COP30 – Tra ambizione, limiti e nuove aperture: cosa ci lascia Belém

Di Paulo Lima
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La COP30 di Belém si è chiusa con un accordo che, come è successo per le ultime COP, ha tante luci e tante ombre.

Di Paulo Lima

I risultati di una COP non si esauriscono nelle decisioni formali prese dalle Parti: essi riflettono e orientano il modo in cui si fa politica climatica nel mondo. E non solo a livello istituzionale, ma anche nella vita quotidiana: nelle famiglie, nelle scuole e università, nelle associazioni e movimenti sociali e ambientalisti.

La COP non è solo il testo negoziato e approvato per consenso nella Blue Zone, in due settimane di incontri tra delegazioni diplomatiche. È anche tutto ciò che avviene prima e dopo, dentro e fuori gli spazi regolati dalla burocrazia. È la Green Zone, che quest’anno ha accolto oltre 100.000 cittadini di Belém. È la trentina di spazi di dibattito diffusi in città, che hanno coinvolto persone talvolta ancora poco consapevoli dell’urgenza climatica. È la Cúpula dos Povos, con la partecipazione di oltre 23.000 rappresentanti della società civile di 63 Paesi.

Un appello importante, ma ancora troppo timido

Ma la realtà è che la COP30 si è conclusa sabato 22 novembre con un appello significativo, ma non ancora all’altezza dell’urgenza climatica. Belém ha ricordato al mondo che il tempo incalza: eppure la risposta collettiva – il mutirão – procede più con il passo esitante che con il balzo necessario. Non sorprende che alcuni osservatori abbiano parlato di “Flop” più che di COP.

E tuttavia, anche in un contesto segnato da tensioni geopolitiche, crisi economiche e attacchi politici diretti – come quelli di Donald Trump alla COP – la Conferenza è riuscita a mantenere vivo lo spirito dell’Accordo di Parigi. Proprio questa resilienza del processo multilaterale ha permesso di rilanciare con forza la necessità di ridurre rapidamente le emissioni e di triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035.

Come ha ricordato la ministra brasiliana dell’Ambiente, Marina Silva, “nonostante ritardi, contraddizioni e dispute, esiste una continuità tra l’ambizione della Rio ’92 e l’impegno attuale. Che possiamo continuare a essere capaci di cooperare”.

La Mutirão Decision: passi avanti senza nominare i fossili

Il documento principale della COP, la Mutirão Decision – “Unire l’umanità in una mobilitazione globale contro il cambiamento climatico”, non menziona esplicitamente i combustibili fossili, né accoglie l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione. Introduce però nuovi strumenti importanti per accelerare la transizione energetica: Global Implementation Accelerator e Belém Mission to 1.5. Queste iniziative puntano a sostenere gli Stati nello sviluppo di percorsi nazionali verso l’uscita dai combustibili fossili, proseguendo la traiettoria avviata a Dubai nel 2023. L’obiettivo dichiarato: superare la stagione delle promesse e inaugurare quella dell’implementazione.

Diritti e giustizia: il riconoscimento delle persone di origine africana

Per la prima volta nella storia dei negoziati ONU sul clima, un testo ufficiale menziona esplicitamente le persone di discendenza africana. Un risultato frutto della pressione dei movimenti neri e del lavoro diplomatico di Brasile e Colombia.

Il riferimento riconosce due verità chiave: il contributo delle popolazioni nere alla protezione dell’ambiente e la loro esposizione sproporzionata agli impatti della crisi climatica. Pur trattandosi di un passo storico, le aspettative dei movimenti restano più ambiziose: rappresentanza ufficiale, maggiore partecipazione politica e finanziamenti dedicati sono ancora traguardi da raggiungere.

L’infanzia entra nella diplomazia climatica internazionale

La COP30 sarà ricordata anche come la COP che ha portato bambini e adolescenti al centro dell’agenda climatica internazionale. Non solo per la mobilitazione senza precedenti (100 MiniCOP dei Bambini realizzate in 10 Paesi) , ma anche per il risultato concreto: il documento principale cita esplicitamente la protezione dei minori dagli impatti della crisi climatica. Un riconoscimento atteso da anni da organizzazioni per i diritti dell’infanzia e da esperti di salute pubblica. “L’inserimento di questo riferimento rappresenta un passo simbolico ma significativo, anche se manca ancora un impegno chiaro sui combustibili fossili, la principale minaccia al futuro dei bambini”, afferma João Paulo Amaral dell’Istituto Alana.

Adattamento: gli indicatori di Belém e la sfida delle risorse

Tra i risultati più rilevanti figura l’approvazione dei 59 Indicatori di Adattamento di Belém, parte del processo della Global Goal on Adaptation. Inizialmente si puntava a 100 indicatori, ma il pacchetto finale è comunque considerato un passo avanti importante. Gli indicatori saranno volontari, ma utili per orientare le politiche nazionali. È stato inoltre creato un processo biennale – la Visão de Belém-Addis (COP32) – per sviluppare le linee guida operative. Il testo finale chiede di triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, evidenziando come le risorse attuali siano “drammaticamente insufficienti”.

Indigeni e mitigazione: dalla tutela delle foreste alla transizione giusta

Un altro punto rilevante è il rafforzamento del ruolo dei popoli indigeni nella gestione sostenibile delle foreste, nella conservazione degli stock di carbonio e nella resilienza climatica. Il testo chiede di integrare le loro conoscenze tradizionali e proteggere i territori da cui dipende la loro sopravvivenza.

La COP30 introduce anche il Programma di Lavoro sulla Transizione Giusta, che propone un meccanismo internazionale per sostenere i Paesi in via di sviluppo nella trasformazione verso economie a basse emissioni. Tra le priorità: assistenza tecnica, inclusione sociale e politiche nazionali coerenti.

Bilancio finale della COP: progressi reali, sfide enormi

La COP30 lascia in eredità:

  • un riconoscimento storico di gruppi marginalizzati;
  • avanzamenti concreti nella Global Goal on Adaptation;
  • una forte spinta sulla finanza climatica;
  • un rafforzamento del ruolo delle comunità indigene;
  • i primi passi verso un meccanismo globale per la transizione giusta.

Ma restano lacune significative:

  • finanziamenti ancora insufficienti;
  • tempistiche lente sui tagli alle emissioni;
  • mancanza di impegni vincolanti sui combustibili fossili.

Il messaggio finale è chiaro: il decennio decisivo è iniziato e richiede azioni immediate, giuste e globali. Belém dimostra che la strada è ancora aperta — ma solo un impegno politico costante, a tutti i livelli, potrà mantenere l’obiettivo di 1,5 °C alla portata.

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