COP 30 – I popoli indigeni: la voce della Terra

Di Annika Zamboni
La voce della Terra: i popoli indigeni alla COP30
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Durante il primo giorno dei negoziati COP30 in Amazzonia è risuonata come un'unica voce quella dei popoli indigeni provenienti da tutto il mondo. Una voce che invita a rimanere uniti e a ristabilire un equilibrio comune.

di Annika Zamboni

Primo giorno dei negoziati ONU sul Clima di Belém. In una sala silenziosa ma carica di energia, la voce dei popoli indigeni si è alzata come un richiamo antico che ha portato un invito urgente a riconnettersi con la Terra.

I popoli indigeni, provenienti da ogni angolo del Pianeta, dalle Hawaii al Messico, dal Benin alla Nuova Zelanda, rappresentanti di popoli così diversi tra loro hanno condiviso un messaggio comune: la natura non è una risorsa da sfruttare, ma una relazione da onorare. 

“Ciò che accade nell’acqua accade anche sulla Terra”

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Anelaokihau, navigatrice e attivista delle Hawaii, ha raccontato i cambiamenti drammatici che ha visto nel suo oceano.

“I coralli sono ormai grigi. Un tempo raccoglievamo le alghe in autunno per nutrirci, ora non ci sono più.”

Durante una traversata del Pacifico settentrionale, Anelaokihau ha raccontato di aver visto rifiuti ovunque, anche a 200 miglia dalla costa. “L’oceano è in pericolo. Per favore, salviamo il nostro oceano, perché siamo connessi: ciò che accade nell’acqua accade anche sulla terra.”.

Ha ricordato gli sforzi locali compiuti a Maui per regolamentare e ridurre l’inquinamento marino, ma ha ammonito che non basta. Le azioni locali devono essere accompagnate da decisioni globali.

La diversità come forza vitale

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Mindahi, rappresentante del popolo Otomi-Toltec Messico, ha parlato con parole cariche di spiritualità e urgenza.

“Siamo qui per un motivo: la vita. Abbiamo una relazione con la natura, e siamo qui per ricordare al mondo che abbiamo bisogno della diversità.”

Ha denunciato gli effetti devastanti della mercificazione della terra, e come il sistema economico globale stia “uccidendo la vita, le lingue, i popoli”, invitando a rallentare, a ripensare il concetto stesso di progresso e intelligenza.

“Gli esseri umani si credono i più intelligenti, ma siamo davvero tali? Dobbiamo imparare a vivere nel presente, perché questo è il tempo di agire. È tempo di chiederci, che tipo di specie vogliamo essere?” 

Ritrovare l’armonia con Madre Terra

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Jeff, membro della Spokane Tribe (Pacific Northwest, USA), ha raccontato la perdita graduale delle risorse e del legame con la terra: “decennio dopo decennio, giorno dopo giorno, ora dopo ora, vediamo le risorse diminuire.
I nostri antenati traevano il 70% dei nutrienti dal cibo locale. Dobbiamo ritrovare l’armonia con Madre Terra.”

Un messaggio di resistenza e continuità:“come primi popoli dell’America, restiamo e continueremo a lottare come i nostri antenati.”

La foresta come inizio e fine di tutto 

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Dal Benin, in Africa occidentale, Oussou ha ricordato che le foreste non sono solo ecosistemi, ma sistemi di conoscenza e spiritualità.

“Ogni foresta, ogni fiume, ogni animale ha diritto di esistere e di “piangere” […] Quando distruggi la tua casa, muori nella tua casa, e questo è ciò che stiamo facendo.”

Ha parlato dei diritti della natura, dell’acqua, delle piante e di quanto la sopravvivenza umana dipenda da essi: “All’inizio c’era la natura, alla fine ci sarà la natura. Veniamo dalla natura e torneremo alla natura. Ora è il momento di agire.”

“Portiamo con noi la prima forma di IA”

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Iniziando con un tipico canto, dalla Nuova Zelanda, Whaia, “tessitrice sonora”, ha portato una prospettiva poetica: “siamo qui nel respiro del pianeta. Portiamo con noi la prima forma di intelligenza artificiale: l’intelligenza degli antenati.”

Ha ricordato come i popoli Māori si considerino custodi dell’equilibrio tra terra, mente e spirito, un equilibrio oggi perduto. “Ascoltare la voce dei popoli indigeni è come ascoltare la voce della foresta e degli uccelli: l’ultima fonte divina rimasta.”

Il suo appello è chiaro: i finanziamenti per la transizione ecologica devono arrivare direttamente alle comunità indigene, perché siano loro a guidare le soluzioni sul campo.

Uniti per la Terra

I popoli indigeni alla COP30: la voce della Terra

Jacob, chiudendo l’incontro, ha espresso l’unità di tutte le comunità indigene presenti:“Restiamo uniti. Le nostre tradizioni e i nostri insegnamenti continueranno. Continueremo a combattere qui in Brasile e nel mondo. Ascoltateci.”

Alla COP30 di Belém, nel cuore dell’Amazzonia, la voce dei popoli indigeni è tornata a farsi sentire come quella della Terra stessa. Ed i responsabili di questa voce non sono solo quelli che popolano queste foreste, ma sono quelli di tutto il mondo, che uniti sotto lo stesso tetto trovano tematiche comuni per essere più forti ed ascoltati.

Qui non si parla di “salvare il pianeta”, ma di ristabilire un equilibrio, ricordandoci che non esiste giustizia climatica senza giustizia per i popoli indigeni e che la conoscenza ancestrale ed il ritorno ad un rapporto più intimo e profondo con la natura possono essere la chiave che cerchiamo per il nostro futuro. 

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