Di Roberto Barbiero
Foto: Rafa Neddermeyer/ Alex Ferro/ Hermes Caruzo/ Ueslei Marcelino / Nathália Lima / COP30
Le premesse che hanno segnato la vigilia della Conferenza ONU sul Clima (COP30), conclusasi il 22 novembre 2025 a Belém, in Brasile, dopo due settimane di negoziati, non erano certo incoraggianti. Il contesto geopolitico globale appariva infatti particolarmente complesso, segnato dal conflitto tra Russia e Ucraina, dalla crisi in Medio Oriente, dall’annuncio dell’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e dalla crescente competizione economica e commerciale tra USA e Cina.
A questo si è aggiunta la presentazione, da parte dei Paesi, dei nuovi Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions – NDC), giunti al loro terzo aggiornamento. Pur mostrando alcuni progressi, tali impegni si sono rivelati insufficienti sia sul fronte della mitigazione – per ridurre le emissioni di gas serra e limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C – sia su quello dell’adattamento, con Piani Nazionali ancora non attuati in molti Paesi e con impegni finanziari limitati.
Ne emerge, nel complesso, un significativo divario tra le politiche attualmente in atto e gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. Di fronte a ciò lo scontento crescente dei Paesi più vulnerabili e africani in particolare sugli impegni in tema di finanza del tutto insufficienti per l’adattamento di fronte a impatti sempre più devastanti.
La “COP della verità” e “dell’attuazione”
Doveva essere la “COP della verità” e la”COP dell’attuazione”, secondo le parole ambiziose usate dal Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva in apertura dei lavori. Del resto, a dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, è vero che il processo è andato a rilento ma, come è stato poi riportato nel documento finale della COP bisogna riconoscere che sono stati compiuti significativi passi avanti a livello globale, tra cui:
“rapidi progressi e riduzione dei costi delle tecnologie, livelli record di capacità globale di energia rinnovabile e investimenti in energia pulita, con benefici e opportunità economiche e sociali dell’azione per il clima per diversi Paesi, tra cui crescita economica, creazione di posti di lavoro, miglioramento dell’accesso e della sicurezza energetica e miglioramento della salute pubblica”.
Dopo due settimane di lavori è stato necessario tuttavia fare un bagno di realpolitik rispetto alla nuova realtà dei rapporti internazionali che si è manifestata in pieno anche nelle discussioni negoziali. I delegati hanno così lasciato Belém con sentimenti contrastanti: da un lato la conferma di alcune aspettative, dall’altro la delusione per molte questioni rimaste irrisolte.
Temi, questi, che dovranno necessariamente tornare al centro delle agende dei prossimi appuntamenti negoziali, a partire dalla COP31 del 2026, che si terrà ad Antalya, in Turchia, in partnership con l’Australia, fino alla COP32 del 2027, ospitata ad Addis Abeba, in Etiopia, per la prima volta in un Paese meno sviluppato.
La COP30 di Belém si è chiusa con un risultato che, pur non risolvendo tutte le divergenze, dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche e conferma l’impegno e la volontà politica comune di dimostrare che l’Accordo di Parigi funziona nonostante le difficoltà. Accanto all’impegno delle delegazioni formali occorre mettere in evidenza il fatto che la società civile in Brasile ha ritrovato uno spazio per esprimersi e per rinnovare la propria pressione grazie in particolare al ruolo dei rappresentanti delle popolazioni indigene.
Per cominciare uno sguardo al numero dei partecipanti alla COP30
In totale 56.118 persone si sono registrate per la partecipazione in loco alla COP30, tra cui 23.509 delegati delle Parti, 13.402 osservatori, 3.920 membri dei media e 13.948 membri del personale di supporto e del Segretariato UNFCCC. Altre 5.141 persone, di cui 277 delegati delle Parti e 4.823 osservatori, si sono registrate per la partecipazione online. La partecipazione complessiva è stata inferiore rispetto a COP29 e COP28 con un notevole numero di leader mondiali assenti.
Tra i partecipanti alle negoziazioni spicca l’altissima presenza di circa 1.600 lobbisti dell’industria dei combustibili fossili con un rapporto di circa 1 ogni 25 partecipanti totali superando numericamente quasi tutte le delegazioni nazionali, sollevando preoccupazioni sull’influenza dell’industria fossile.
Accanto ai numeri dei partecipanti accreditati che hanno transitato negli spazi della cosiddetta Blue Zone, vale la pena segnalare l’elevata partecipazione agli spazi aperti al pubblico della Green Zone che hanno raggiunto la massima capacità, con un limite di circa 7.500 persone al giorno, includendo cittadini, ONG e imprese, e soprattutto i numeri della Cúpula dos Povos (Cupola dei Popoli), uno spazio indipendente e parallelo alla COP30 promosso dalla società civile che ha visto la partecipazione di oltre 26.000 persone, rappresentanti di circa 1099 organizzazioni, tra cui movimenti indigeni, contadini, sindacalisti e comunità tradizionali, dimostrando una forte mobilitazione dal basso per chiedere inclusione nei processi decisionali climatici.

I principali risultati della COP30 e le criticità che sono emerse
1. “Mutirão Decision”
Si tratta del documento politico conclusivo della COP30 approvato in extremis dove il termine “Mutirão” significa “sforzo collettivo” nella lingua indigena da cui trae origine ed evoca l’idea ambiziosa della presidenza brasiliana di una mobilitazione condivisa tra paesi e parti sociali per affrontare la crisi climatica. Il risultato è un testo di compromesso che, pur non risolvendo tutte le divergenze emerse, dà una prima risposta non scontata nel nuovo contesto geopolitico, di come colmare il divario tra le politiche attuali e l’obiettivo dell’Accordo di Parigi.
Sebbene la Mutirão Decision non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una Roadmap sul transition away dai combustibili fossili, mantiene viva la traiettoria tracciata alla COP di Dubai nel 2023 dove per la prima volta venne indicato un percorso verso l’uscita dai combustibili fossili. Vengono infatti lanciate due iniziative, il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5, per accelerare l’implementazione delle azioni da parte di tutti gli attori al fine di mantenere a portata di mano l’obiettivo di 1,5°C e di supportare i paesi nell’attuazione dei loro NDCs e dei Piani Nazionali di Adattamento (NAP).
La mancanza di consenso sia per affrontare la tematica di uscita dai fossili sia sulla deforestazione, una mancanza pesante visto l’investimento anche simbolico sul contesto amazzonico fortemente voluto dalla presidenza brasiliana, che non sono state pertanto inserite nella Mutirão Decision ha determinato infine la scelta della creazione di due roadmap della Presidenza: una sulla transizione dai combustibili fossili in modo giusto ed equo e l’altra sull’arresto e l’inversione della deforestazione entro il 2030, i cui risultati saranno presentati alla COP 31.
Le misure commerciali
Dopo diversi tentativi falliti di inserire le “misure commerciali unilaterali” legate al clima nell’agenda delle precedenti COP, la questione è stata affrontata alla COP30 di Belém nell’ambito delle discussioni guidate dalla presidenza e riflessa nella Mutirão Decision. Si tratta della prima menzione in assoluto delle misure commerciali in una decisione di copertura di una COP.
Il tema in materia di scambi commerciali è geopoliticamente controverso e ha visto diversi Paesi, in particolare la Cina, mettere in evidenza il rischio di introdurre misure troppo restrittive citando ad esempio il Carbon Border Adjustment Mechanism europeo (CBAM). Il CBAM è lo strumento dell’UE, attualmente in fase transitoria, per imporre un prezzo al carbonio sulle importazioni di beni ad alta intensità di carbonio (cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità, idrogeno) e per garantire che i prodotti importati abbiano un costo del carbonio simile a quelli prodotti nell’UE tramite l’EU ETS.
Il testo approvato a Belém ribadisce che le Parti “dovrebbero cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e solidale che porti a una crescita e uno sviluppo economici sostenibili in tutte le Parti, in particolare nei paesi in via di sviluppo, consentendo loro di affrontare meglio i problemi del cambiamento climatico” e ribadisce inoltre che “le misure adottate per combattere il cambiamento climatico, comprese quelle unilaterali, non dovrebbero costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o ingiustificata né una restrizione mascherata al commercio internazionale”.
La decisione presa istituisce tre “dialoghi” annuali sul commercio, che si terranno durante le riunioni intermedie di Bonn del 2026, 2027 e 2028, con la partecipazione delle Parti e di altri attori interessati, tra cui il Centro per il Commercio Internazionale, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il percorso si concluderà con un evento ad alto livello nel 2028.

Finanza climatica
Per quanto non fosse centrale nell’agenda della COP30 di Belém e molte questioni siano state rimandate alla prossima COP, il tema dei finanziamenti è stato comunque affrontato in diversi tavoli negoziali. In particolare nella Mutirão Decision è stato inviato un messaggio incoraggiante sull’importanza di investire in resilienza e si è deciso di fare “sforzi per almeno triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035 rispetto ai livelli del 2025” nel contesto dell’accordo sul New Collective Quantified Goal (NCQG).
Ricordiamo che l’accordo adottato alla COP29 di Baku prevede che siano impegnati almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 “per l’azione per il clima dei paesi in via di sviluppo da un’ampia varietà di fonti, con i paesi sviluppati in prima linea” e invita tutti i Paesi e tutti gli attori (pubblico e privato) a collaborare per aumentare i finanziamenti ai paesi in via di sviluppo per l’azione per il clima, fino ad almeno 1300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.
2. Mitigazione: il Programma di lavoro per l’ambizione e l’attuazione della mitigazione
In attesa di capire se l’eventuale Roadmap sul transition away ne avrebbe preso il posto, alla COP30 si è negoziato in parallelo sul Programma di lavoro per l’ambizione e l’attuazione della mitigazione. Il Programma è stato istituito nel 2021 per incrementare l’ambizione e l’attuazione della mitigazione e offre alle Parti uno spazio per discutere argomenti relativi alla mitigazione e adottare decisioni che possano orientare ulteriori azioni in settori specifici che a Belém si sono focalizzati sugli aspetti pratici della decarbonizzazione nel settore foreste e rifiuti. Il problema non risolto è quale futuro dare al Programma che si concluderà il prossimo anno e quali saranno gli argomenti di discussione dei dialoghi del 2026.
Diversi sono stati gli interventi critici delle Parti e in particolare nella plenaria di chiusura la Colombia ha espresso la propria opposizione all’adozione della decisione del Programma chiedendo di stabilire che i temi dei dialoghi globali del 2026 siano l’industria e i percorsi per attuare la transizione dai combustibili fossili in modo giusto, ordinato ed equo, in linea con le migliori conoscenze scientifiche disponibili, per mantenere a portata di mano l’obiettivo di 1,5°C. Il Presidente Corrêa do Lago ha dovuto sospendere la plenaria per consultarsi con le Parti e in conclusione ha demandato ai negoziati intermedi di Bonn della primavera 2026 la prosecuzione della discussione.
Questa conclusione se si somma al nulla di fatto poi sulla Roadmap sul transition away segna probabilmente il punto più critico di questa COP, viste anche le alte aspettative iniziali, rispetto alla necessità urgente di strumenti adeguati per la riduzione delle emissioni di gas serra ad iniziare dall’abbandono delle fonti fossili. La COP30 ha mantenuto nei sui testi finali i riferimenti alla soglia di 1,5°C come previsto dall’Accordo di Parigi ma non ha previsto gli strumenti indispensabili per renderlo ancora praticabile.
Si tratta ormai di una soglia che ha più una “valenza politica” per orientare l’urgenza dell’azione visto che la scienza del clima ha messo in guardia che il suo superamento in un futuro vicino potrebbe essere stabile ma tutto sommato ancora controllabile per fare rientrare la Terra in una zona di sicurezza in cui comunque poter rallentare il riscaldamento in atto.

3. Adattamento
In tema di adattamento c’era una significativa aspettativa durante la COP30 sul fatto che i negoziatori concordassero un elenco di “indicatori” che avrebbero consentito ai Paesi di misurare i propri progressi nell’ambito dell’Obiettivo globale di adattamento (GGA) definito dall’Accordo di Parigi per “rafforzare la capacità di adattamento, resilienza e ridurre la vulnerabilità”.
Le Parti hanno avviato un programma di lavoro per dare corpo a questo Obiettivo globale di adattamento che in particolare ha coinvolto un gruppo di esperti che dopo due anni di lavoro ha prodotto una relazione tecnica e proposto un elenco di 100 indicatori di adattamento che hanno costituito la base per la discussione dei negoziatori a Belém.
Il risultato finale, frutto di aspre discussioni e anche di lamentele sul processo decisionale adottato, ha portato alla adozione formale di un quadro di riferimento per guidare il lavoro globale sull’adattamento e di un numero di indicatori, seppur ridotto a 59, che sono tuttavia volontari e non prescrittivi demandando ai prossimi due anni il lavoro di completamento del percorso che si concluderà solo alla COP di Addis Abeba nel 2027 accumulando pertanto un significativo ritardo rispetto alla necessità di implementare le misure di adattamento e di poterne monitorare l’efficacia.
Un ritardo che tra l’altro è stato enfatizzato dalla mancanza di progressi osservata nella formulazione e nell’attuazione dei Piani Nazionali di Adattamento e dalla inadeguatezza constatata degli impegni finanziari nell’ambito del Fondo di Adattamento che di fatto stanno impedendo ai Paesi in via di sviluppo di ridurre la propria vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici.
4. Il nuovo Piano di azione per la parità di genere
Si tratta di uno dei risultati più significativi raggiunti alla COP30 Belém. Dopo l’avvio di un percorso di lavoro, il Lima work programme, stabilito alla COP20 per promuovere politiche e azioni climatiche attente alle questioni di genere nell’ambito dell’UNFCCC, un primo Piano di azione (Gender Action Plan – GAP) è stato approvato alla COP 23. In seguito alla COP 29 di Baku le Parti hanno rinnovato il Lima work programme in previsione dell’approvazione di un nuovo Piano di azione che ha visto finalmente la sua adozione a Belém e che sarà operativo nel periodo 2026-2034.
Non è stato un percorso facile data la costante ritrosia per ragioni culturali e religiose del gruppo dei Paesi Arabi, dell’Iran, della Russia e non ultimo della Santa Sede che ha raccolto nella plenaria conclusiva i fischi della platea di fronte alle sue critiche al Piano.
Non è un Piano che ancora soddisfa del tutto le componenti della società civile, il testo infatti indebolisce il linguaggio e non contiene richiami ai diritti umani, ma si può riconoscere che ora ci sono dei riferimenti formali importanti per perseguire l’equilibrio di genere e integrare le considerazioni di genere nelle politiche nazionali.

5. Il Programma di lavoro per una transizione giusta (JTWP)
Altro punto di relativo successo di questa COP30 è stato la decisione delle Parti di “sviluppare il meccanismo per la transizione giusta” e di lavorare alla sua operatività entro la COP31 nel 2026. La decisione è il frutto anche di una forte pressione da parte dei diversi gruppi della società civile che si sono espressi con documenti e azioni dimostrative nelle due settimane di negoziazione.
Seppur un risultato di compromesso, si tratta di un passo fondamentale per assicurare che la transizione climatica sia “giusta” quindi efficace, equa e inclusiva, attraverso un meccanismo che sia in grado di “rispettare, promuovere e realizzare tutti i diritti umani e i diritti del lavoro, il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile, il diritto alla salute, i diritti dei popoli indigeni, delle persone di origine africana, delle comunità locali, dei migranti, dei bambini, delle persone con disabilità e delle persone in situazioni vulnerabili, e il diritto allo sviluppo, nonché l’uguaglianza di genere, l’emancipazione delle donne e l’equità intergenerazionale”.
6. Perdita e Danni
Nonostante le tensioni, i negoziatori della COP30 sono riusciti a concordare su diversi testi, tra cui l’approvazione dei report annuali 2025 e 2024, quest’ultimo non concluso lo scorso anno, e una “revisione” del Warsaw International Mechanism (WIM), l’organismo incaricato di attuare i mandati relativi a perdite e danni, compito che si è rivelato difficile da concludere nell’ultimo anno.
Il nodo cruciale è rimasto tuttavia quello dei finanziamenti data la mancanza di nuovi impegni da parte dei paesi sviluppati. Il finanziamento per le perdite e i danni nei paesi in via di sviluppo è da tempo un tema delicato nei colloqui ONU sul clima, che hanno sempre visto i paesi sviluppati cercare di bloccare le discussioni sull’argomento a fronte di richieste sempre più urgenti dei Paesi in via di sviluppo che si trovano ad affrontare costi sempre più ingenti a causa dai danni osservati.
Per assistere i Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, inclusi eventi meteorologici estremi ed eventi a lenta insorgenza, nella risposta alle perdite e danni da questi generate, è stato istituito nel 2022 il Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), reso operativo nel 2023. La Banca Mondiale è stata invitata a fungere da segretariato ospitante e fiduciario del Fondo per un periodo provvisorio di quattro anni.
I progressi nel “riempimento” del Fondo sono stati lenti e anche a Belém molti osservatori e negoziatori hanno manifestato un senso di frustrazione per la lentezza dei progressi nei negoziati, nonché per la mancanza di nuovi impegni finanziari da parte dei paesi sviluppati.

7. Agricoltura e cibo
Con il gigante dell’agroindustria brasiliano che ha ospitato il vertice di quest’anno, molti si aspettavano che la COP30 si concentrasse maggiormente sul tema dell’agricoltura e della alimentazione rispetto agli anni precedenti.
I negoziati formali per l’agricoltura e i sistemi alimentari presso l’UNFCCC rientrano nel “lavoro congiunto di Sharm el-Sheikh sull’attuazione dell’azione per il clima in materia di agricoltura e sicurezza alimentare” che è stato avviato nel 2022 (Joint work on implementation of climate action on agriculture and food security – SJWA). Il programma di lavoro quadriennale include la preparazione di una relazione di sintesi annuale sui lavori in materia di agricoltura svolti dagli organismi costituiti dal Segretariato, l’organizzazione di workshop e lo sviluppo di un portale online per consentire alle parti di condividere informazioni su progetti e iniziative pertinenti.
Dopo lunghe e accese discussioni non è stato raggiunto un risultato di sintesi in grado di accogliere tutti i pareri e pertanto ulteriori discussioni sono state rinviate all’anno prossimo.
8. Il tentativo di indebolire il ruolo della scienza
La COP30 si è caratterizzata per un rinnovato attacco al mondo scientifico da parte di alcuni Paesi da tempo particolarmente critici come quelli del gruppo arabo, in particolare l’Arabia Saudita, ma anche di India, Russia e Iran che si sono opposti ai riferimenti espliciti nei documenti sia all’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che a specifiche conclusioni dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia. Una assenza che è invece stata lamentata da molte altre Parti, incluse l’UE. Diversi osservatori hanno sottolineato come le discussioni della COP sul ruolo della scienza del clima siano diventate “più difficili” e “più politiche” con una resistenza crescente di un “piccolo gruppo di Paesi” legati perlopiù agli interessi fossili.
Tuttavia alla fine dei lavori in tema di “Ricerca e osservazione sistematica” il testo conclusivo presentato “accoglie con favore l’aggiornamento fornito dall’IPCC, durante l’Earth Information Day 2025, sui lavori del suo settimo ciclo di valutazione (AR7), e incoraggia l’IPCC a continuare a fornire informazioni rilevanti per le politiche”.
La COP30 non è invece riuscita a trovare un accordo sulla richiesta all’IPCC di allineare il suo settimo ciclo di valutazione con il secondo “bilancio globale” (Global Stocktake) previsto per il 2028 come stabilito dall’accordo di Parigi. Tuttavia il testo approvato a chiusura dei lavori in preparazione del prossimo Global Stocktake riconosce esplicitamente il ruolo dell’IPCC come fonte di best available science pur includendo contributi più rappresentativi da Paesi in via di Sviluppo e da istituzioni scientifice regionali e quindi non considerando più l’IPCC come unica fonte scientifica.
9. Il ruolo dell’informazione
In apertura dei lavori il 12 novembre, governi, istituzioni internazionali, scienziati e società civile hanno acceso durante la COP30 i riflettori su un nuovo fronte della lotta al cambiamento climatico: quello dell’informazione. In quell’occasione è stata presentata la Declaration on Information Integrity on Climate Change, una dichiarazione che punta a contrastare la disinformazione climatica e a difendere la credibilità della scienza.
Promossa dall’UNESCO e dalle Nazioni Unite nell’ambito della Global Initiative for Information Integrity on Climate Change, la dichiarazione riconosce che fake news, campagne di manipolazione e attacchi a scienziati e giornalisti rallentano l’azione climatica e minano il dibattito pubblico. I Paesi firmatari, con a capo il Brasile, si sono impegnati quindi a sostenere un’informazione basata su dati scientifici, a rafforzare il ruolo dei media indipendenti e a promuovere maggiore trasparenza e accessibilità anche sulle piattaforme digitali. Pur senza valore vincolante, il documento segna un passaggio simbolico importante poichè per la prima volta, l’integrità dell’informazione entra ufficialmente nell’agenda delle conferenze sul clima come elemento chiave per affrontare la crisi climatica.

