Clima e sicurezza: abbiamo bisogno di uno sguardo sistemico

Di Rosa Maria Currò
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Esiste un parallelismo tra temperatura e violenza? Il cambiamento climatico porta ad insicurezza globale e scelte che danneggiano parti della popolazione. Ma la connessione tra i due temi non è semplice come sembra.

Di Rosa Maria Currò

Clima e sicurezza: abbiamo bisogno di uno sguardo sistemico

Il tema della sicurezza e dei conflitti è sempre più centrale nei dibattiti su ogni scala. In Italia, la percezione dell’aumento della violenza è un tema caldo cavalcato da testate giornalistiche e partiti politici. Colloquialmente, c’è chi trova nel caldo la ragione dell’accendersi di molte micce e non sempre questa connessione è insensata.

Ponendo lo sguardo su scale più ampie, però, è importante notare che il parallelismo temperatura-violenza non è semplice quanto sembra. Il cambiamento del clima porta con sé discriminazione, insicurezze, scelte politiche e umane che troppo spesso danneggiano gruppi già in condizione di maggiore difficoltà.

Come possiamo capire meglio questo fenomeno per promuovere la giustizia climatica? Questa è la domanda centrale del panel “Climate Change, Geopolitical Implications, and Climate-Conflict Nexus” dedicato, appunto, al nesso tra ambiente e violenza politica all’IPSA World Congress 2025 di Seoul.
Per trattarla ripercorriamo gli interventi tramite quattro casi di studio incentrati su quattro Stati distinti da dinamiche sociopolitiche e continente: gli Stati Uniti d’America, la Nigeria, l’India e il Brasile.

USA: dalla catastrofe al sistema

Jonathan Harrington, docente all’Olympic College, ha aperto il dibattito con un’osservazione: l’approccio statunitense al cambiamento climatico mette ancora troppo al centro l’evento catastrofico, rendendo invisibile il sistema. Dal 2006, gli Stati Uniti hanno riconosciuto gli impatti interni del cambiamento climatico, mobilitando l’esercito per rispondere a disastri naturali e aprendo la strada all’ampliamento del concetto di “violenza”, dalla visione centrata sulla violenza fisica, per includere forme di danno ambientale che colpiscono le comunità in modo meno visibile ma altrettanto profondo.

Nonostante questo, la formazione e risposta dell’esercito rimane focalizzata sull’evento, singolarizzando i casi di danno climatico senza procedere verso uno sguardo più sistemico e un intervento alla radice. Questo favorisce l’aumento di conflitti sociali interni e l’aumento dell’insicurezza sociale, concorrendo a far diventare popolari delle opinioni estremiste. La relazione tra clima e conflitti resta ancora poco chiara, ma è evidente che serve un nuovo approccio: meno emergenziale, più sistemico.

Terrorismo e clima nel bacino del Lago Ciad

Hala Thabet e Handy Hassan, docenti delle Università di Abu Dhabi e Dubai, hanno portato un caso riguardante il terrorismo in Nigeria e, specificatamente, lungo il bacino del Lago Ciad, dove il cambiamento climatico ha contribuito all’espansione del gruppo terroristico Boko Haram.

Anche in questo caso, è stato evidenziato come non sia sufficiente guardare all’ambiente come causa delle crisi sociali e politiche. In questo caso, la rilevante adesione di persone giovani e giovanissime a Boko Haram ha a che fare con le scarse opportunità. Il cambiamento climatico ha un ruolo di terreno fertile, certo, ma sono le scelte e gli interessi umani a fare la differenza.

È l’esclusione sociale e politica dei giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione, a rendere salde le basi per la crescita dell’estremismo. Il clima è solo una delle dimensioni: la marginalizzazione, la mancanza di opportunità e il senso di abbandono sono altrettanto centrali. Anche in questo caso, una visione sistemica ci permette di analizzare adeguatamente i fenomeni e immaginare interventi adeguati tenendo conto del ruolo del cambiamento climatico e della sua gestione politica nel modificare le società.

L’invisibili dell’India: migrazioni climatiche e violenza di genere

Un altro intervento ha messo in luce il tema delle migrazioni climatiche analizzando una dimensione delle migrazioni spesso poco considerata: lo sfollamento interno (internal displacement) in India.

La condizione di persona sfollata all’interno del proprio Paese è unica e complessa, queste persone faticano a essere riconosciute come rifugiate trovandosi in condizione di precarietà costante e in un ciclo migratorio infinito carente di riconoscimento e sostegno. Questo, perché la sovrappopolazione non consente una rilevazione adeguata ma solamente soluzioni precarie e temporanee, un nomadismo forzato in cui chi paga le conseguenze del cambiamento climatico sono le singole persone.

Qualcosa di simile accade anche migrando in Paesi vicini, un esempio di questo fenomeno è quello di numerosi rifugiati climatici che dall’India sono state accolte in Bangladesh stabilendo, però, le loro dimore su isole destinate a scomparire entro vent’anni per erosione e per l’innalzamento del livello del mare. In questo contesto chi fa parte di gruppi marginalizzati paga il prezzo più alto, le giovani ragazze diventano una “moneta di scambio”, esposte a violenza di genere e sfruttamento. L’estremismo si insinua proprio dove lo Stato non arriva.

Clima e sicurezza: abbiamo bisogno di uno sguardo sistemico

Green Extractivism in Brasile, la transizione senza comunità locali rischia di essere colonialista

Infine, il panel ha affrontato il tema del “green extractivism” nel Sud Globale, con un’analisi specifica dedicata al Brasile, Paese che ospiterà la prossima COP.

Anche in questo caso, la chiave dell’analisi è lo sguardo sistemico e la carenza di inclusione delle comunità locali persino nei progetti di transizione ecologica. In Brasile e in America Latina, appunto, progetti di energia rinnovabile guidati dalla Cina, come quelli nel cosiddetto “triangolo del litio”, stanno avendo impatti devastanti sulle comunità locali mostrando che la transizione ecologica, se non accompagnata da giustizia climatica, rischia di replicare le stesse logiche di sfruttamento del passato. Anche qui, una chiamata a un cambio di paradigma oltre indicatori e interessi economici.

Contro la “neutralità” verso scelte coraggiose e giuste

Le conseguenze del cambiamento climatico non si misurano solo sulle temperature e sugli eventi climatici estremi. Sono frutto anche del risultato di scelte umane, infrastrutturali e politiche che possono rafforzare o distruggere le comunità. Dovunque si facciano scelte miopi, volte al vantaggio di pochi o contrarie all’interesse delle comunità locali, si rischia di favorire l’emergere di conflitti e l’inasprirsi delle discriminazioni.

Un esempio italiano controverso, in questo senso, è il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina: presentato come opera strategica, rischia di alterare irreversibilmente un ecosistema fragile e di ignorare le esigenze reali del territorio che è duramente colpito dal cambiamento climatico vivendo carenza di acqua e incendi devastanti.

Come ci insegnano i casi discussi a Seoul, la sicurezza non si costruisce necessariamente o solo attraverso grandi opere, ma con ascolto, inclusione e giustizia.

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