Di Roberto Barbiero, climatologo dell’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente della Provincia Autonoma di Trento
Foto di Midia Ninja
Off target: fuori obiettivo. E’ il titolo dell’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) in cui gli scienziati valutano i progressi in merito alla riduzione delle emissioni di gas serra a livello internazionale e gli impegni dei singoli Paesi espressi nei cosiddetti Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDCs, acronimo di Nationally Determined Contributions). Non è quindi un bel titolo perché con estrema chiarezza ci fa sapere che non ci siamo!
Dopo Parigi
A dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi sono stati fatti in realtà passi significativi nella riduzione delle emissioni di gas serra grazie a nuove politiche e nuovi strumenti di governance così come grazie a tecnologie sempre più efficaci e con costi competitivi che stanno consentendo la transizione verso energie più pulite e alla riduzione dei consumi.
Ma ciò ancora non basta per rispettare l’obiettivo stabilito dall’Accordo sul clima di Parigi di “limitare ben al di sotto di 2°C il riscaldamento medio globale a fine secolo rispetto all’era preindustriale e fare ogni sforzo per limitarlo al di sotto della soglia di 1.5 °C” questo al fine di ridurre significativamente i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici.
La cattiva notizia riguarda la prima soglia di 1,5°C ormai ritenuta impossibile da rispettare. A causa dei ritardi accumulati nel tagliare le emissioni di gas serra gli scienziati stimano infatti che entro i prossimi 5-10 anni la soglia di 1,5°C sarà superata ma l’ampiezza e la durata di questo superamento possono ancora essere limitati a condizione di una decisiva accelerazione della riduzione delle emissioni di gas serra che implica in particolare l’abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili il prima possibile. Un’accelerazione che tra l’altro potrebbe limitare i costi sempre più crescenti dei danni inflitti ad ecosistemi e popolazioni soprattutto nei Paesi più vulnerabili e poveri con meno risorse disponibili.
L’allerta degli scienziati
In apertura della COP30 gli scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia ha reso noto un aggiornamento sullo Stato del Clima a livello globale presentando i dati principali della crisi climatica in atto.
Se negli ultimi 10 anni la temperatura globale è stata stabilmente di circa 1,2°C superiore rispetto all’era pre-industriale (1850-1900), il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1850 con una temperatura media di 1,55 °C superiore al livello preindustriale, che lo rende il primo anno solare a superare la soglia di 1,5 °C.
Le conseguenze a livello globale sono un assaggio di quello che ci si può attendere nei prossimi anni e del rischio che può comportare il superamento di questa soglia che ci avvicina pericolosamente di quelli che gli scienziati chiamano i primi “punti di non ritorno” (tipping point). Si tratta in particolare del rischio del collasso delle barriere coralline tropicali; del degrado irreversibile della foresta amazzonica destinata a trasformarsi in savana; della fusione della calotta di ghiaccio della Groenlandia, del collasso parziale della calotta antartica occidentale e della riduzione della copertura di ghiaccio marino artico estivo; del degrado del permafrost, che può liberare enormi quantità di metano e CO₂ amplificando così il riscaldamento globale.
Tra il 1972 e la fine del 2023, la calotta glaciale della Groenlandia ha perso 6 Gt di ghiaccio, contribuendo per un totale di circa 17 mm all’innalzamento medio globale del livello del mare. Nello stesso periodo la calotta glaciale dell’Antartide ha perso quasi 5 Gt di ghiaccio, contribuendo per un totale di circa 13 mm all’innalzamento medio globale del livello del mare.

Eventi meteo estremi sempre più intensi
Gli effetti sulla popolazione e i danni causati in ottobre dall’uragano Melissa in Giamaica, Haiti e Cuba e in novembre dal tifone Fung-wong nelle Filippine sono solo l’ultima fase di una cronaca che narra di eventi meteo estremi sempre più frequenti e intensi, che si tratti di alluvioni, ondate di calore o siccità. E ce ne rendiamo conto tutti, non solo gli scienziati.
I motivi sono legati da un lato all’aumento della temperatura dell’atmosfera e degli oceani che consentono la presenza di maggiore umidità ed energia disponibile per l’innescarsi di eventi estremi e dall’altro alle alterazioni in atto nella circolazione atmosferica che ad esempio fanno sì che alte e basse pressioni si muovono più lentamente, quindi le perturbazioni e le ondate di calore durano di più e colpiscono pertanto più duramente le aree interessate.
Gli eventi estremi colpiscono ormai miliardi di persone al mondo con impatti a cascata sulla vita delle popolazioni, sui mezzi di sussistenza e sui sistemi alimentari e hanno contribuito a sfollamenti e migrazioni in diverse regioni. Secondo il World economic forum dal 2000 i disastri relativi ad eventi climatici hanno inflitto danni per oltre 3.6 trilioni di dollari a livello globale.
La risposta attesa dalla COP30
Il 2025 si avvia ad essere il secondo o terzo più caldo ma indica già che la via verso il superamento più stabile della soglia di 1,5°C è tracciata. La continuazione degli sforzi di mitigazione espressi delle attuali politiche può consentire di limitare il riscaldamento solo al di sotto dei 2,8°C mettendo quindi in forse anche la seconda soglia stabilita dall’Accordo sul clima di Parigi. Che fare allora? Dobbiamo assolutamente rallentare il riscaldamento in atto e farlo rientrare in una “zona sicura” che ci permetta di mettere in campo le necessarie misure di adattamento.
Una risposta urgente è attesa alla COP30. È indispensabile uscire il più rapidamente possibile dalla dipendenza dai combustibili fossili — carbone, gas e petrolio — avviando una transizione energetica profonda e accelerata.
Questa trasformazione, come avvertono gli scienziati, deve coinvolgere il settore dei trasporti, l’industria, la produzione di energia elettrica e i consumi negli edifici, che insieme sono responsabili di circa il 68% delle emissioni globali. Allo stesso tempo, è necessario intervenire sull’intero sistema alimentare che, considerando produzione, trasformazione, distribuzione, gestione dei rifiuti e l’energia impiegata lungo tutta la filiera, contribuisce per circa il 37% alle emissioni di gas serra.
Parallelamente, serve proteggere e rigenerare gli ecosistemi: foreste, aree umide, paesaggi agricoli, torbiere ed ecosistemi marini. Una particolare attenzione dovrà essere dedicata alla salvaguardia delle foreste tropicali, a partire dall’immenso patrimonio dell’Amazzonia. Sarà difficile a Belem perché le lobby dei combustibili fossili e dell’agribusiness faranno sentire la loro voce e la loro opposizione a ciò che dicono gli scienziati. Per questo sarà fondamentale il ruolo della società civile e in particolare della leadership delle comunità indigene amazzoniche.
I costi dell’inazione rischiano di essere altissimi nei prossimi anni: un dollaro investito in adattamento può generare fino a 19 dollari in perdite evitate, ci ricorda il World economic forum. La transizione conviene a tutti.
