Il teatro oltre al palcoscenico: un laboratorio per la comunità

Di Emma Barile
Mentorship Ilaria Bionda
teatro sociale
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Grazie a un’intervista con l’educatrice Annalisa Lovat siamo entrati dietro le quinte del teatro che oltre allo spettacolo porta con sé un valore aggiunto: fare del bene.

di Emma Barile
Mentor: Ilaria Bionda
Nella foto di copertina: un momento di laboratorio teatrale di gruppo

Nell’immaginario collettivo, fare teatro significa recitare su un palcoscenico, imparare a memoria, stare davanti ad un pubblico. Chiaramente, poi, c’è molto altro che si cela nella fase di preparazione. Tuttavia, ci sono gruppi artistici che portano in scena un teatro da un’altra prospettiva e con un intento in più: fare del bene. Ce l’ha raccontato Annalisa Lovat, esperta ed educatrice di teatro che opera da più di 20 anni in molte realtà del sociale nel territorio della Marca Trevigiana. 

Annalisa Lovat – foto di Benedetta Folena

Gli inizi con il teatro

“Partiamo dagli inizi: in che modo ti sei avvicinata al teatro?”

“Intorno ai 22/23 anni sono entrata in una compagnia amatoriale come attrice. Non ho frequentato l’accademia, ma mi sono formata grazie all’incontro e allo studio mirato sotto la guida di diversi professionisti, concentrando l’impegno soprattutto sul teatro fisico (commedia dell’arte, biomeccanica…). Il mio “faro guida” è da sempre l’Odin Teatret di Eugenio Barba.

Una volta finita la laurea triennale in lettere, con l’idea di iscrivermi al DAMS di Bologna, nel 2005 ho scoperto il Master di I livello presso l’Università di Venezia chiamato ‘Linguaggi non verbali, performance, psicomotricità e musicoterapia’, un percorso che mi ha aperto gli occhi su una grande potenzialità nascosta del teatro: è il potere di trasformare; dal superamento di una semplice timidezza all’abbattimento di più importanti stigmi (disabilità, malattia mentale, limiti personali più o meno evidenti).”

Annalisa spiega come il suo percorso di educatrice, non a caso, sia iniziato proprio dai bambini: spesso si trattava di laboratori presso scuole, associazioni e strutture già esistenti, senza avere dunque una propria sede, che arriverà solo nel 2016/2017.

Scena tratta da ‘Robin Hood’, spettacolo del gruppo English on Stage KIDS 2023

“Il comune di Conegliano ha deciso di affidare una sede alle associazioni teatrali del comune”. Ed è lì che nasce la sua attuale associazione, Spazio T Lab. Inizialmente si occupava di corsi di teatro in inglese, ovvero ‘English on Stage’; poi, grazie al contributo di un’amica logopedista, Annalisa inizia a proporre anche un corso in italiano chiamato ‘Logoteatro’, un percorso dedicato inizialmente ai bambini di 3-6 anni che avevano concluso o stavano per concludere un percorso logopedico, e che avevano quindi bisogno di ‘mettere in pratica’ ed esercitare le competenze acquisite.

Il teatro sociale, con il fine di fare del bene

Cosa significa ‘teatro sociale’ e come si è declinato nei tuoi progetti?

“Teatro sociale è laboratorio. Il primo obiettivo non è lo spettacolo finale, anche se alla fine qualcosa nasce quasi sempre. Nel lavoro teatrale lo spettacolo è quasi implicito, perché fa parte di un lavoro di squadra. Prima, però, si forma il team e quando ha trovato le dinamiche di benessere e cambiamento, allora si può creare qualcosa. Teatro sociale parte dal senso di comunità. Il teatro fa bene a chi lo fa, ma fa bene anche a chi lo guarda.”

Ascolto di una storia durante un laboratorio

Nel raccontare le tre realtà nelle quali ha voluto portare la sua voce e le sue idee, Annalisa sottolinea come per lei il teatro sia strumento trasformatore, una dimensione in cui corpo e spazio sono gli elementi costituenti per poter costruire relazioni, comunicazione e dare libertà.

All’interno dell’Ass. La Nostra Famiglia, Annalisa lavora a contatto con bambini con disabilità: “In questo contesto il teatro fornisce un ambiente protetto in cui gestire le fragilità di una piccola comunità. L’idea è che gradualmente questo piccolo microcosmo si allarghi e intrecci con il mondo esterno, permettendo ai partecipanti di portare anche fuori le loro neoacquisite sicurezze.”

Il carcere di Venezia è, invece, una realtà ben diversa: un altro contesto in cui Annalisa ha recentemente operato, prendendo parte a un laboratorio intensivo, sotto la guida del formatore Michalis Traitsis. “Un ambiente duro, quello del carcere, dove esseri umani di diverse culture, età, provenienze si trovano a convivere per un periodo più o meno lungo. La pratica teatrale può rivelarsi anche qui un inaspettato strumento di relazione e comunicazione.”

Teatro per instaurare benessere

In ultimo Annalisa parla anche del progetto con la Piccola Comunità: “L’obiettivo è di instaurare il benessere della relazione, dando loro possibilità comunicative e di espressione di sé, perché spesso non tutti hanno l’opportunità, nella vita di tutti i giorni, di esprimere ciò che pensano o hanno dentro. C’è chi ha dentro un mondo e non lo dice mai a nessuno. Tramite il teatro e un clima di fiducia che si costruisce di incontro in incontro, tramite il gioco e lo stare bene insieme, si arriva a parlare di sé e questo aiuta gli altri ad aprire gli occhi su di te”.

Con questa chiave di lettura, allora, il teatro assume un significato diverso. Non è quell’impalcatura di attori e attrici talentuosi che imparano a memoria copioni lunghissimi. È uno strumento potente, capace di includere tutti, offrendo uno spazio libero in cui potersi esprimere e valorizzare le proprie diversità.

Per saperne di più

Se ti interessa il teatro dedicato al sociale, ti proponiamo di approfondire i progetti di Paolo Ruffini, ossia due spettacoli realizzati coinvolgendo persone con sindrome di Down: Up&Down e Din don down. Inoltre, presto, sempre sul sito di Agenzia di Stampa Giovanile, condivideremo due articoli che parlano di progetti che coinvolgono le persone in carcere.

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Emma Barile

Innamorata dei libri da quando riuscivo a malapena a tenerne uno in mano, mi sono laureata in lingue straniere, ampliando così il mio raggio d’azione letterario. Non contenta delle storie scritte, ho iniziato ad apprezzarle anche attraverso l’ascolto di chi le ha vissute. Ho iniziato così, di volta in volta, a collezionare luoghi, volti, aneddoti e desideri, che spero un giorno di poter raccontare. Al momento, mentre lavoro per realizzare il mio sogno di gestire una libreria in Scozia, organizzo viaggi, faccio lavori a uncinetto e, ogni tanto, scrivo.

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