Dolomiti assediate: il prezzo dell’overtourism tra fragilità e rischi

Di Sofia Lima
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Con il caldo estremo, la montagna diventa rifugio e meta privilegiata, un fenomeno in crescita che alimenta il dibattito sull’overtourism sulle Dolomiti, che mette in tensione accessibilità e sostenibilità.

Di Sofia Lima
Foto di copertina: Alfredo Paluselli

Con overtourism, anche conosciuto come “iperturismo” si intende la pressione eccessiva esercitata dal turismo di massa su un territorio, tale da comprometterne l’equilibrio ambientale, sociale e culturale. Nelle città significa strade intasate, affitti alle stelle e residenti che faticano a vivere la quotidianità; in montagna il problema assume forme diverse ma altrettanto gravi: sentieri affollati, rifugi che diventano ristoranti di massa, parcheggi pieni già all’alba e ambienti fragili messi sotto pressione.

Le Dolomiti, con la loro fama internazionale e l’accessibilità garantita da impianti di risalita e strade panoramiche, sono diventate, negli ultimi anni, uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno. Da abitante e frequentatrice di questi luoghi, non posso che interrogarmi con preoccupazione: se continuiamo a spingerci sempre più in alto, inquinando e consumando territori così fragili, quale futuro avranno le nostre montagne?

La montagna ridotta a parco giochi

È ormai chiaro e noto come le Dolomiti stiano vivendo una nuova forma di assedio: chi pensa di poter percorrere vie ferrate con le sneakers, file di turisti che percorrono i sentieri in sandali, rifugi che si sono trasformati in ristoranti affollati, e sono pure comparsi tornelli per regolare l’accesso alle montagne come in un parco divertimenti. 

In questo quadro l’opinione pubblica si divide in coloro che sostengono sia la vittoria della “montagna per tutti”, resa finalmente accessibile a chiunque grazie a impianti di risalita e percorsi facili, e coloro che invece ritengono sia il segno di una perdita: la montagna ridotta ad uno scenario da cartolina, svuotata della sua essenza di silenzio, fatica e consapevolezza, tra questi ultimi soprattutto chi la montagna la abita e la rispetta.

L’effetto social e la montagna “mordi e fuggi”

Approcciarsi alla montagna dovrebbe essere una forma di rispetto e consapevolezza. In primo luogo, occorre una conoscenza dei rischi e pericoli annessi alle mete scelte, ma soprattutto una consapevolezza interiore, dei propri limiti e delle proprie paure. Eppure è sempre più chiaro che la motivazione che spinge molte persone a salire in montagna non sia più la passione autentica per essa.

Quello che sembra più importare è piuttosto il desiderio di raggiungere luoghi resi celebri dai social, per poi condividerli e vantarsi di aver conquistato vette sempre più alte, come se fosse una gara a chi arriva più in alto o nel punto più “instagrammabile”. In questo modo i sentieri si riempiono di persone impreparate, senza l’abbigliamento adeguato, più concentrate sulla foto del rifugio conosciuto sui social che sull’escursione stessa. 

Lo vedo chiaramente in Val di Non, tra le Dolomiti di Brenta. Qui, dove mancano rifugi alla moda o attrazioni sponsorizzate online, la folla non arriva, perché mancano le comodità immediate che il turismo di massa ormai pretende. È il segno di una trasformazione dalla montagna vissuta lentamente, passo dopo passo, a una montagna “mordi e fuggi”, consumata come un prodotto.

Vista dalla Cima Santa Maria, sulle Dolomiti di Brenta, con le cime Falkner, Grosté e Roma.

Sicurezza e cambiamento climatico: un doppio rischio

Questo atteggiamento però ha delle conseguenze serie, non solo ambientali ma anche di sicurezza. “In montagna 83 morti e 5 dispersi in un mese, mai vista un’estate così”, ha dichiarato al Corriere della Sera Maurizio Dellantonio, presidente del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Molti degli interventi riguardano turisti impreparati, che scelgono sentieri oltre le proprie possibilità. Da qui nasce un rischio evidente: se le squadre di soccorso sono impegnate a recuperare chi affronta la montagna senza preparazione, potrebbero trovarsi meno disponibili per chi, magari, si trova in difficoltà reale e imprevedibile, come alpinisti o arrampicatori esperti. È una reazione a catena che, potenzialmente, può trasformare un’emergenza in tragedia.

A tutto questo si aggiunge l’effetto del cambiamento climatico. Le Dolomiti, come altre catene montuose, stanno diventando sempre più fragili: il permafrost che tiene unite le rocce si degrada, le temperature elevate accelerano i crolli, i ghiacciai arretrano. “Le cime delle Dolomiti attorno ai 3000 metri, come la Falkner, stanno perdendo stabilità a causa della fusione del permafrost”, spiega Marco Giardino, geologo e vicepresidente del Comitato Glaciologico Italiano in un’intervista al CAI. Lo stesso processo ha portato, negli ultimi anni, a crolli drammatici come quello sul ghiacciaio dell’Ortles. Di fronte a questa fragilità, la leggerezza di certi comportamenti appare ancora più irresponsabile.

Una nuova narrazione per la montagna

Eppure, nonostante le criticità, sembra mancare un vero piano di gestione. Dal riconoscimento UNESCO del 2009, che ha dato alle Dolomiti un’enorme visibilità internazionale, il turismo è cresciuto senza un modello sostenibile. Oggi sarebbe quindi necessario ripensare a un approccio che non si basi più sulla rapidità di accesso e comodità a ogni costo ma sulla valorizzazione del territorio e minimizzazione degli impatti. Serve una nuova narrazione che molte realtà già promuovono, come il Club Alpino Italiano, che ha istituito un fondo di 100.000 euro per progetti di turismo sostenibile scolastico, con l’obiettivo di educare le nuove generazioni a una frequentazione rispettosa e attenta dell’ambiente montano. 

Dobbiamo uscire dall’ottica del “raggiungimento della meta” come unico fine. Andare in montagna significa godersi il percorso, dal primo momento in cui si imbocca il sentiero fino all’ultimo passo, imparando a osservare, rispettare e meravigliarsi. Se viviamo l’escursione come una gara a superare i propri limiti, sbagliamo in partenza: non è amore per la montagna, ma una forma di mancanza di rispetto verso di essa e verso chi ci lavora. 

Per questo serve un approccio diverso: informarsi sui sentieri prima di partire, valutare se siano adatti alle proprie capacità e, se lungo il cammino ci si accorge di non essere nelle condizioni per proseguire, avere l’umiltà di tornare indietro.

Perché la montagna non premia la presunzione: premia la consapevolezza.

Per rimanere in tema

Consigliamo la lettura degli articoli Le Alpi, un bene prezioso da ri-umanizzare e proteggere e Everest: come sta cambiando la risalita sulla montagna più alta del mondo per saperne di più sulla frequentazione delle montagne al giorno d’oggi.

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