L’arte di saper scegliere: il politically correct è un’arma o uno scudo?

Di Giorgia Carmine
Mentorship Monica Malfatti
politically correct
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L’uscita di "Buen Camino"di Checco Zalone ha riacceso lo scontro sul politically correct e sui limiti di linguaggio e comicità.

La filmografia di Checco Zalone ha sempre avuto il potere di dividere l’opinione pubblica. Ma con l’uscita, lo scorso 25 dicembre, del suo ultimo film “Buen Camino“, il dibattito sul politically correct è tornato a infiammare i social e le testate giornalistiche con una forza rinnovata. Il film ha riaperto una ferita mai del tutto rimarginata: il confine tra ironia e offesa.

Sui social media, la discussione si è polarizzata istantaneamente tra chi vede in Zalone l’ultimo baluardo della libertà d’espressione e chi, invece, accusa la sua comicità di perpetuare stereotipi dannosi. L’attore e il regista Gennaro Nunziante, dal canto loro, hanno spesso difeso il proprio lavoro nelle conferenze stampa, suggerendo che l’ironia sia uno strumento per svelare l’ipocrisia della società, piuttosto che un attacco alle minoranze.

Così si sono espressi Zalone e Nunziante durante la presentazione del film a Roma:

“Il politicamente corretto e la commedia? Penso che invece di lamentarsi bisognerebbe essere scorretti, intelligentemente scorretti.” “Non avverto questo problema. I romanzi di formazione partono da un presupposto e nella commedia italiana la differenza è nel finale. Le due battute (ndr: quella su Gaza e quella su Schindler’s list) sono parte del personaggio che è un uomo ricco, cretino, a cui sono permesse dal suo status. Poi c’è una rigenerazione. Se c’è una cosa che va colta nei finali dei nostri film è che si va incontro all’uomo. Lo si aiuta a crescere“.                                 

Un dibattito ai due estremi sul politically correct

Il pubblico sul politically correct si divide. Da un lato troviamo chi vede nel politically correct una derivazione degli ideali egualitari nata per dare dignità alle minoranze ma che oggi rischia di trasformarsi in cancel culture, limitando la libertà di espressione attraverso una caccia alle streghe lessicale. Dall’altro lato, invece, c’è chi sostiene che le parole non siano mai neutre e che ridere di categorie marginalizzate rinforzi pregiudizi sistemici.

In altre parole, da un lato vi sarebbero i sostenitori della libertà assoluta, i quali argomentano che la satira non debba avere confini e che il politicamente corretto si sia trasformato in una forma di censura moderna che soffoca la creatività e l’umorismo; mentre dall’altro sostenitori della sensibilità sociale, i quali sostengono che il linguaggio plasmi la realtà e che ridere di categorie storicamente marginalizzate non sia “libertà”, ma un modo per rinforzare pregiudizi sistemici.

La voce degli esperti

Secondo sociologi ed esperti di comunicazione, questa tensione sul politically correct riflette un cambiamento profondo nella nostra società. Se da un lato il politically correct nasce per promuovere l’inclusività, la sua applicazione rigida può portare a una “polarizzazione affettiva”, dove il dialogo tra le parti diventa impossibile. Gli esperti suggeriscono che l’impatto riguardi il modo in cui interagiamo quotidianamente: stiamo diventando più empatici o solo più timorosi di esprimerci? Per fare ordine è necessario guardare alle analisi di chi studia il linguaggio e la società. Gli esperti concordano su un punto: il politically correct è uno strumento e, in quanto tale, è neutro, tutto dipende da come lo usiamo.

Secondo la sociolinguista Vera Gheno, è fondamentale sviluppare una “comunicazione consapevole”. Le parole non sono meno importanti delle azioni: l’idea che siano innocue è falsa perché, come si dice spesso, “Le parole tagliano come il vetro”. Esse definiscono la nostra realtà e la nostra posizione nel mondo.

Il linguista Federico Faloppa sottolinea invece come il problema non sia il “vietare” certe parole, ma capire il potere che esercitiamo quando parliamo. La critica non è rivolta alla satira in sé, ma alla mancanza di consapevolezza: spesso si sostiene che “nulla è offensivo di base” e che l’offesa sia solo nell’orecchio di chi ascolta, ma questo ignora il peso storico e sociale che certi termini portano con sé.

Alla ricerca di un equilibrio

È possibile trovare un compromesso all’interno del politically correct? Forse la chiave non risiede nel vietare determinati argomenti, ma nel valutare l’intento e il contesto della comunicazione. Una giusta mediazione potrebbe essere quella di preservare il diritto alla satira (anche quella scomoda), senza però ignorare la responsabilità che deriva dall’uso di un linguaggio pubblico.

La soluzione non risiederebbe dunque nel divieto, ma nella consapevolezza. Non bisognerebbe finire né nel rigore asettico che annulla la creatività, né nel disprezzo verso la sensibilità altrui. Come in tutto, e come nella vita stessa, è necessario equilibrio. Non bisogna finire in nessuno dei due estremi: né nella censura asettica, né nell’indifferenza verso il dolore altrui.

“Buen Camino” ci ricorda che la sfida del futuro non è decidere se ridere o meno, ma imparare a usare le parole con la consapevolezza del loro peso, cercando quel punto di incontro dove la satira resta libera e il rispetto resta intatto. In questo scenario, risuonano le parole del rapper Nayt nel brano “Poter scegliere”, che sembrano scritte apposta per questo dibattito:

“Ti rispondo che di questi tempi si possono avere migliori aggettivi, di saper scegliere, di poter scegliere, di questo parliamo”.

La vera libertà, dunque, non è poter dire qualsiasi cosa senza filtri, ma nell’avere la sensibilità per saper scegliere le parole giuste. 

Ambito arte e cultura

Questo articolo sul politically correct si inserisce nella sezione Arte e Cultura del nostro sito, che vi invitiamo a esplorare per leggere altri articoli rimanendo in tema.

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Giorgia Carmine

Dopo un test per Medicina e Chirurgia fallito solitamente ci si iscrive a un corso di laurea simile no? Proprio per questo studio Comunicazione, Media e Pubblicità a Milano! Tra radio e giornale (e perché non radiogiornale!) la comunicazione è diventata la mia compagna di vita. Ma non che non lo fosse sempre stata. Da piccola infatti amavo inventare storie da raccontare e costringevo chiunque capitasse intorno a me ad ascoltarmi. Ecco allora che direi che la mia strada è sempre stata quella, dovevo solo trovarla. Nella speranza di raccontare storie per molto tempo, buona lettura!

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