Di: Mariantonietta Popolizio
Mentor: Monica Malfatti
Crediti immagine di copertina: Scott Barbour/Getty Images
Gli Australian Open inaugurano la stagione del tennis, ma dietro l’atmosfera elettrizzante si cela uno dei tornei più stressanti del circuito: un mix di clima estremo, aspettative e un pubblico “vivace” mette alla prova non solo il fisico dei giocatori, ma soprattutto la loro tenuta mentale.
Quando l’ambiente condiziona il rendimento nel tennis
L’Australian Open è spesso definito “Happy Slam” per la sua atmosfera festosa e coinvolgente, capace di attirare un pubblico internazionale e renderlo uno dei tornei di tennis più amati. Accanto a questi punti di forza, però, emergono criticità significative.
La più discussa è il caldo: gennaio a Melbourne coincide con la piena estate, con temperature che oscillano tra i 30-40 °C, umidità elevata e superfici in cemento che immagazzinano calore, aggravando le condizioni di gioco. La durata dei match, spesso vere e proprie maratone, espone gli atleti a crampi, disidratazione e cali di lucidità, fino a malori anche gravi.
Non a caso, nel 2018 Gaël Monfils e Novak Djokovic definirono la situazione “al limite della giocabilità”. In alcune edizioni, inoltre, si sono verificati incendi (2020), con un peggioramento della qualità dell’aria, o violenti nubifragi che hanno messo sotto pressione le strutture del Melbourne Park. In risposta, gli organizzatori hanno introdotto tetti retrattili e l’ AO Heat Stress Scale, una scala su 5 livelli pensata per tutelare la salute degli atleti.

La criticità, tuttavia, non è solo termica: sospensioni e rinvii per maltempo o temperature estreme portano spesso a incontri disputati fino a notte fonda, con un calendario “affollato”, recuperi ridotti e orari imprevedibili. A incidere è anche un sonno compromesso, già messo alla prova da lunghi viaggi intercontinentali e jet-lag, soprattutto per chi arriva da Europa o Nord America.
Infine, pesa l’influenza del pubblico australiano, notoriamente “vivace”: per alcuni rappresenta una spinta emotiva, per altri una minaccia alla concentrazione nei momenti decisivi, come lamentato negli scorsi anni da Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas, protagonisti, durante alcuni match, di disturbi continui e provocazioni.
Il supporto psicologico: da optional a necessità strategica
Il tennis è uno sport individuale: nei momenti di difficoltà l’atleta è solo con sé stesso. In contesti come lo Slam australiano, le condizioni ambientali estreme, la pressione mediatica e il peso dell’evento amplificano stress e fragilità, rendendo evidente come senza un adeguato supporto mentale competere ad altissimo livello sia sempre più complesso. Per questo, negli ultimi anni, molti giocatori hanno integrato stabilmente la figura del mental coach nel proprio team, non più solo in situazioni di emergenza, ma attraverso un lavoro preventivo, continuativo o mirato a specifiche fasi della stagione.

Le aree di intervento dello psicologo sportivo nel tennis sono ampie e trasversali: dalla gestione dello stress e dell’ansia da prestazione, alla visualizzazione (simulazione mentale), dalla mindfulness (consapevolezza di sé) al goal setting (definizione degli obiettivi), passando per la costruzione di routine pre-partita e alle tecniche di respirazione utili ad affrontare caldo, tensione e momenti di pressione. Particolare attenzione è rivolta anche ai protocolli di ricentratura, fondamentali nei match disputati in condizioni climatiche e orarie estreme, così come alle strategie per trasformare il rumore del pubblico da possibile distrazione a risorsa.
Ma il lavoro psicologico non si esaurisce nella sola ottimizzazione della performance. Secondo gli esperti, infatti, il mental coach supporta gli atleti del tennis anche nella prevenzione del burnout e nella gestione delle difficoltà emotive che emergono dentro e fuori dal campo, favorendo lo sviluppo di resilienza, concentrazione e continuità mentale. Qualità decisive non solo nei tornei lunghi e ad alta intensità emotiva come uno Slam, ma anche per costruire carriere più solide, equilibrate e vissute con maggiore serenità.
Melbourne come specchio del cambiamento
Negli ultimi anni, l’Australian Open è stato il palcoscenico di storie emblematiche di questa evoluzione culturale.
- Madison Keys ha raccontato come un percorso terapeutico abbia preceduto la svolta culminata nella vittoria del titolo australiano nel 2025;
- Rafael Nadal ha più volte sottolineato l’impatto mentale dell’incertezza legata agli infortuni (che spesso ha vissuto in Australia);
- Andrej Rublëv e Naomi Ōsaka hanno ammesso le difficoltà nel gestire sovraccarico emotivo e pressione mediatica soprattutto nei grandi tornei;
- Carlos Alcaraz ha evidenziato gli effetti della poca stabilità, della lontananza dagli affetti e della monotonia;
- Jannik Sinner lavora da anni con il dottor Riccardo Ceccarelli (Formula Medicine) sulla gestione della tensione e sulla consapevolezza di sé, elementi chiave nei suoi numerosi successi, tra cui il suo primo titolo Slam conquistato proprio in Australia nel 2024.

Per trarre le conclusioni: la mente nel tennis – e nello sport in generale – è passata da essere un tabù a un vero vantaggio competitivo. Per lungo tempo, infatti, la componente di salute mentale è stata considerata un aspetto secondario, allenarla era visto come un segnale di debolezza. Oggi questa visione si sta ribaltando: in uno sport sempre più competitivo e logorante, il vero margine di differenza passa dalla capacità di conoscersi, gestirsi e resistere.

