

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Schema illustrativo dello spettro della neurodiversità

Capire la neurodivergenza

Si stima che le persone neurodivergenti rappresentino circa il 15–20% della popolazione globale: una percentuale destinata a crescere e non perché la neurodivergenza sia “di moda”, ma perché oggi disponiamo di strumenti diagnostici più accurati e, soprattutto, di una maggiore consapevolezza sociale. Sempre più adulti ricevono diagnosi tardive, sempre più giovani riconoscono in sé caratteristiche che prima venivano ignorate o etichettate come “stranezze”.

Contrariamente a quanto tende a suggerire  l’opinione comune, la neurodivergenza non è una malattia, ma è una delle tante varianti del funzionamento umano. E proprio per questo non può essere compresa senza guardare agli ambienti e ai contesti in cui viviamo: la famiglia, la scuola, il lavoro, i luoghi di svago e di intrattenimento. Sono questi spazi –  con le loro luci, i loro rumori, le loro regole implicite –  a determinare se una neurodivergenza diventa un ostacolo o rimane semplicemente una differenza.

Oggi più che mai, parlare di neurodivergenza significa interrogarsi non solo sulle persone, ma anche sugli spazi che abitiamo ogni giorno. Perché se è vero che le differenze cognitive fanno parte della natura umana, allora la domanda diventa un’altra: quanto i nostri ambienti sono davvero pensati per accoglierle?

Quando gli ambienti diventano barriere invisibili 

Guardando agli spazi che abitiamo ogni giorno emerge il nodo centrale della questione: molti luoghi non sono pensati per accogliere sensibilità diverse, anzi, sembrano costruiti per un solo modo di percepire il mondo.

Luci accecanti, rumori sovrapposti, colori sgargianti, cartelli ovunque, persone che si muovono in continuazione: è il paesaggio sensoriale tipico di supermercati, palestre, ristoranti, centri commerciali, mezzi di trasporto, ma anche scuole e uffici. Ambienti progettati per chi riesce a filtrare questi stimoli senza difficoltà, non per chi li vive in modo amplificato.

Come sottolinea l’Istituto di ricerca medico-cognitiva A.T. Beck, non è l’ambiente che si adatta alle esigenze delle persone, ma sono le persone a dover adattare il proprio cervello a un unico modello possibile. Per chi è neurodivergente, però, questo sovraccarico sensoriale può tradursi in ansia, disorientamento, paura, fino a comportamenti che vengono percepiti come “atipici”, quando in realtà sono risposte naturali a un contesto troppo intenso.

L’accessibilità per le persone con neurodivergenza, quindi, non riguarda solo l’architettura. Una ricerca del 2023 (MacLennan et al.) individua sei elementi che determinano se uno spazio può essere considerato “autism-friendly”:

  • carico sensoriale (luci, suoni, odori);
  • caratteristiche fisiche dello spazio;
  • prevedibilità dell’ambiente;
  • comprensione sociale e assenza di giudizio;
  • adattamento delle regole e della comunicazione;
  • presenza di spazi tranquilli in cui allontanarsi.

È importante allora creare degli ambienti che possano assicurare il comfort delle persone con neurodivergenza e che garantiscano la fruibilità di tali luoghi a tutti. Non si tratta di modifiche radicali e sostanziali ma piuttosto di andare oltre alla semplice eliminazione di barriere fisiche considerando come un ambiente possa positivamente influire sul benessere sensoriale delle persone neurodivergenti. Piccoli adattamenti, come ad esempio il controllo dell’acustica, dell’illuminazione e la riorganizzazione dello spazio, possono permettere alle persone di godere della stessa qualità della vita e delle stesse possibilità di inclusione sociale.

Ripensare a cinema e teatri per accogliere tutte le sensibilità 

Se quanto detto vale  per gli spazi quotidiani, ancora di più è da considerare per i luoghi della cultura e dello spettacolo. Cinema, teatri, musei e concerti sono spesso ambienti sensorialmente intensi: luci che si abbassano e cambiano all’improvviso, volumi molto alti, applausi inattesi, folla, regole rigide su come comportarsi, dove sedersi, quando muoversi. Per molte persone neurodivergenti, ciò che dovrebbe essere un momento di piacere può trasformarsi in una fonte di stress o di esclusione e disagio profondo che si manifesta con comportamenti impulsivi o difficili da interpretare all’esterno.

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Cinema inclusivo: sala allestita per uno spettacolo “sensory friendly”

Negli ultimi anni, però, la crescente attenzione mediatica e sociale verso la neurodivergenza ha portato alla nascita di eventi sensory friendly: spettacoli pensati per ridurre il carico sensoriale e permettere a più persone di partecipare. In queste proiezioni o rappresentazioni il volume è più basso, le luci non si spengono del tutto, è possibile muoversi, fare pause, entrare e uscire liberamente. Chi partecipa sa di trovarsi in un contesto diverso da quello standard, più flessibile e più rispettoso delle diverse modalità di vivere l’esperienza.

Sempre più enti (come Associazione Fedora, ANFASS, CulturAbile) stanno iniziando a considerare la neurodivergenza non come un limite, ma come una caratteristica umana da accogliere. Così come esistono rampe e ascensori per chi ha una ridotta mobilità, anche cinema e teatri stanno iniziando a ripensare gli spazi e le modalità di fruizione per renderli più accessibili dal punto di vista sensoriale.

Un cambiamento ancora agli inizi, ma che apre una domanda fondamentale: che cosa consideriamo davvero “normale” quando parliamo di cultura?

2 aprile: cosa vuol dire normalità ? 

La Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, il 2 aprile, dovrebbe essere l’occasione per chiederci quanto i nostri spazi, le nostre abitudini, la nostra quotidianità e le nostre idee di normalità siano davvero inclusive. Perché la normalità non è un dato oggettivo né una categoria fissa: non ha una definizione univoca, ma nasce da ciò che ognuno di noi costruisce giorno dopo giorno, da ciò che considera familiare, accettabile, possibile. È una costruzione in divenire, mutevole per natura. 

Ciò che è normale in Italia può non esserlo altrove; ciò che è normale per un bambino non coincide con la normalità di un adulto. E potremmo continuare all’infinito. E allora perché, ancora oggi, gli spazi e gli ambienti sono pensati per categorie sociali, fasce d’età, generi… ma quasi mai per chi percepisce la realtà da un’altra prospettiva?

Oltre l’assistenzialismo: la neurodivergenza come risorsa 

Una recente analisi di ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo) mostra che, nonostante in Italia diagnosi, ricerca e monitoraggio siano sempre più accurati, sul piano sociale e inclusivo restiamo indietro rispetto ad altri Paesi europei. La mentalità dominante è ancora quella dell’assistenzialismo: considerare la neurodivergenza come una malattia e, di conseguenza, trattare chi ne è interessato come “malato”.

Questa visione non solo rivela i limiti della nostra società, ma la impoverisce. Escludere le persone neurodivergenti dalla quotidianità significa privarsi di una risorsa preziosa, di un modo diverso –  e altrettanto valido –  di leggere il mondo. 

Forse la vera sfida non è includere chi è diverso, ma accettare che la diversità è già qui, ovunque.E allora la domanda che rimane è semplice quanto radicale:

“Siamo pronti a ripensare la normalità?”

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Gaia Luani

Laureata in ingegneria ambientale ancora mi chiedo se avessi preso un abbaglio quando ho scelto questa facoltà. A volte credo di aver scelto la salita più difficile che potessi, altre volte amo ogni singolo passo di questa scalata. Pianificazione e rigore sono le mie parole chiave da quando sono piccola, mi piace organizzare tutto (ammetto aime sono molto maniacale) e spuntare a fine giornata la mia to do list. Fra qualche anno vorrei poter dire di lavorare per qualche azienda internazionale che cooperi nei paesi in via di sviluppo a gestire progetti volti alla transizione ecologica ma soprattutto alla tutela ambientale. Vorrei dirvi che se non mi trovate in biblioteca sepolta a studiare io sia su un aereo in volo per qualche ignota meta ma non è così comune. Probabilmente mi troverete a correre o in palestra oppure impegnata tra le mille attività che faccio perché a volte penso di avere giornate da 72 ore e non 24.

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