Siamo tutti palestinesi! O forse no? 

Di Zoulikha Rezki
Mentorship Paulo Lima
palestinesi
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Una riflessione sulla rappresentazione dei soggetti palestinesi nella narrazione occidentale e sulla rappresentanza che occupano negli spazi di informazione.

di Zoulikha Rezki
Mentor: Paulo Lima

La causa palestinese spesso e volentieri viene trattata come una questione opinabile. Questo va di pari passo con una narrazione che delegittima le voci palestinesi. Questa riflessione parte da un fatto: il 26 novembre, il Coordinamento Unimib per la Palestina ha organizzato all’Università Bicocca di Milano un incontro con l’antropologa palestinese Ruba Salih, invitata a parlare di “Palestina, decolonizzazione e futuricidio”.

A fine incontro, una signora si è pronunciata con un’affermazione alquanto discutibile: “Alla fine siamo tutti palestinesi”. Per ovvie ragioni la signora è stata contestata dalla professoressa che non era lì solo in veste di antropologa ma anche in quanto soggetto politico palestinese. La relatrice, infastidita, ha reagito affermando che questa interpretazione fosse opinabile e che perfino l’attribuzione dell’identità palestinese, a suo avviso, potesse essere messa in discussione.

I palestinesi subiscono la narrazione

I palestinesi in quanto palestinesi non hanno molto spazio per parlare. Quando ce l’hanno – cercando di riappropriarsi di una narrazione che da sempre subiscono –  quello che dicono viene delegittimato, la loro testimonianza viene nullificata, privata del valore di verità.

Non importa nemmeno che autorità epistemica ricoprono: le soggettività palestinesi sono filtrate attraverso un giudizio di gradimento. Se non ricalcano l’immagine della vittima perfetta costruita e condizionata dal potere politico, allora le loro voci vengono delegittimate. Questo mancato ascolto viene da un mancato spazio che preveda la loro presenza.

La ‘vittima perfetta’ come tentativo di depoliticizzare i palestinesi 

In Italia abbiamo quindi un problema di spazi. Questo vale sia per l’ascolto dei palestinesi ma, ancora prima, nella concessione a loro di spazi per farsi ascoltare. Nella narrazione corrente che si fa sulla Palestina e dei palestinesi non si tiene conto delle loro voci: ciò comporta la presenza di condizioni come il contraddittorio, oppure di un soggetto non palestinese che faccia quasi da garanzia, restituendo legittimità alle voci palestinesi che da soli non hanno. Perché devono sempre essere, appunto, ciò che Mohammed El Kurd definisce ‘vittime perfette’ nel suo libro Vittime perfette e la politica del gradimento

Nel testo El Kurd analizza come la narrazione dominante – a discapito dei palestinesi – condizioni il nostro modo di relazionarci alla stessa causa palestinese, ossia dando vita a un sistema che seleziona attentamente “chi è degno di compassione, chi può parlare, chi può esistere e resistere”. I palestinesi nella narrazione che li disumanizza vengono infantilizzati, la loro rabbia viene sterilizzata e per ingraziarli all’opinione pubblica, vengono rappresentati solo come sfollati e annientati, santificati, e disposti al perdono. 

Rendere innocui i palestinesi, far loro ricoprire il ruolo di vittima perfetta nella narrazione, ha contribuito all’idea che la questione palestinese fosse opinabile. Eliminare la dimensione di soggetto politico, significa non riconoscere il popolo palestinese come oppresso da un colonizzatore. Al contrario, si supporta la credenza che il fatto che ci sia colonialismo, apartheid, pulizia etnica e genocidio siano questioni opinabili. Riconoscere la dimensione politica dei palestinesi significa riconoscere il colonialismo di insediamento che il popolo palestinese subisce.

Il contradditorio quando si parla di Palestina

Un ulteriore punto che ha contribuito all’idea di una causa palestinese opinabile è il contraddittorio. Un esempio interessante da analizzare a riguardo è la puntata di Pulp Podcast, uscita lo scorso 20 ottobre con ospite l’attivista italo-palestinese Karem Rohana che solleva esplicitamente il problema della rappresentazione palestinese negli spazi di informazione sostenendo che questi spazi vadano ripensati. 

Questo punto fondamentale viene recepito dallo spettatore come secondario per una serie di motivi che animano una discussione a inizio puntata. Rohana viene affiancato a un contraddittorio, l’editore Francesco Giubilei, sostenendo che il fatto che ci fosse solo lui non soddisfava le premesse che aveva posto, ovvero l’invito di alcuni membri del GPI (Giovani Palestinesi Italia). La scelta di Giubilei è stata fatta al fine di controbilanciare la retorica e il ruolo ingombrante che occupa nella propaganda filoisraeliana delle televisioni. 

Uno dei conduttori, Federico Lucia (Fedez) risponde alle critiche sollevate da Rohana sostenendo che sottrarsi dal dibattito faccia più male che bene e che sia un’occasione per smascherare posizioni e argomentazioni alquanto discutibili.

E’ proprio qui il principale problema di uno spazio che preveda il contraddittorio: non riconosce l’asimmetria di partenza e la sottorappresentanza dei palestinesi. Si punta a creare uno spazio neutrale quando i presupposti di questa neutralità nemmeno ci sono. Creare dibattito su una questione che già viene mortificata dalla narrazione dominante significa alimentare l’idea che la questione palestinese sia opinabile.

Questo non permette nemmeno un’analisi profonda della causa, al contrario, va ad alimentare una mancata comprensione di quei concetti che ancora vengono recepiti dall’opinione pubblica come tabù. Un esempio lampante è la legittimità di una resistenza armata nei territori occupati. Quello che emerge da uno spazio mediato dal contraddittorio non è una reale propensione all’ascolto e alla comprensione ma l’idea che ci sia una parte che ‘vince’ e una parte che ‘perde’, la tifoseria dipende da chi risulta più convincente a livello di retorica. 

Ripensare gli spazi 

Se c’è un’intolleranza nell’ascoltare la voce dei soggetti palestinesi, a stizzirsi perché il fatto che non siamo tutti palestinesi non è opinabile, è perché la narrazione si inserisce in un sistema di informazione e di spazi che i palestinesi non li prevede e che continua ad educarci a non vederli. 

Da una parte lo spazio viene concesso solo se ubbidiscono alla narrazione della vittima perfetta, quella strumentalizzabile dalla propaganda politica. Dall’altra se uno spazio si professa neutro e prevede un contraddittorio; continua a portare avanti l’idea di ‘questione palestinese opinabile’. 

Di fronte a una narrazione così sfaldata diventa imminente ripensare gli spazi. Essi devono essere in grado di tutelare la causa palestinese, ricollocando al centro i soggetti palestinesi, comprendendo che uno spazio eticamente giusto dovrebbe riconoscere l’asimmetria di potere, di voce e di rappresentazione. 

Creare uno spazio giusto è una questione etica e morale. Da una parte significa riconoscere la dignità dei palestinesi,  dall’altra vuol dire garantire a tutti il diritto a un’informazione vera e corretta, motore per mobilitarci per la causa.

Per approfondire

Nei mesi scorsi sul nostro sito sono stati pubblicati diversi articoli che trattano la questione palestinese sotto più punti di vista: Vivere in Palestina oggi e A scuola di resistenza: l’esperienza di Operazione Colomba in Palestina partono da un’intervista a un volontario di Operazione Colomba, mentre COP30 – “Ecocidio a Gaza”, dati e testimonianze tratta la guerra a Gaza anche dal punto di vista ambientale.

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