Di Annika Zamboni
Foto di Paulo Lima e Rafa Neddermeyer/COP30
Intervista a Elisa Calliari
La COP30 di Belém è stata definita da molti come una Conferenza “delle persone”: vivace, partecipata, animata dalla società civile, dalle comunità indigene e da spazi di dialogo aperto. Ma dietro le immagini colorate e gli eventi pubblici esiste un’altra COP, meno visibile ma cruciale: quella dei negoziatori, coloro che per due settimane lavorano giorno e notte per tradurre discussioni complesse e interessi geopolitici in accordi climatici condivisi.
Tra queste persone c’è anche una trentina: Elisa Calliari, originaria di Volano, ricercatrice e negoziatrice per il Governo italiano. Laureata in scienze internazionali e diplomatiche e con un dottorato sui cambiamenti climatici conseguito a Venezia, Elisa fa parte della delegazione che, sul piano tecnico, supporta il Ministero dell’Ambiente nei negoziati ONU. Il suo percorso è iniziato nel 2014, quando partecipò al progetto “Racconta il clima alla COP20”, promosso dall’associazione Viração&Jangada e Agenzia di Stampa Giovanile: un’esperienza che le ha aperto la strada verso il mondo delle Conferenze sul Clima.
Di cosa si occupa Elisa

Elisa ci spiega che la delegazione dell’Italia è basata su un modello misto che unisce funzionari ministeriali ed esperti provenienti da centri di ricerca come il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC) e Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Un gruppo di lavoro ibrido che lavora in sinergia.
Dentro la COP, le trattative si muovono lungo tre grandi pilastri: mitigazione (ridurre le emissioni), adattamento (prepararsi agli impatti climatici) e finanza. Elisa si occupa di perdite e danni, gli impatti più severi del cambiamento climatico che superano la capacità delle persone e degli ecosistemi di adattarsi. Elisa ci racconta che i negoziati su perdite e danni procedono soprattutto sul piano operativo: rendere attivo il nuovo fondo approvato nelle COP precedenti e definire i meccanismi di supporto tecnico ai Paesi più vulnerabili. Un lavoro lungo e complesso: solo su questo documento si sono accumulate più di settanta ore di discussione in dieci giorni.
Nonostante questa COP fosse quella dell’adattamento, Elisa è concentrata sul tema delle perdite e danni in maniera molto fitta, e ci racconta di non avere tempo per seguire tutti gli altri negoziati sugli altri temi. Le giornate tipo dei negoziatori sono, infatti, serratissime. Si parte alle nove con il coordinamento tra i delegati europei; alle dieci iniziano i negoziati ufficiali che proseguono spesso fino a tarda sera. Nei temi più delicati, per velocizzare il processo, si entra in stanze più ristrette tra i gruppi negoziali dove si lavora direttamente riga per riga sul testo.
Dinamiche intrecciate
Ma la tecnica non basta. A ogni passo, le dinamiche geopolitiche si intrecciano con le procedure. Formalmente, alle COP vale il principio del consenso: ogni Paese ha lo stesso potere di veto. In pratica, però, a fare la differenza sono le dimensioni e le risorse delle delegazioni. Alcuni Stati possono seguire decine di tavoli contemporaneamente; altri, molto piccoli, faticano a coprirne diversi. Per questo figure come Elisa, esperti che affiancano la diplomazia, sono cruciali per mantenere alto il livello tecnico delle posizioni europee.
Accanto alle differenze di capacità, ci sono poi alleanze e blocchi negoziali: dal G77+Cina alle piccole isole, fino al gruppo arabo, spesso critico quando nei documenti in discussione si parla di diritti umani. Sono equilibri delicati, che possono accelerare o fermare un intero processo.
Cosa rende allora possibile arrivare a un accordo? Quest’anno la presidenza brasiliana sta puntando su un approccio “a pacchetto”, ereditato dalla prima Conferenza di Rio del 1992: tenere insieme tutti i pezzi del negoziato, in modo che non sia possibile far saltare un punto senza far crollare l’intero equilibrio. L’obiettivo, ci racconta Elisa, non è che tutti siano soddisfatti, ma che nessuno sia così insoddisfatto da bloccare tutto.
Dietro le grandi dichiarazioni, insomma, la COP è fatta di lavoro paziente, compromessi, ore di confronto e una diplomazia climatica che vive di dettagli, virgole e relazioni umane. E da questo lavoro nascono gli accordi globali che, nel bene o nel male, definiscono il futuro del clima.
Articolo originale pubblicato sull’edizione cartacea del 21 novembre de Il T Quotidiano, nostro media partner sulla cui sezione Terra Madre ospita i nostri racconti della COP30 di Belém.
