Portare il clima in tribunale: due casi fondamentali per il diritto internazionale 

Di Allegra Zaia
Mentorship Paulo Lima
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Intervista alla docente Chiara Tea Antoniazzi a proposito di giustizia climatica e casi emblematici in termini di diritto internazionale.

Di Allegra Zaia
Mentor: Paulo Lima

In un mondo in cui la crisi climatica accelera, i cittadini bussano sempre più spesso alle porte dei tribunali. Quando le istituzioni non agiscono in tempo, o restano immobili, la giustizia diventa un’ultima spiaggia per ottenere tutele concrete. Due casi emblematici raccontano questo scenario: da un lato, le KlimaSeniorinnen, un’associazione di donne svizzere che ha portato la Confederazione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); dall’altro, Ioane Teitiota, cittadino delle isole Kiribati, che ha cercato di ottenere asilo in Nuova Zelanda perché minacciato dagli effetti del cambiamento climatico.

Per approfondire l’impatto di questi casi, abbiamo intervistato Chiara Tea Antoniazzi, docente di diritto internazionale all’Università degli Studi di Trento e esperta di diritti umani, migrazioni e cambiamento climatico.

Giustizia climatica in Europa: l’effetto domino della sentenza CEDU

Nel caso delle KlimaSeniorinnen, la Corte EDU ha dato una svolta storica: ha condannato la Confederazione per non aver fatto abbastanza contro il cambiamento climatico, violando così il diritto alla vita e alla salute delle cittadine. Le donne sostenevano che l’inazione statale per la mitigazione delle emissioni metteva a rischio la loro salute, aggravata dalle ondate di calore. Un passaggio chiave: la Corte ha riconosciuto il legame diretto tra la crisi climatica e i diritti fondamentali.

La sentenza CEDU sulle KlimaSeniorinnen può aprire la strada a un “effetto domino” in Europa?

A questa domanda, Antoniazzi ha spiegato che la sentenza non ha effetti diretti su altri Paesi, ma può innescare un “effetto domino”: gli Stati che hanno ratificato la CEDU e si trovano in situazioni simili rischiano a loro volta una condanna. È prevedibile che questa sentenza stimoli individui e ONG a istituire nuove cause, anche a livello nazionale.”

La professoressa ha poi precisato che il contenzioso climatico non è la sola soluzione alla crisi, ma che la Corte ha chiarito un punto fondamentale: Governi e parlamenti non hanno una discrezionalità illimitata: se non agiscono adeguatamente, i giudici possono intervenire.”

Il mare minaccia le isole Kiribati

Dall’Europa al Pacifico, Ioane Teitiota ha richiesto lo status di rifugiato alla Nuova Zelanda poiché la sua terra natale era ormai inabitabile a causa dell’innalzamento del livello del mare. Vi è la minaccia concreta che il territorio sia sommerso in 10-15 anni, oltre alla tensione tra gli abitanti per le poche terre vivibili. Il suo ricorso è stato respinto dal Comitato ONU per i Diritti Umani, oltre che dalla corte neozelandese.

Nel caso Teitiota, si è detto che “non è ancora il momento” per considerare il cambiamento climatico causa diretta di protezione internazionale. Ma quanto manca a quel momento, secondo Lei?

Nonostante le critiche che ha comportato, Antoniazzi ha osservato: “Il Comitato non ha ritenuto imminente il rischio per la vita di Teitiota, ma ha ha anche chiarito che gli Stati saranno tenuti ad accogliere persone impossibilitate a godere di una vita dignitosa nei propri Paesi , qualora le condizioni peggiorassero.” Ha poi aggiunto che il Comitato ha già avuto una conseguenza tangibile: “La Corte di Cassazione italiana ha citato proprio questo caso nello stabilire l’obbligo per le corti di valutare il rischio ambientale come base per la protezione umanitaria.”

Rifugiati climatici: un concetto ancora fragile

Secondo Lei, ci stiamo muovendo verso un possibile riconoscimento dei “rifugiati climatici” nel diritto internazionale? Quali sarebbero le implicazioni per gli Stati e le basi su cui fondare lo status di rifugiato?

Per Antoniazzi, un’estensione della Convenzione di Ginevra del 1951 in tal senso appare oggi ancora irrealistico: “Il numero di potenziali migranti climatici è troppo elevato e le cause della migrazione sono spesso complesse e multicausali. Anche l’UNHCR è contrario a modificare la Convenzione.”

Tuttavia, esistono già strumenti alternativi che possono essere cruciali per la tutela di questa categoria: “I trattati sui diritti umani possono essere interpretati in modo da vietare il rimpatrio verso Paesi in cui il cambiamento climatico causa gravi rischi per la vita o la dignità.” 

Antoniazzi ha citato, ad esempio, un caso in Germania, dove una corte ha vietato il rimpatrio di un cittadino afghano anche in virtù della vulnerabilità del Paese a siccità e alluvioni.
Un segnale importante arriva anche dal recente trattato tra Australia e Tuvalu, che prevede visti per studio e lavoro ai cittadini tuvaliani, per consentire una procedura di migrazione regolare dovuta alla “minaccia esistenziale” che il cambiamento climatico rappresenta. “È un accordo controverso, ma rappresenta un modello da osservare per il futuro,” ha sottolineato Antoniazzi.

Contenzioso climatico: un modo per salvare il Pianeta?

Il contenzioso climatico ci mostra che quando i governi non agiscono, qualcuno può cercare una nuova strada nei tribunali. Ma quanto conta davvero una sentenza, e soprattutto: può cambiare le cose al di là del simbolismo?

Lei pensa che il contenzioso climatico sia un modo per salvare il pianeta? Quanto effettivamente sono vincolanti le sentenze delle corti, al di là dell’effetto simbolico?

Antoniazzi sottolinea come l’impatto delle sentenze dipenda fortemente da molti fattori, tra cui le basi normative su cui si fondano le cause e i poteri effettivi delle corti nei diversi Stati. “In generale”, spiega, “le corti evitano di imporre obblighi dettagliati alle autorità pubbliche, lasciando libertà rispetto alle misure da adottare”. 

In ogni caso, il contenzioso climatico non può rappresentare da solo la soluzione alla crisi, né costituirne lo strumento principale. Il suo successo però è dovuto alla capacità di fare pressione sui governi e sulle imprese responsabili, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica. “Il contenzioso climatico può svolgere un ruolo rilevante”, chiarisce la professoressa, “che va al di là del caso concreto e contribuisce potenzialmente a cambiare lo status quo”.

E se riscrivessimo il diritto climatico da zero?

Se potesse riscrivere oggi un trattato internazionale per affrontare davvero la crisi climatica, da dove partirebbe?

Secondo Antoniazzi, l’Accordo di Parigi ha segnato un cambio di paradigma, puntando su un approccio bottom-up che lascia agli Stati ampi margini d’azione. “La flessibilità dell’Accordo e la previsione di COP annuali dovrebbero permettere agli Stati di adattare la propria risposta all’evoluzione della crisi climatica, confrontandosi anche con attori non statali: ONG, comunità indigene, università, imprese.”

Tuttavia, aggiunge, l’Accordo di Parigi non è l’unico strumento giuridico su cui fare leva. La crisi climatica, essendo multidimensionale, chiama in causa anche ambiti come i diritti umani, la biodiversità, il commercio, il diritto del mare. “Molti strumenti internazionali che non hanno direttamente a oggetto il cambiamento climatico devono oggi essere interpretati alla luce di questo fenomeno”, afferma. Questo implica che persino norme nate per altri scopi possano diventare leve legali per promuovere una maggiore ambizione climatica da parte degli Stati.

Un fronte in espansione

In conclusione, portare il clima in tribunale non è solo un gesto simbolico. È un atto politico, un modo per interrogare chi decide. È la prova che, anche nel diritto, la crisi climatica sta cambiando tutto: dalle definizioni di rifugiato alle tutele dei più fragili, fino al ruolo delle corti internazionali nei grandi scenari della geopolitica del clima. Raccontare questi casi è un passo fondamentale per costruire consapevolezza.

Chiara Tea Antoniazzi – docente Università degli Studi di Trento

Per approfondire

Questo articolo si inserisce nell’ambito del progetto “Racconta il clima alla COP30” al quale si collegano anche Dal Campus all’Amazzonia: nuovo bando per universitari e Partecipa con la tua classe alla COP30 in Brasile, per i quali sono ancora aperte le iscrizioni. Per approfondire ulteriormente le tematiche legate alla COP30, consigliamo la lettura di COP30: 260 Organizzazioni ed esperti chiedono maggiore trasparenza alla Conferenza ONU sul Clima in Amazzonia e Oltre la metafora del “polmone verde”: l’Amazzonia soggetto politico-ecologico.

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