Di Margo Blaha
Mentor: Paulo Lima
La foto di copertina rappresenta un cartellone dello sciopero globale per il clima di Melbourne del settembre 2019, la più grande protesta per il clima mai avvenuta in Australia, è di John Englart e tratta da Wikimedia Commons.
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Quando si parla di cambiamento climatico, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sugli eventi estremi: campi bruciati dalla siccità, alluvioni improvvise, uragani devastanti. Ma c’è un’altra parte della storia, raccontata non così spesso, eppure altrettanto distruttiva: quella che erode gradualmente la sicurezza e la stabilità di intere comunità fino a costringerle a migrare.
L’ipotesi che il cambiamento climatico possa avere un impatto diretto sui flussi migratori è stata formulata per la prima volta dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, l’IPCC. Già nel 1990 ha ipotizzato che milioni di persone potessero essere costrette a spostarsi a causa di inondazioni costiere, erosione delle coste e riduzione della produttività agricola. Negli ultimi decenni numerosi studi hanno confermato che il cambiamento climatico è un importante fattore che spinge alla mobilità.
Del resto, migrare per sfuggire a pressioni ambientali è una strategia antica, comune non solo per l’uomo ma anche per altre specie, come ad esempio i cetacei. Già Ippocrate e Aristotele sostenevano che l’ambiente naturale determina l’abitabilità di un luogo e, viceversa, plasma il carattere delle popolazioni che lo abitano.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), decine di milioni di persone ogni anno sono costrette a spostarsi a causa di fattori legati al clima. Ma, a differenza di chi fugge da guerre o persecuzioni, queste persone non sono riconosciute come “rifugiati” dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Il termine “rifugiato climatico” non esiste nel diritto internazionale, lasciando milioni di individui in un limbo legale che li priva di tutele. Chi parte si ritrova spesso in un vuoto, invisibile e senza diritti, né qui né là.
Il cambiamento climatico come amplificatore di vulnerabilità
Il cambiamento climatico raramente agisce da solo. Infatti, come sottolineano numerose fonti, tra cui l’UNHCR, i fattori ambientali si intrecciano con elementi economici, politici e sociali. Il raccolto che va perso per una siccità prolungata significa perdita di reddito, insicurezza alimentare, conflitti per l’accesso all’acqua. Nei contesti già fragili, un uragano o una stagione agricola fallimentare possono essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Come scrive Sarah Gibbens su National Geographic, molti disastri sono “progettati”, frutto dell’edificazione di abitazioni vulnerabili in aree ad alto rischio, senza sistemi efficaci di gestione delle emergenze. L’interazione tra eventi estremi e fragilità socio-politiche amplifica gli impatti, innescando instabilità e sofferenze. In tali circostanze, la migrazione diventa spesso una scelta obbligata, sostenuta dal desiderio di stabilità, istruzione e servizi migliori.
La vulnerabilità differenziale delle popolazioni, legata alla loro collocazione geografica e alle condizioni socio-economiche, determina la gravità delle conseguenze. In molte regioni, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, il cambiamento climatico rischia di aggravare vulnerabilità preesistenti15, con un aumento significativo degli sfollati18.

Migrare richiede risorse, contatti e mobilità: le persone più vulnerabili non sono necessariamente quelle che si spostano più facilmente. La migrazione non è quasi mai la prima risposta a una crisi climatica, ma subentra quando tutte le alternative locali si esauriscono e quando comunità e governi non riescono a fornire protezione.
Ma cosa significa davvero “non potersi più permettere di restare”? Chi non ha mai dovuto farlo spesso non capisce. “Perché non vai via?” sembra una domanda logica, ma è carica di privilegio. Immagina di lasciare le strade dove sei cresciuto, il cimitero dove riposano i tuoi cari, i profumi e i suoni che ti hanno accompagnato per tutta la vita. Immagina di vedere svanire, un giorno dopo l’altro, ciò in cui hai sempre sperato: il luogo dove pensavi di invecchiare, la comunità in cui ti riconoscevi.
Quello che perdi non è solo uno spazio fisico, ma una parte di te stesso. Spesso non ce ne rendiamo conto: ci raccontiamo che andarsene possa essere un sollievo, l’occasione per una vita nuova, e a volte lo è, ma quella è solo una piccola parte della storia. L’altra, è la ferita aperta di chi perde le proprie radici, di chi sa che nessun altro luogo potrà restituirgli allo stesso modo il senso di appartenenza.
La testimonianza di Bahadur Khan
Per Bahadur Khan, rifugiato afghano di 60 anni che vive nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan, questa condizione è stata una costante. “Quella notte fu indimenticabile: la nostra casa venne inondata in pochi minuti. Non avevamo altra scelta se non andarcene subito”, ricorda parlando delle devastanti inondazioni del 2022. Bahadur e la sua famiglia avevano già sopportato le piogge monsoniche iniziate a giugno, ma nulla li aveva preparati alla violenta piena del fiume Kabul, mesi dopo. In appena dieci minuti, fu costretto ad afferrare quel poco che poteva e a fuggire.

Era la terza volta che veniva sradicato: la prima durante la guerra civile afghana nei primi anni ’90; la seconda nel 2010, quando le inondazioni distrussero la sua abitazione. Ora, ancora una volta, si era ritrovato senza un posto sicuro dove andare. La sua storia, raccontata dall’UNHCR nel rapporto No Escape: On the Frontlines of Climate Change, Conflict and Forced Displacement (2024), è uno dei tanti volti di come conflitto e crisi climatica possano intrecciarsi, moltiplicando le vulnerabilità e riducendo sempre più lo spazio per ricostruire una vita dignitosa.
Ridurre la disuguaglianze per restituire il diritto di scegliere
Negli ultimi anni, il legame tra cambiamento climatico e migrazioni è stato ufficialmente riconosciuto in documenti e iniziative internazionali come l’Agenda for Humanity, il Vertice ONU per rifugiati e migranti del 2016, il Global Compact for Migration e il Global Compact on Refugees. Inoltre, l’obiettivo 10.7 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite mira a “facilitare una migrazione ordinata, sicura e responsabile, anche attraverso l’attuazione di politiche migratorie pianificate e ben gestite”. Già l’obiettivo 13.2 si propone di “integrare le misure sul cambiamento climatico nelle politiche, strategie e pianificazioni nazionali”. Eppure, i sistemi di protezione internazionale non riconoscono ancora pienamente le persone sfollate per motivi climatici.
Sappiamo che gli effetti del cambiamento climatico non saranno distribuiti in modo uniforme: la vulnerabilità agli impatti naturali è il prodotto di forze socio-economiche che plasmano ogni società. Questa consapevolezza offre però un’opportunità: aumentare la capacità delle persone di resistere agli shock climatici significa anche aprire spazi di intervento a livello locale e internazionale. Gli esseri umani non sono totalmente in balia della natura, ma anche delle scelte governative, e proprio per questo esiste margine per costruire conoscenza, elaborare misure e rafforzare la protezione delle comunità.
Con un’allocazione adeguata delle risorse finanziarie, le conseguenze del cambiamento climatico possono essere almeno in parte mitigate, perché, come si è menzionato, il cambiamento climatico è un amplificatore di alcune delle sfide più urgenti del nostro tempo. Non agisce da solo, ma è intrecciato con le disuguaglianze interne e internazionali, le questioni di giustizia globale, la mancanza di solidarietà tra Stati, la tutela dei diritti umani e la sicurezza delle persone. Per questo, le politiche sul nesso clima–migrazioni devono andare oltre la gestione degli effetti immediati e affrontare le radici della vulnerabilità.
Ridurre le disuguaglianze non solo aiuta a contenere gli impatti negativi del cambiamento climatico, ma può contribuire, attraverso un effetto di retroazione, a mitigarne le cause. Investire in questa riduzione, nell’accesso equo alle risorse, e in politiche di adattamento basate sulle realtà locali significa non solo ridurre la necessità di spostarsi, ma anche restituire alle persone la libertà di scegliere se partire o restare. In un mondo che cambia, la vera misura del progresso sarà la capacità di garantire che la casa resti un diritto, non un privilegio.
Per rimanere in tema
Sul nostro sito è presente un’intera sezione dedicata al tema delle Migrazioni, climatiche e non.
