Parlare di sostenibilità significa molto più che ridurre le emissioni. La Commissione Brundtland delle Nazioni Unite nel 1987 la definiva come “lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Un futuro sostenibile, quindi, è un orizzonte in cui la società può prosperare all’interno dell’ecosistema. L’Agenda 2030 riprende questa visione attraverso tre pilastri inscindibili: ambientale, sociale ed economico.
La spesa militare contro la sostenibilità
Ogni scelta politica ed economica dovrebbe dunque essere valutata alla luce di questi criteri. Se osserviamo la guerra da questa prospettiva, emerge con chiarezza la sua radicale incompatibilità con la sostenibilità e la giustizia climatica: oltre a causare devastazione, alimenta un modello di civiltà che eleva la distruzione e la prepotenza a strumenti di potere, negando la cooperazione e compromettendo la nostra vita. Eppure, paradossalmente, mentre il pianeta si scalda a ritmi senza precedenti e gli equilibri delicati del pianeta collassano, i governi aumentano la spesa militare. Nel 2024, essa ha superato i 2,7 trilioni di dollari. Per avere un’idea di questa cifra immensa, è come se ogni persona sulla Terra avesse speso più di 330 dollari in armamenti in un solo anno. Sono fondi che, se destinati a energie rinnovabili, ricerca e adattamento climatico, potrebbero aiutare sensibilmente a cambiare la traiettoria delle emissioni e il destino di milioni di persone.
Una riduzione del 15% libererebbe risorse paragonabili all’intero fabbisogno annuo stimato dall’ONU per finanziare l’adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Con un tale investimento sarebbe possibile accelerare la transizione energetica, investendo massicciamente in fonti rinnovabili; realizzare infrastrutture resilienti capaci di proteggere città e comunità da alluvioni, siccità e ondate di calore sempre più frequenti; riforestare milioni di ettari di territori degradati restituendo al pianeta fondamentali serbatoi di biodiversità e di assorbimento del carbonio. In altre parole, ciò che oggi sostiene la corsa agli armamenti potrebbe trasformarsi nel fondamento di una sicurezza che nasce dalla stabilità ecologica e dalla giustizia sociale.
Emissioni e devastazioni ambientali
Le attività militari rappresentano una minaccia per la sicurezza ecologica e per la giustizia climatica durante tutta la loro esistenza. In fase preparatoria, durante lo svolgimento di un conflitto armato e anche nelle fasi successive. Infatti, secondo il Transnational Institute e gli studi del gruppo britannico Scientists for Global Responsibility, il comparto militare globale è responsabile di circa il 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra, una quota superiore a quella dell’aviazione civile. E questi dati sono sottostimati, perché le emissioni militari non sono obbligatoriamente rendicontate negli accordi internazionali, dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi, restando spesso coperte da segreto di Stato.
Ogni conflitto comporta un consumo massiccio di combustibili fossili. La guerra in Ucraina, ad esempio, secondo un report di Initiative on GHG Accounting of War, ha generato in tre anni l’equivalente delle emissini annuali dell’Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia insieme. Uno studio rivela che i primi 15 mesi del conflitto Israele-Gaza hanno prodotto un’impronta di circa 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente solo per le attività di distruzione, sgombero delle macerie e ricostruzione, una quantità superiore alle emissioni annuali di oltre 36 Paesi. (approfondimento)

Durante un conflitto armato, le risorse naturali e ambientali diventano una nuova vittima collaterale e uno strumento per aumentare la sofferenza rivolta verso il nemico. Sono ricorrenti incendi di depositi e infrastrutture, contaminazione di suoli e falde, distruzione di foreste e zone umide che funzionavano da “carbon sink”. Il caso di Gaza è emblematico: secondo la FAO, al 28 luglio 2025 l’86% dei campi agricoli della Striscia è stato deliberatamente distrutto. Dei 15.000 ettari coltivati ne restano solo 2.090, e di questi appena 232 possono essere lavorati in sicurezza, meno dell’1,5% dell’intera superficie agricola.
Il risultato è che l’80% della popolazione vive in emergenza alimentare e un terzo si trova in una condizione di vera e propria “catastrofe”. Questi numeri configurano ciò che la comunità giuridica internazionale definisce ecocidio: atti consapevoli che arrecano un danno grave, diffuso e duraturo agli ecosistemi e, di conseguenza, alla vita umana. Riconoscerlo come crimine internazionale è un’urgenza politica e morale.
Il paradigma insostenibile della logica bellica
Il nodo è anche strutturale: la guerra non è soltanto un’attività ad altissimo impatto emissivo, è un paradigma di civiltà incompatibile con la sostenibilità e la giustizia climatica. Non possiamo immaginare un futuro sostenibile mantenendo intatta la logica bellica, che si fonda su una contrapposizione permanente e sull’accettazione della distruzione dell’altro come mezzo legittimo per averne un vantaggio. La guerra costruisce un mondo diviso tra “noi” e “loro”, rifiutando la comune appartenenza allo stesso mondo. Come ricorda la filosofa Martha Nussbaum, la cooperazione si fonda sulla consapevolezza della vulnerabilità condivisa: ignorarla significa perpetuare l’illusione di un vantaggio che, in realtà, mina le basi della vita comune.
È anche vero che negli ultimi anni sono emersi discorsi che tentano di “ambientalizzare” il militarismo: jet a biocarburanti, basi alimentate da pannelli solari, eserciti che dichiarano obiettivi net-zero. Ma si tratta, come scrive Nico Edwards per Inkstick Media, di una forma di greenwashing. Ridurre le emissioni non cambia il fatto che la finalità di quell’apparato resta la distruzione. Un’arma “più efficiente” dal punto di vista ecologico è pur sempre un’arma; un bombardamento “a basso impatto” resta un bombardamento, che distrugge vite, ambiente e cooperazione e dialogo.
L’attivista e ambientalista Vandana Shiva parla di “monoculture della mente” per denunciare la riduzione della complessità del mondo a schemi semplicistici di dominio, controllo e profitto. In agricoltura, ad esempio, questo significa preferire una sola coltura industriale a scapito della biodiversità, nella politica globale significa adottare la logica della forza e della supremazia.
La guerra nasce anche da questa “monocultura”: considera gli esseri umani come nemici contrapposti anziché come parte di una rete interdipendente di vita. Riduce la sicurezza a potenza militare, ignorando le molteplici dimensioni che rendono davvero vivibili le società. I governi giustificano la spesa militare come difesa della “sicurezza nazionale”. Ma se allarghiamo lo sguardo, questa sicurezza è illusoria, perché ciò che dovrebbe proteggere le nazioni in realtà alimenta insicurezza globale, instabilità e degrado ambientale.
Il dovere di agire per la giustizia climatica
La filosofa Iris Marion Young, con la sua teoria della responsabilità politica, ci ricorda che l’ingiustizia non nasce solo da azioni dirette ma anche dalla partecipazione a sistemi collettivi che perpetuano oppressioni e danni. Questo significa che chi beneficia di un ordine politico ed economico che finanzia guerre non può dichiararsi innocente rispetto agli effetti devastanti che tali scelte producono. Applicata al nostro tempo, la sua riflessione ci costringe a riconoscere una responsabilità condivisa: i cittadini dei Paesi che finanziano guerre e militarizzazione hanno un ruolo nelle emissioni, nelle devastazioni ambientali e nella destabilizzazione globale che ne derivano.

La pace è l’infrastruttura necessaria per salvarci: non ci può essere una transizione ecologica possibile e una reale giustizia climatica senza un processo di demilitarizzazione, perché la vera sicurezza, in un’epoca di crisi climatica, non deriva dalla potenza militare, ma dalla capacità di lavorare insieme. Quindi, che cosa facciamo? La risposta non può che essere una: agire, ora. Non aspettare, non delegare. Ogni voce che si leva, ogni manifestazione, ogni gesto di solidarietà rompe l’indifferenza e incrina il potere della logica bellica. Dobbiamo parlarne ovunque, far valere la nostra presenza nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei media. La nostra azione è un dovere politico e morale. Solo trasformando l’indignazione in movimento possiamo infrangere i paradigmi che ci condannano e aprirci la strada verso un futuro sostenibile.
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