di Agnese Giunchi
Crediti immagine di copertina: Operazione Colomba-Apg23
Grazie all’intervista con un volontario di Operazione Colomba, dopo aver approfondito, nell’articolo “Vivere in Palestina oggi“, l’attuale situazione in Palestina, analizziamo le attività della realtà, avente la forma di Corpo Civile di Pace, nata nel 1992 su iniziativa di Papa Giovanni XIII.
Che cos’è Operazione Colomba, quali sono i suoi obiettivi e dove è presente in Palestina?
Operazione Colomba è un corpo civile di pace che opera in diversi Paesi nel mondo. In Palestina siamo di base nel villaggio di At-tuwani, uno dei più grandi dell’area. Dal 2011 quasi tutti gli anni dedico almeno un mese ad un periodo di volontariato lì: l’ultima volta ci sono stato nel mese di marzo 2025, precedentemente a novembre 2024, e prima a ottobre 2023. Come Operazione Colomba siamo stabili ad At-tuwani dal 2004, prima siamo stati 2 anni e mezzo a Gaza, quando ancora era occupata dall’esercito israeliano.
Per varie vicissitudini il progetto a Gaza si è chiuso e ci siamo trasferiti dove siamo stati chiamati e dove siamo ancora ora: non portiamo soldi né oggetti ma facciamo “protection”, viviamo nel villaggio 24h/24h 7 giorni su 7 e accompagniamo le persone. In sintesi, mettiamo il nostro privilegio di bianchi occidentali a diposizione della resistenza palestinese dell’area, grazie al nostro passaporto che garantisce maggiore sicurezza.
Quali erano e sono i vostri compiti?
Accompagnavamo i bambini che non riuscivano a tornare a casa da scuola per via del coprifuoco, presente in alcune zone dalle ore pomeridiane. Siccome le scuole erano poche, i bambini dovevano fare i turni per frequentare le lezioni e chi faceva i turni del pomeriggio era costretto a dormire a scuola. I volontari hanno quindi iniziato ad accompagnare i bambini da scuola verso le case violando il coprifuoco, forti del passaporto italiano.
Un po’ da questa esperienza è arrivata poi la chiamata ad At-tuwani dove siamo ora, dove la strada più corta per i bambini dei villaggi vicini per compiere il tragitto scuola-casa era molto pericolosa: i bambini tra i sei e i dieci anni venivano attaccati dai coloni adulti con spranghe, bastoni e catene. Abbiamo iniziato anche ad accompagnare i genitori dei bambini quando uscivano con le pecore, o dovevano accedere ai loro terreni, monitorare gli attacchi da parte di check point volanti dell’esercito israeliano o controllare se fosse in corso una demolizione. Quando veniamo chiamati registriamo con delle telecamere ciò che succede e, se necessario, facciamo interposizione non violenta tra la polizia israeliana o coloni israeliani ed i palestinesi.
Dove alloggiate?
Viviamo in un villaggio e alloggiamo in una casa palestinese messaci a disposizione da un abitante. Facciamo base lì e ci coordiniamo con quelli che sono gli attivisti e le attiviste palestinesi più attive dell’area per capire dov’è necessario e utile il nostro intervento. Non ci spostiamo mai da soli, siamo sempre almeno due.
Come vengono scelte le strategie di azione?
Noi non prendiamo iniziative: la strategia politica e di azione sul campo rimangono palestinesi e noi siamo uno strumento di questa forma di resistenza, ciò che facciamo è cercare di abbassare il livello di violenza e, quando c’è la possibilità, far si che ai palestinesi sia permesso di stare nella loro terra e non ritrovarsi la casa distrutta. Questo vuol dire “mettersi in mezzo” e cercare di riportare alla verità alcune delle falsità dette dai soldati. Inoltre, collaboriamo con i pochi attivisti israeliani presenti ed alcuni avvocati, per avere una copertura anche dal punto di vista legale.
Questi ultimi utilizzano i video che facciamo e conoscono la posizione in cui siamo: l’obiettivo è scarcerare i palestinesi arrestati o dimostrare che l’esercito impedisce di entrare nella terra. Tuttavia, la nostra mobilitazione ha un effetto relativo, perché dal tribunale, essendo dello stato occupante, è difficile aspettarsi una giustizia “giusta”. A volte, però, garantisce quel livello minimo di sicurezza che permette ai palestinesi di restare nel territorio, anche se non è una scelta banale vivere a pochi metri da un pericoloso outpost. Questa scelta è fortemente legata al concetto di “Sumud”, che equivale a “attaccamento alla terra e volontà di stare.
Come siete riusciti a guadagnarvi la fiducia della popolazione locale?
Abbiamo un approccio che ci contraddistingue: cerchiamo di avere un grandissimo rispetto per la cultura del posto, sapendo che siamo ospiti. Siamo lì per dare una mano, ma soprattutto perché ci hanno chiesto di essere lì: non decidiamo noi dove andare, è necessario che le persone ci chiamino. Cerchiamo di avvicinarci il più possibile nelle norme di comportamento e di costume: questo, ad esempio, influisce sulle forme di saluto, di cortesia e sulle norme di interazione tra donne e uomini o uomini e uomini.
Inoltre, rispettiamo molto il fatto che la leadership deve essere palestinese, sono i palestinesi a scegliere i luoghi che devono essere sotto copertura da parte nostra e le strategie da mettere in campo. Noi mettiamo solo a disposizione il nostro privilegio e grazie al fatto che siamo lì da tantissimo tempo e questo aiuta a formare dei legami molto forti, come aiuta Questa forma di rispetto e di non pensare di aver capito noi tutto della vita, di come ci si debba comportare. Anche il fatto che non portiamo soldi è una cosa che ci scherma da una serie di problematiche.
A me piace Operazione Colomba perché ribaltiamo l’approccio della cooperazione internazionale standard dove si vive la propria vita da occidentale ed ogni tanto si va a vedere i “poveri” che si aiutano: noi viviamo lì con loro, e soprattutto poveri non sono, poiché sono persone piene di risorse e qualità.
Attraverso quale lingua comunicate?
“Generalmente inglese ma anche attraverso un arabo base, perché si può imparareIl fatto che vi sia una presenza internazionale da così tanto tempo rende la comunicazione di oggi più semplice. Chiaramente più ti spingi in villaggi piccoli e meno abituati, più è difficile trovare qualcuno che parli inglese, soprattutto tra le persone anziane, ma di solito abbiamo sempre qualcuno che se la cava con l’arabo.”
