COP30 – L’alto costo ambientale del conflitto in Ucraina

Di Annika Zamboni
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Dalle emissioni equivalenti a quelle di quattro Paesi europei alla ricostruzione low-carbon: alla COP30 l’Ucraina chiede la responsabilità per i danni ambientali della guerra e inaugura un nuovo capitolo del diritto climatico internazionale.

Le emissioni annuali combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia ammontano a quasi 237 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti. Questa cifra impressionante rappresenta anche le emissioni attribuite ai tre anni di guerra tra Russia e Ucraina.

Applicando un costo sociale del carbonio pari a 185 USD/tCO₂, il danno climatico generato dal conflitto supera i 43 miliardi di dollari: una stima dei futuri costi economici legati all’emissione di ogni tonnellata aggiuntiva di CO₂, un peso destinato a ricadere sulle popolazioni presenti e future.

La richiesta dell’Ucraina alla COP30

Durante un side event della COP30 dedicato agli impatti ambientali della guerra in Ucraina, Pavlo Kartashov, Vice Ministro dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura ucraino, ha sottolineato che le conseguenze della guerra colpiscono l’intera comunità internazionale e che la Russia deve pagare i danni che ha causato in questi anni. Con una quantificazione chiara e dimostrabile dalle decine di miliardi di dollari richiesti alla Russia, Kartashov ha aperto l’evento alla presentando un nuovo scenario, tecnico e politico, che rappresenta il primo caso di climate reparation (riparazione climatica) derivante da un conflitto.

La discussione globale sta ora cercando di individuare i progetti più adeguati per la compensazione e gli strumenti che permetteranno di tradurre questa responsabilità in azioni concrete. Nonostante la distruzione delle infrastrutture, l’instabilità energetica e le continue minacce alla sicurezza nazionale, l’Ucraina ha recentemente approvato il nuovo NDC (Nationally Determined Contribution), che mira a ridurre le emissioni del 65% entro il 2035 rispetto ai livelli del 1990. È un segnale politico forte: anche nel mezzo di un conflitto armato, il Paese sceglie di rimanere impegnato sui propri obiettivi climatici.

Uno scatto del side event alla COP30

I danni climatici documentati: il rapporto su cui si basa il dibattito

L’evento si è incentrato sulla presentazione del rapporto Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine (ottobre 2025) da parte di Lennard de Klerk, principale autore del report e parte dell’Initiative on GHG Accounting of War. Il rapporto in questione è fondamentale poiché quantifica con precisione l’impatto climatico del conflitto in Ucraina, compresi i dati sopra citati su emissioni della guerra e del costo sociale del carbonio che verrà richiesto alla Russia.

Il documento evidenzia come i principali contributi alle emissioni derivano dal settore bellico (34% del totale). Questa categoria di impatto comprende il consumo di combustibili fossili da parte delle forze armate (russe e ucraine), uso di munizioni, produzione di equipaggiamenti militari, fortificazioni.

Il secondo settore per contributo alle emissioni (27% del totale) è rappresentato dalla ricostruzione di edifici, trasporti, infrastrutture, industrie e servizi distrutti o danneggiati. La ricostruzione causerà emissioni significative, principalmente a causa dell’uso di materiali da costruzione ad alta intensità di carbonio come cemento e acciaio.

Il 21% del totale delle emissioni è rappresentato da quelle derivanti dagli incendi, sia boschivi che nell’ambiente urbano. Gli incendi boschivi rappresentano la parte più significativa di questi incendi, anche perchè il 2024, anno eccezionalmente caldo, ha visto incendi boschivi venti volte superiori alla media, amplificando ulteriormente gli incendi derivanti dalla guerra e, quindi, le relative emissioni. 

Le emissioni relative all’aviazione civile costituiscono il 9% del totale delle emissioni derivanti dal conflitto. Questo perché, con la chiusura dello spazio aereo ucraino al traffico commerciale e i divieti di sorvolo imposti sia dai Paesi occidentali sia dalla Russia, molte rotte fondamentali tra Europa e Asia sono diventate impraticabili. Circa 18 milioni di chilometri quadrati di spazio aereo non sono più accessibili per i voli di numerose compagnie occidentali. Un esempio pratico: prima della chiusura dello spazio aereo, un volo da Tokyo a Londra impiegava 12 ore, dopo la chiusura le ore impiegate ammontano a circa 15 ore. 

Il 7% delle emissioni totali deriva dalla distruzione delle infrastrutture energetiche e dei combustibili fossili. Durante i tre anni di guerra, questi impianti sono stati colpiti ripetutamente, perché eliminarli significa indebolire in modo critico la capacità dell’avversario di portare avanti operazioni militari. La distruzione ha avuto un impatto diretto, con la perdita delle riserve di carburante, e un impatto indiretto, compromettendo l’economia e riducendo la capacità di sostenere e finanziare lo sforzo bellico.

Infine, il 2% delle emissioni totali è legato agli spostamenti forzati della popolazione. Subito dopo l’invasione da parte della Russia del territorio ucraino, avvenuta il 24 febbraio 2022, milioni di persone hanno lasciato le proprie case: alcune si sono spostate verso ovest rimanendo all’interno del Paese come sfollati interni; altre sono emigrate in Europa o ancora più lontano come rifugiati. Anche molti cittadini russi hanno abbandonato il Paese per evitare la leva militare, la repressione o per altre ragioni. 

Distribuzione delle emissioni per categoria di impatto, Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, Initiative on GHG Accounting of War, ottobre 2025.

Il rapporto tecnico fonda le basi di una richiesta politica 

Il rapporto rappresenta un’innovazione su due fronti: innanzitutto perché ogni componente del danno climatico viene calcolata applicando criteri solidi come fonti satellitari, inventari industriali, dati energetici e criteri utilizzati per gli inventari nazionali delle emissioni, senza ricorrere a scorciatoie o stime grossolane. In secondo luogo, perché questo approccio è replicabile in altri contesti di conflitto, aprendo la possibilità di costruire una contabilità globale e rigorosa dei costi climatici della guerra. 

Non più valutazioni vaghe, quindi, ma dati verificabili, comparabili e potenzialmente spendibili anche in ambito giuridico. è proprio sulla base di questo rapporto, infatti, che si fonda la richiesta dell’Ucraina. La richiesta è legittimata dall’approvazione, nel 2022, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della risoluzione per istituire un International Mechanism for Reparation destinato a gestire i danni derivanti dagli atti illegali della Federazione Russa. 

La prima fase di questo meccanismo, oggi implementato sotto l’egida del Consiglio Europeo, consiste nel Registro dei Danni Causati dall’Aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina, che raccoglie le richieste di risarcimento presentate da persone fisiche, dallo Stato ucraino e da persone giuridiche. Le categorie risarcibili includono le misure per prevenire o limitare i danni, le attività di ripristino dell’ambiente e la compensazione per la perdita di valore ecologico intrinseco.

Sulla base di questo meccanismo e dei risultati del report, l’Ucraina presenterà nel 2026 la domanda di risarcimento. La richiesta dell’Ucraina è sostenuta da una storica pronuncia emessa a luglio di quest’anno dalla Corte Interazione di Giustizia, che ha affermato che un “ambiente pulito, sano e sostenibile” è un diritto umano, al pari dell’accesso all’acqua, al cibo e all’alloggio.

Tra gli usi previsti dei fondi di compensazione richiesti dallo Stato ucraino, la ricostruzione low-carbon occupa un ruolo centrale: materiali bio-based, acciaio e cemento a basse emissioni, riciclo dei detriti, efficienza energetica e rinnovabili rappresentano circa il 27% delle necessità. A queste si aggiungono interventi di ripristino forestale e paesaggistico (21%) e misure di adattamento e compensazione per la perdita di valore ecologico (52%). Questo processo non solo permetterà di ridurre al minimo i danni climatici della guerra, ma porrà le basi per la prima ricostruzione low-carbon di un Paese in uscita da un conflitto.

Nuove frontiere dell’accountability climatica

Guardando avanti, è chiaro che l’Ucraina dovrà affrontare ulteriori danni climatici, ma altrettanto evidente è che questi effetti non si limitano ai confini nazionali: la guerra ha conseguenze ambientali globali. La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati sono responsabili del cambiamento climatico, includendo nelle emissioni anche quelle derivanti da guerre e attività militari. 

Per il futuro, sono stati individuati alcuni elementi decisivi: la necessità di incrementare ulteriormente la raccolta e la documentazione scientifica dei dati sugli impatti; l’importanza di piattaforme di dialogo affidabili per mediare e negoziare; la capacità di articolare compromessi complessi attraverso strumenti adeguati; la centralità di istituzioni solide in uno Stato che esce dalla guerra; la consapevolezza che solo uno sforzo comune internazionale può affrontare i danni climatici.

In conclusione, il percorso avviato dall’Ucraina apre un capitolo completamente nuovo della responsabilità climatica internazionale. Per la prima volta, un Paese chiede un risarcimento di tale portata per l’aumento delle emissioni generate da una guerra: dalle tonnellate di CO₂ rilasciate dall’uso di combustibili fossili, cemento e acciaio, alla distruzione di ecosistemi e foreste. È un passaggio storico, che non riguarda solo l’Ucraina. Significa riconoscere che i conflitti non devastano soltanto territori e comunità, ma amplificano la crisi climatica globale.

Il lavoro tecnico e giuridico alla base di questa richiesta, dalle metodologie di contabilizzazione alle nuove pronunce della Corte Internazionale di Giustizia, crea un precedente che potrebbe cambiare il modo in cui il mondo affronta i danni ambientali della guerra e dei conflitti armati. Se la comunità internazionale saprà sostenerlo, questo processo potrà non solo garantire giustizia a chi ha subito l’aggressione, ma anche colmare un vuoto storico: rendere finalmente visibili, misurabili e risarcibili le emissioni nascoste dei conflitti armati.

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