C’è un paradosso nelle statistiche sulla sicurezza e sulle morti sul lavoro: più le analizziamo, meno sembrano rivelarci qualcosa di nuovo. Ogni anno ci ritroviamo a confrontare numeri, a cercare variazioni, a festeggiare successi per riduzioni minime o a lanciare allarmi per piccoli aumenti. Ma cosa succede quando i numeri rimangono sostanzialmente invariati anno dopo anno? Quando la stabilità stessa diventa un problema?
Nel 2025 in Italia sono morte sul lavoro 1.093 persone, tre in più rispetto al 2024, almeno secondo i dati INAIL, ancora in fase di consolidamento man mano che le denunce vengono analizzate. L’incidenza ogni 100.000 occupati scende da 2,71 a 2,69. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente è quasi insignificante. Otto di queste persone erano studenti, ragazzi che non sono tornati a casa dopo un’esperienza che avrebbe dovuto formare. E forse è proprio qui che dovremmo iniziare a porci domande diverse.
Se analizziamo come questo rischio si distribuisce, emergono schemi che raccontano molto di più della semplice conta delle vittime.
La distribuzione del rischio
L’incidenza tra i lavoratori stranieri è di 74,2 morti sul lavoro per milione di occupati, rispetto ai 29,7 degli italiani: praticamente il doppio. Nel 2025, le vittime straniere sono state 182, in aumento rispetto alle 176 del 2024. Questo dato riflette l’inserimento in settori ad alto rischio, come edilizia, agricoltura e logistica, e spesso condizioni contrattuali più precarie.
Anche l’età gioca un ruolo importante. Gli over 65 presentano un’incidenza di 138,3 decessi per milione di occupati, quasi cinque volte la media generale.
La geografia mette in luce differenze notevoli: nel 2025, le morti sul lavoro aumentano al Sud e nel Nord-Est, mentre nel resto del Paese si registrano cali. I settori più colpiti continuano a essere l’industria e i servizi, con 674 casi mortali, seguiti dall’agricoltura, che segna 106 casi, in crescita rispetto ai 102 del 2024.
Questi schemi non sono affatto casuali. I settori in cui i controlli sono più complessi, dove la frammentazione tra appalti e subappalti rende le responsabilità più sfuggenti, e dove la pressione sui tempi è maggiore: sono sempre le stesse categorie che emergono anno dopo anno nelle statistiche.
I percorsi scuola-lavoro
Nel 2025 sono state registrate 80.871 denunce di infortunio da parte di studenti, con un incremento del 3,8% rispetto alle 77.883 del 2024. Di queste, 1.889 hanno coinvolto studenti in PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), segnando una diminuzione dell’8,2% rispetto all’anno precedente.
Otto studenti hanno perso la vita, rispetto ai 13 del 2024. Sebbene otto possa sembrare un numero esiguo nel totale generale, stiamo parlando di minorenni inseriti in contesti lavorativi durante un percorso formativo.
I PCTO originariamente conosciuti come Alternanza scuola-lavoro e successivamente rinominati erano stati concepiti per ridurre il divario tra teoria e pratica. Tuttavia, quando questo divario viene colmato con l’esposizione a rischi concreti, ci si deve chiedere se il problema non risieda proprio nel modo in cui intendiamo questo “avvicinamento” al mondo del lavoro.

Oltre l’analisi quantitativa sulle morti sul lavoro
Riflettere su aumenti e diminuzioni, così come sui vari componenti, è assolutamente fondamentale perché può aiutarci a capire cosa possiamo e dobbiamo migliorare. Tuttavia, non dobbiamo limitarci a questo. Un’analisi quantitativa è importante, ma non possiamo dimenticare quella qualitativa.
Quando l’incidenza di morti sul lavoro tra stranieri è doppia, non stiamo solo parlando di numeri. Stiamo parlando di persone che hanno meno potere contrattuale, meno informazioni sui loro diritti e sono più vulnerabili al ricatto. Se l’agricoltura mostra un incremento, stiamo parlando di un settore in cui il lavoro irregolare è ancora molto presente e la responsabilità si disperde. Il lavoro dovrebbe essere un mezzo di emancipazione. Queste due variabili, l’essere straniero e l’agricoltura, che spesso si incontrano sotto la forma del caporalato, la vulnerabilità di moltiplica: meno diritti, meno protezioni, meno possibilità di dire no.
Stiamo discutendo di un sistema in cui la vulnerabilità sociale si traduce automaticamente in vulnerabilità fisica, dove chi ha meno diritti ha anche meno protezioni.
Quando otto studenti muoiono durante percorsi che dovrebbero essere formativi, non è solo una questione di supervisione inadeguata. È il segnale di una cultura che ha normalizzato l’idea che “imparare lavorando” significhi esporsi agli stessi rischi di un lavoratore adulto, che considera il lavoro gratuito o sottopagato dei giovani come un passaggio necessario, piuttosto che come sfruttamento travestito da opportunità.
Ma c’è anche una questione culturale che riguarda la sicurezza e le morti sul lavoro: abbiamo interiorizzato certi livelli di rischio come inevitabili, accettando come normale che alcuni lavori siano intrinsecamente pericolosi, invece di chiederci perché sia ancora così.
