Di Annika Zamboni
“Ogni anno potrebbero morire più di 250.000 persone. Il PIL globale potrebbe ridursi fino al 30%. Pertanto, la COP30 deve essere la COP della verità. È ora di prendere sul serio gli avvertimenti scientifici. È ora di affrontare la realtà e decidere se avremo il coraggio e la determinazione necessari per cambiare.” Con queste parole, Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, aveva aperto i lavori della Conferenza ONU sul Clima di Belém, nel cuore dell’Amazzonia.
Verità e contraddizioni
Una COP30 definita da molti la “COP della verità”, in un mondo dove eventi climatici estremi si moltiplicano, le siccità si alternano a piogge torrenziali, le temperature raggiungono record storici. In un mondo dove dietro ogni disastro ambientale ci sono conseguenze sociali sempre più gravi: migrazioni forzate, perdita di lavoro, crisi sanitarie e tensioni politiche. Eppure, quella che dovrebbe essere la Conferenza della svolta e appunto della verità rischia di essere percepita come la Conferenza delle contraddizioni.
A Belém, città simbolo della biodiversità mondiale ma anche delle disuguaglianze, la metà della popolazione vive nelle favelas, per le strade c’è chi fruga nell’immondizia alla ricerca di una lattina da rivendere e mancano infrastrutture adatte per gestire le piogge equatoriali che scendono ogni giorno. Ogni casa ha inferriate a porte e finestre, a testimonianza di una realtà fatta di fragilità e paura. Più contraddizioni che verità.
In questo contesto, viene naturale chiedersi: ha davvero senso organizzare la COP proprio qui, in una realtà che lotta quotidianamente con problemi sociali ed economici ben diversi da quelli discussi nei padiglioni climatizzati del summit? E, più in generale, perché tutte queste persone devono riunirsi in un unico punto? Non sarebbe più facile organizzare un convegno digitale con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi?
Un atto simbolico, politico, fondamentale
Organizzare la COP “della verità” in mezzo alle favelas amazzoniche non è solo simbolico; è fondamentale poiché questa non è solo una COP dei grandi negoziatori e dei governi: è la COP dei popoli, della società civile, delle comunità indigene che vivono in quella fragile natura tanto discussa dai grandi della Terra. Quelle stesse comunità che oggi sono tra le più colpite dalla crisi climatica, e che in questo contesto hanno l’opportunità di parlare e farsi sentire davanti al mondo.
In questo senso, la scelta di Belém è anche un atto politico e simbolico: portare il vertice globale nel cuore del Sud del mondo, dove il cambiamento climatico non è un grafico o un obiettivo da negoziare, ma una realtà quotidiana che tutti vivono sulla propria pelle. È l’occasione per chi arriva da un Occidente ricco e distante di vedere cosa significa davvero vivere in una realtà diversa ed affrontare ogni giorno problematiche ambientali, economiche e sociali. E qui ignorarle è davvero impossibile: basta uscire dai padiglioni scintillanti della COP e camminare poche centinaia di metri per rendersene conto.
Il senso di incontrarsi
Così come è importante la scelta del luogo, è essenziale anche l’incontro fisico annuale. Le COP sono fondamentali per far progredire l’attuazione dell’Accordo di Parigi, che nel 2025 compie dieci anni. Prima del 2015 le proiezioni indicavano un aumento di 3,5–4°C; oggi, grazie agli impegni presi, siamo intorno ai 2°C. Poco più di un grado “recuperato” può sembrare poco, ma, come nel corpo umano, basta un grado di febbre per alterare l’equilibrio.
Si potrebbe pensare che non sia necessario far viaggiare migliaia di partecipanti da tutto il mondo per una Conferenza sul clima. Eppure, essere fisicamente alla COP fa la differenza: il confronto, il dialogo e le relazioni che nascono di persona restano elementi insostituibili in un negoziato così complesso. Alla COP30, i Paesi si confrontano su decine di articoli che compongono la Convenzione e l’Accordo di Parigi: dalla riduzione delle emissioni all’adattamento, dalla finanza climatica alle perdite e danni. Ogni tema ha il suo tavolo, le sue tensioni, i suoi esperti.
Ritrovarsi nello stesso luogo permette di discutere, negoziare, cercare compromessi anche fuori dalle sale ufficiali, nei corridoi o durante gli incontri informali. Ci sono, poi, tutti coloro che non partecipano in prima persona ai negoziati: giornalisti, ricercatori, studenti, attivisti, rappresentanti delle ONG e dei popoli indigeni. Tutti qui per ascoltare e per farsi ascoltare, per capire e per raccontare. E forse è proprio questo il senso più profondo della COP30: tra le contraddizioni e le difficoltà, mettere in dialogo mondi che ancora oggi non si parlano abbastanza. Il mondo ricco e il mondo fragile, la politica e la scienza, il presente e il futuro.
Articolo originale pubblicato sull’edizione cartacea del 15 novembre de Il T Quotidiano, nostro media partner sulla cui sezione Terra Madre ospita i nostri racconti della COP30 di Belém.
