Un fiocchetto per ricordare, un dialogo per guarire

Di Giorgia Carmine
Mentorship Paulo Lima
fiocchetto lilla
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In occasione della Settimana del Fiocchetto Lilla, rompiamo il silenzio su patologie che sono prigioni invisibili in dialogo con Giuseppe Magistrale, responsabile clinico di Lilac.

Settimana del Fiocchetto Lilla, 8-15 marzo 2026

C’è un momento, nel silenzio di una cucina o davanti a uno specchio, in cui il cibo smette di essere nutrimento e diventa un campo di battaglia. Spesso non accade con un boato, ma con un sussurro lento: una dieta che sembrava innocua, un piccolo rituale, un pensiero che inizia a occupare sempre più spazio, finché non resta posto per nient’altro.

Quella che nasce come una strategia di sopravvivenza per mettere ordine nel caos o ritrovare potere nell’impotenza, nasconde un paradosso doloroso: le stesse mani che cercavano disperatamente un riparo finiscono per costruire, mattone dopo mattone, la propria prigione.

La Settimana del Fiocchetto Lilla

Parlare di Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DCA/DNA) significa immergersi in una complessità che va ben oltre l’aspetto fisico. In questa settimana dedicata alla sensibilizzazione, “La Settimana del Fiocchetto Lilla”, vogliamo cercare di abbattere i “punti ciechi” che ci impediscono di vedere davvero chi soffre, perché finché non ne riconosciamo la complessità, non potremo mai tendere la mano in modo efficace.

Abbiamo parlato con Giuseppe Magistrale, responsabile clinico di Lilac, centro DCA, per capire il confine sottile tra controllo e prigione; come stare accanto a chi amiamo senza invadere il loro spazio e cosa significhi, davvero, scegliere la via della guarigione. Un dialogo che ci ricorda una verità fondamentale: la speranza non è un’ingenuità, ma un atto di coraggio straordinario. E la “Settimana del Fiocchetto Lilla” esiste per ricordarcelo.

La “Settimana del Fiocchetto Lilla” nasce per dare voce a un dolore spesso silenzioso. Sulla base delle sue esperienze quotidiane, quali sono i “punti ciechi” o i pregiudizi che ancora oggi rendono necessario dedicare un tempo specifico alla sensibilizzazione sui DCA?

Uno dei pregiudizi più resistenti è che i disturbi alimentari siano una scelta, una questione di vanità o di mancanza di forza di volontà. La realtà è che sono patologie complesse, con radici psicologiche, biologiche e relazionali profonde. Un altro punto cieco riguarda chi ne soffre. Si immagina ancora principalmente una ragazza adolescente, molto magra. Ma i DCA/DNA (la nuova nomenclatura è disturbi della nutrizione e dell’alimentazione) colpiscono uomini, adulti, anziani, persone di ogni corporatura. Finché non vediamo questa complessità, continuiamo a non riconoscere chi ha bisogno di aiuto.

Spesso si cerca un evento scatenante, un trauma preciso. Ma nella realtà, il disturbo alimentare arriva come un urlo improvviso o è un sussurro lento che, un giorno dopo l’altro, finisce per occupare tutto lo spazio interiore?

Quasi sempre è un sussurro. Comincia in punta di piedi: una dieta, un pensiero ricorrente, un rituale intorno al cibo che sembra innocuo. Poi, giorno dopo giorno, occupa sempre più spazio interiore, finché non c’è quasi più posto per altro. Questo è uno dei motivi per cui è così difficile da riconoscere dall’interno. Non c’è un momento preciso in cui tutto cambia. E proprio per questo, spesso si chiede aiuto tardi.

Inizialmente, molte persone descrivono il controllo sul cibo come una forma di protezione o di sollievo. Come fa una strategia nata per “stare meglio” o per gestire un’ansia a trasformarsi in una prigione così stretta?

Perché funziona, almeno all’inizio. Il controllo sul cibo dà un senso di ordine quando tutto sembra caotico, o di potere quando ci si sente impotenti. Il problema è che il sollievo è temporaneo, e la dose di controllo necessaria per ottenerlo cresce continuamente. A un certo punto non si controlla più il disturbo: è lui che controlla. La prigione si costruisce mattone dopo mattone, con le stesse mani che cercavano riparo.

Molte persone vorrebbero aiutare, ma hanno paura di dire la cosa sbagliata. Quali consigli pratici darebbe a chi non sa come comportarsi con una persona cara che soffre di un disturbo alimentare? Ci sono frasi o atteggiamenti che andrebbero assolutamente evitati o altri invece che è bene adottare?

Sono da evitare assolutamente commenti sul corpo (“sei dimagrita”, “stai meglio con qualche chilo in più”), minimizzazioni (“mangia un po’ di più e passa”), confronti (“ci sono persone che stanno peggio”). Queste frasi, anche se dette con amore, chiudono le porte. Quello che aiuta è molto più semplice: esserci. Dire “sono qui, mi importa di te, non devi affrontarlo da solo/a”. Non cercare di risolvere, non fare pressioni. La presenza autentica vale più di qualsiasi consiglio.

Molti genitori si chiedono ‘Dove ho sbagliato?’. Cosa vorrebbe dire a queste famiglie per aiutarle a trasformare il senso di colpa in una risorsa per la guarigione dei figli?

Che il senso di colpa è comprensibile, ma raramente utile. I disturbi alimentari non nascono da un singolo errore genitoriale. Nascono da una combinazione di fattori che nessun genitore avrebbe potuto controllare completamente. La domanda più preziosa non è “dove ho sbagliato?” ma “come posso esserci adesso?”. I genitori che trasformano il senso di colpa in presenza, ascolto e disponibilità a mettersi in discussione diventano una risorsa enorme nel percorso di guarigione dei figli.

Cosa significa “guarire” per un paziente? È un ritorno a come si era prima o la costruzione di un nuovo equilibrio?

Quasi mai è un ritorno. Spesso la persona che esisteva “prima” era già in difficoltà. Il disturbo è emerso da un terreno fragile. Guarire significa piuttosto costruire qualcosa di nuovo, ovvero sviluppare un rapporto diverso con il proprio corpo, con le emozioni, con gli altri. È un processo che lascia tracce, e va bene così. La guarigione non è cancellare ciò che è successo, ma imparare a vivere con più libertà: libertà dal sintomo, libertà di scegliere, libertà di stare nel mondo senza doverlo controllare tutto.

Il “Fiocchetto Lilla” è un simbolo di speranza. Qual è la cosa più preziosa che ha imparato dai suoi pazienti nel vederli lottare per riprendersi la propria vita?

Che la speranza non è ingenua ma coraggiosa. Ogni paziente che sceglie di chiedere aiuto, che torna in seduta anche quando è difficile, che prova ancora dopo una ricaduta, insegna qualcosa di straordinario sulla resilienza umana. La cosa più preziosa è vedere quanto sia possibile cambiare, anche quando sembrava impossibile. È un privilegio enorme accompagnare qualcuno in quel percorso, e non smette mai di fare effetto.

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Giuseppe Magistrale
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Giorgia Carmine

Dopo un test per Medicina e Chirurgia fallito solitamente ci si iscrive a un corso di laurea simile no? Proprio per questo studio Comunicazione, Media e Pubblicità a Milano! Tra radio e giornale (e perché non radiogiornale!) la comunicazione è diventata la mia compagna di vita. Ma non che non lo fosse sempre stata. Da piccola infatti amavo inventare storie da raccontare e costringevo chiunque capitasse intorno a me ad ascoltarmi. Ecco allora che direi che la mia strada è sempre stata quella, dovevo solo trovarla. Nella speranza di raccontare storie per molto tempo, buona lettura!

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