Come le Soluzioni Basate sulla Natura possono aiutarci a ridefinire la nostra resilienza

Di Margo Blaha
Mentorship Paulo Lima
Traduzione Ilaria Bionda
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In un mondo sempre più plasmato dagli estremi climatici, le Soluzioni Basate sulla Natura emergono come alternativa sempre più convincente.

di Margo Blaha
Mentor: Paulo Lima

L’immagine di copertina (fonte: Divisare) raffigura il Sanya Mangrove Park nella provincia cinese di Hainan, di Turenscape (Kongjian Yu).

In un periodo storico in cui le città si surriscaldano, allagano e espandono più velocemente di quanto si possa pianificare, le Soluzioni Basate sulla Natura stanno emergendo come uno dei modi più convincenti di riconnettere i sistemi umani con il mondo naturale. Ma possiamo davvero progettare città che prosperino insieme alla natura invece che contro di essa?

In un mondo sempre più plasmato dagli estremi climatici e dall’espansione urbana, le Soluzioni Basate sulla Natura (NbS) guadagnano sempre più attenzione come alternativa promettente alle soluzioni puramente ingegneristiche. Le NbS non solo promettono di proteggere le città dal calore, dalle inondazioni e dall’erosione, ma anche di ridefinire il modo in cui gli esseri umani coesistono con gli ecosistemi che li sostengono. 

In questo dialogo con il ricercatore Charles Hatfield, esploriamo come le NbS possono unire scienza, equità e immaginazione, dal ripristino delle mangrovie alla geoinformatica, passando dalle questioni legate alla salute, alla politica e all’etica. Il risultato è un ritratto della resilienza che non nasce dal controllo, ma dalla collaborazione con la natura.

Ripensare le infrastrutture con la natura come partner

Secondo Charlie Hatfield, ricercatore in ambito di pianificazione urbana e geoinformatica all’Università di Heidelberg, in Germania, la definizione di NbS è pragmatica quanto visionaria: “Le Soluzioni basate sulla Natura sono l’utilizzo della natura o dei processi naturali per risolvere le sfide che affrontiamo nella società”. Parole che non si allontanano molto da come la IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) definisce le NbS: “Azioni volte a proteggere, gestire e ripristinare ecosistemi naturali o modificati, che affrontano le sfide sociali in modo efficace e adattivo, apportando benefici al benessere umano e alla biodiversità”.

Dal ripristino dei fiumi e delle foreste di mangrovie, ai parchi “tascabili”, sino alle zone umide urbane: le NbS rappresentano un cambiamento radicale nel modo in cui dobbiamo pensare le infrastrutture, vedendole come dinamiche e autosufficienti.

Soluzioni basate sulla Natura
Area di ripristino delle mangrovie, foto stata scattata durante una visita al sito del progetto GEF Blue Forest www.gefblueforests.org. Immagine di Rob Barnes.

Tra gli esempi citati, quello ripristino delle foreste di mangrovie è sicuramente tra i più importanti. Come afferma Hatfield: “Le mangrovie sono il fiore all’occhiello delle Nbs”, in quanto riducono le inondazioni in aree costiere, attenuano le mareggiate, supportano la biodiversità e fungono anche come potenziali pozzi di assorbimento del carbonio. In questo caso sono però necessari alcuni avvertimenti contro l’eccessiva semplificazione: “Le foreste possono sia assorbire il carbonio, sia emetterlo: dipende da quanto sono sane”. Quindi, per quanto riguarda l’adattamento, le prove sono chiarissime, mentre per la mitigazione, la scienza può presentare delle complessità.

La dimensione sociale delle NbS

Questa distinzione tra adattarsi al cambiamento e prevenirlo è centrale: le NbS eccellono nell’adattamento proprio perché sono resilienti esse stesse. A differenza delle dighe marine che si erodono e richiedono una manutenzione costosa, le mangrovie ricrescono dopo le tempeste, imparando, in un certo senso, dalle stesse perturbazioni che sono chiamate a tamponare. “Le mangrovie sono delle soluzioni autosufficienti in un modo in cui le soluzioni ingegneristiche non possono essere” sottolinea il ricercatore. 

Inoltre, anche la tecnologia gioca un ruolo importante. Grazie alla geoinformatica, gli scienziati possono ora mappare dove le NbS potrebbero essere più efficaci, ma anche chi ne trae vantaggio e chi ne sostiene i costi. “La realtà del mondo è che non tutti affrontano gli stessi problemi né sono colpiti o esposti allo stesso modo, ma la geoinformatica e altri ambiti di studio simili possono davvero aiutare a identificare chi sono queste persone e dove si trovano. E non solo, aiutano anche a capire chi beneficerà maggiormente di ogni potenziale soluzione: questo è fondamentale perché è necessario bilanciare l’impatto del problema con l’impatto della soluzione in modo da distribuire gli effetti in maniera equa”.

In questo senso, tale mappatura diventa uno strumento di giustizia sociale, rivelando come la resilienza ambientale e quella sociale debbano evolvere di pari passo. 

Tuttavia, bilanciare le pressioni dello sviluppo urbano con la tutela degli spazi naturali resta, come afferma Hatfield, “il vero spauracchio della pianificazione urbana”. Questo perché, come avverte il ricercatore, il ripristino non è una soluzione rapida. Dobbiamo riconoscere che probabilmente non è possibile ripristinare gli ecosistemi al loro stato precedente: “La biodiversità che abbiamo e avevamo è il risultato di millenni, ma i danni che stiamo causando oggi sono di una tale portata e stanno avvenendo in un arco di tempo così breve che non c’è alcuna possibilità di ripristino nel breve periodo. Ogni sforzo di ripristino che facciamo oggi dovrebbe essere molto più grande del danno fatto per portare veramente dei benefici”.

Questo squilibrio temporale mette in discussione la logica di sviluppo a breve termine. Se accettiamo che il vero ripristino vada oltre la nostra vita, dobbiamo pianificare un orizzonte morale più lungo: uno che valorizzi la pazienza del tempo ecologico. 

“Il lasso di tempo in cui possiamo fare danni è molto più rapido di quello da cui possiamo riprenderci.”

Salute, rischio e città in evoluzione

Oltre alla resilienza climatica, le NbS hanno anche a che fare con la salute pubblica e il benessere umano. Il verde urbano, ad esempio, può raffrescare le città, mitigare la mortalità legata al caldo ma anche migliorare la salute mentale. Hatfield a proposito commenta: “Al momento purtroppo non stiamo facendo un buon lavoro riguardo progetti di NbS dai quali poter misurare l’impatto sulla salute umana: non è un problema delle NbS di per sé, ma proprio dei pochi progetti realizzati in grado di valutare effetti sanitari positivi o negativi”.

Sono pochissimi, infatti, i progetti che valutano rigorosamente i propri risultati in questi termini, e sono ancora meno quelli che anticipano le conseguenze indesiderate che potrebbero verificarsi. Hatfield utilizza come esempio le malattie trasmesse dalle zanzare.

“Le zanzare albopictus – portatrici di malattie quali la Dengue e la Chikungunya – si stanno diffondendo velocemente in Europa e in Nord America, dove apprezzano particolarmente gli spazi urbani verdi. Ciò è sicuramente rilevante per un progetto legato alle NbS perché quando si idea un nuovo parco o si ripristina la riva di un fiume, dopo i primi 5-10 anni di buona manutenzione grazie alla presenza del budget, la zona viene considerata come tutti gli altri spazi urbani della città, nessuno la gestisce nel modo corretto e diventa così un ambiente adatto alla proliferazione delle zanzare. Cresce così il rischio di epidemia. Questo è sicuramente un esempio estremo, ma è la realtà per molti progetti del genere”.

Una nuova etica di coesistenza

Il campo di ricerca di Charlie Hatfield si colloca nell’intersezione tra ecologia, dati e design. Da un lato, egli studia come gli ambienti urbani plasmano la popolazione di zanzare, con l’obiettivo di identificare quali tipologie di piante aumentano il rischio di malattie. Dall’altro, il ricercatore collabora con i colleghi del progetto Lily per costruire un database globale sulle NbS che unisca quelli esistenti nei diversi Paesi, poiché: “È una grave inefficienza che questi set di dati siano isolati. Stiamo creando un motore di ricerca per i progetti NbS in modo che chiunque, dai politici agli attivisti locali, possa imparare da ciò che è già stato fatto.”

Per il ricercatore, uno dei maggiori fraintendimenti legati alle NbS è legato al loro nome, in particolare al termine “soluzioni”: “Penso sia fondamentale riconoscere che i progetti NbS possano essere ottimi per affrontare un problema, ma non dovremmo aspettarci che bastino a risolverlo”. Si tratta di una questione di umiltà, che potrebbe rappresentare il cambiamento più radicale di tutti: sostituire l’illusione della padronanza con l’etica della convivenza.

Hatfield, in definitiva, non vede le NbS come una soluzione tecnica, ma come parte di una più ampia ridefinizione del progresso: “Credo che sia diffuso il rischio di fare eccessivo affidamento su qualsiasi cosa. Ma ciò che potrebbe funzionare in un posto, non è detto che funzioni ugualmente altrove: è necessario essere flessibili e adattabili a capire quali siano le soluzioni migliori in un dato luogo in un dato momento.

Una NbS potrebbe essere ottima per la mitigazione in un luogo, per l’adattamento in un altro e per nessun caso in un altro ancora. […] Negli ultimi due secoli l’umanità sembrava decisa a conquistare la natura, ma ora penso si stia tornando verso una rivalutazione del nostro rapporto con la natura, verso la comprensione del fatto che ne facciamo parte”.

Le Soluzioni Basate sulla Natura sembrano quindi essere un passo positivo e definitivo verso il ripensamento di come si possano risolvere i problemi sociali in una maniera in cui l’umanità non è in contrasto con la natura ma al passo con essa”.

Da dove iniziare?

Alla richiesta di come cittadini e giovani ricercatori possano dare un contributo, la risposta di Hatfield è allo stesso tempo fondata e piena di speranza: “Iniziate localmente”. Il ripristino non deve iniziare per forza con grandi programmi internazionali, può partire da un parco, dalla riva di un fiume, da un terreno abbandonato: “A livello locale, nessuno è contrario al miglioramento del proprio ambiente, mentre a livello nazionale spesso si creano poli ideali contrapposti ed è difficile andare d’accordo”.

La riflessione di Hatfield ritorna poi sulla dimensione umana dell’azione climatica: “Quando affrontiamo il problema del cambiamento climatico, è facile percepirlo come più grande di noi e sentirci impotenti, senza possibilità di risolverlo, senza speranza. Ma le soluzioni ci sono, magari imperfette e non in grado di risolvere tutto, ma ci sono. Come ci sono dei passi che si possono fare, magari pensando ciò che non è mai stato pensato prima.

Questo significa che è necessario un modo di pensare creativo, che vada oltre i costrutti tradizionali. Inoltre, potrebbe anche essere necessario creare alleanze anche con persone con cui si è in disaccordo, perché la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo essere inclusivi e generosi, pronti a tendere una mano e accogliere anche visioni opposte alla nostra, per invitarle a pensare diversamente. Tutto questo può essere riassunto in un’unica frase: non dobbiamo aver paura di fare piccoli passi perché ogni passo è un passo.”

Per saperne di più

Come Viraçao&Jangada siamo partner del progetto europeo “Trans-lighthouses” che si occupa proprio di Soluzioni Basate sulla Natura e di come l’implementazione di esse possa portare benefici alla comunità. In particolare, utilizzando come modello Agenzia di Stampa Giovanile, la nostra squadra ha coinvolto gruppi di giovani provenienti dai Paesi europei coinvolti nel progetto in cicli di formazione sull’educomunicazione e sul giornalismo partecipativo, coordinando il sito Trans-lighthouses Community, mensilmente aggiornato con racconti provenienti dai luoghi dei casi studio e a proposito di come le NbS portano o possono portare vantaggio alla comunità locale.

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