Di Margo Blaha e Eleonora Zomer
Nella Green Zone della COP30, la parte della Conferenza aperta a ONG, attivisti e pubblico, l’evento “Ecocidio a Gaza” ha messo al centro una realtà ampiamente documentata da agenzie internazionali e organizzazioni per i diritti umani: la distruzione sistematica dell’ambiente, delle infrastrutture civili e del sistema agricolo nella Striscia di Gaza.
Si è parlato di numeri, di suolo, di acqua, di rifiuti. Ma soprattutto si è parlato di persone. Perché a Gaza, come ha ricordato ogni speaker presente, la distruzione dell’ambiente è un’arma di guerra.
La devastazione di Gaza: numeri che non si possono ignorare
La definizione giuridica internazionale di ecocidio è l’insieme di atti illegali o arbitrari compiuti con la consapevolezza di causare un danno grave, diffuso o duraturo all’ambiente. A Gaza, tutte le condizioni sono presenti, e le conseguenze peggiorano ogni giorno. Secondo i dati diffusi dalla FAO, dall’ottobre 2023 agli anni successivi oltre l’86% delle terre agricole di Gaza è stato distrutto. Dei 15.000 ettari coltivati prima dei bombardamenti, nel 2025 solo 2.090 risultano ancora fisicamente esistenti, ma appena 232 ettari, cioè l’1,5% dell’intera superficie agricola, sono considerati davvero coltivabili e sicuri. Nella regione settentrionale la distruzione sfiora il 94%. Inoltre, l’80% della popolazione è in emergenza alimentare, con il 32% che si trova in condizioni classificate come catastrofiche (IPC, 2025).
Un territorio quasi cancellato
I racconti e le immagini portate dagli attivisti mostrano un paesaggio di fiumi di liquami, macerie, rifiuti, falde contaminate. Dopo il taglio del carburante, le pompe non hanno più funzionato: 100.000 metri cubi di acque reflue al giorno finivano direttamente in mare. Inoltre, i danni alle tubature hanno fatto sì che le strade si riempissero di liquami.

A Rafah “il puzzo di plastica bruciata, di carburanti improvvisati e di bombe è così forte che ho vomitato per giorni”, racconta un abitante. Nel frattempo, oltre 70.000 tonnellate di rifiuti solidi si sono accumulate dal 7 ottobre, con almeno 60 discariche informali identificate da ONG ambientali. Wim Zwijnenburg, responsabile del Progetto per il Disarmo Umanitario dell’organizzazione pacifista olandese PAX, sintetizza così: “Guerra significa sempre collasso. Ma a Gaza la distruzione riguarda ogni cosa da cui dipende la vita civile.”
Thiago Ávila: “Ecocidio e genocidio fanno parte dello stesso sistema”
Tra i momenti dell’evento c’è stato il discorso dell’attivista brasiliano Thiago Ávila, protagonista di movimenti climatici e sociali in Amazzonia e organizzatore della Global Sumud Flotilla. Ávila ha riportato al pubblico una lettura globale: ciò che accade a Gaza e ciò che accade in Amazzonia hanno una radice comune. “Stiamo assistendo a due battaglie fondamentali per il futuro dell’umanità e della natura” – dice Ávila – “una è la lotta contro l’ecocidio. L’altra è fermare il sistema che produce questo ecocidio, perché lo stesso sistema produce anche il genocidio. In Palestina, Sudan e Congo, le stesse aziende che traggono profitto dalla guerra e dal genocidio sono le stesse che traggono profitto dal trattamento della natura come una merce.”
Ávila ha ricordato anche il tempo trascorso nelle carceri israeliane nel 2025, dopo una missione umanitaria diretta a Gaza. Racconta minacce, isolamento, pressioni. Ma anche un punto di forza: “Loro hanno armi e odio. Noi abbiamo tutto il resto. Ho detto che tornerò in Palestina entro 200 giorni, e non da solo.”

Amazzonia e Palestina: parte della stessa lotta
A collegare i fili è intervenuto anche Túlio Aramont, professore e geografo. Ha sottolineato come la COP spesso eviti certi temi, e come la Green Zone sia invece uno spazio dove è ancora possibile discutere di ciò che non viene affrontato alla Blue Zone: “Essere pro-Palestina non significa essere antisemiti. Anche i palestinesi sono un popolo semita.” Ha poi evidenziato le analogie tra accaparramento di terre, violenze comunitarie e imposizione di modelli economici estrattivi tra Gaza e l’Amazzonia. “I popoli si ribellano, i paesi si ribellano e la loro sovranità cresce, come i popoli dell’Amazzonia, che stanno iniziando a vedere il loro protagonismo”
Perché questo evento conta
In mezzo alle narrative geopolitiche e agli slogan delle delegazioni ufficiali nella Blue Zone, la Green Zone ha offerto l’esperienza di chi vive e documenta la situazione in Palestina. Il messaggio della giornata è stato chiaro: non c’è giustizia climatica senza giustizia per Gaza, e riconoscere l’ecocidio è un passo indispensabile per restituire dignità, voce e futuro a un popolo a cui è stato tolto quasi tutto.
