Oltre la metafora del “polmone verde”: l’Amazzonia soggetto politico-ecologico

Di Margo Blaha e Marco Cesarini
Mentorship Paulo Lima
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Proponiamo qui una visione politico-ecologica che riconosce la foresta come soggetto vivente e le popolazioni indigene come custodi consapevoli di un altro modo di abitare il mondo. Solo decentrando lo sguardo occidentale si può aprire una vera prospettiva di giustizia climatica.

Di Margo Blaha e Marco Cesarini
Mentor: Paulo Lima

Quando si parla o ci si riferisce all’Amazzonia o alla foresta amazzonica la connessione con l’immaginario del “polmone verde” è quasi d’obbligo. Coniata nel corso degli anni ‘70 questa definizione mediatica, in apparenza positiva, ha portato questo sistema biologico complesso ad essere ridotto a mero oggetto funzionale alla sopravvivenza della nostra specie. 

Si tratta, questa, di una metafora utile per la comunicazione, ma scientificamente imprecisa, incompleta e concettualmente riduttiva. Come definizione, pone le sue radici nell’ottica Occidentale, nella quale il tutto si riduce ad oggetto contabilizzabile da sfruttare con cautela, ma comunque accessibile al giusto prezzo. In questa traduzione qualcosa si è perso: la vita plurale della foresta, umana e non umana, è stata ridotta a flusso di anidride carbonica-ossigeno, a stock di carbonio, a foresta da “salvare” o da svendere al miglior offerente per crearne piantagioni intensive di vario tipo: oltre 106 milioni di ettari sono destinati a 40 tipi di colture diverse che in termini percentuali equivalgono al 13% del bacino amazzonico. 

Amazzonia: una grande rete di connessioni

Questa fotografia scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale mostra un tratto del fiume Amazzoni vicino a Parintins, dove le acque cariche di sedimenti provenienti dalle Ande si estendono su una vasta pianura alluvionale che influenza perfino la formazione delle nuvole. Fonte: Nasa Earth Observatory

Ormai sappiamo che definire la foresta amazzonica solo in base ad una sua funzione statica economica risulta riduttivo della sua reale complessità. È infatti uno dei sistemi biotici con più alta biodiversità al mondo, con una rete di connessioni che comprende piante, batteri, funghi, animali che, interagendo tra di loro, a dare vita alla foresta amazzonica. 

Le statistiche, per quanto indispensabili, non sono che un indizio in un tentativo di comprensione molto più grande. Servono a fornire una prima misura della biodiversità che conosciamo, un’indicazione quantitativa che può colpire, orientare, dare la misura della scala in gioco. Eppure, già i numeri noti oggi parlano da soli:

  • circa il 10 % delle specie di vertebrati e piante mondiali vive nel bacino amazzonico, che occupa però soltanto lo 0,5 % della superficie terrestre;
  • in un’area di 10.000 m² di foresta di pianura amazzonica si contano più specie arboree di quante ne esistano in tutta Europa;
  • le stime attuali indicano 40.000 piante vascolari, 1.560 farfalle, 425 mammiferi, 427 anfibi, 371 rettili, 1 300 uccelli e 2.406 pesci.

Questi numeri impressionanti sono tuttavia solo un’istantanea parziale. In un mondo che si affida ancora troppo a numeri e metriche per “misurare” la natura, dobbiamo ricordarci che ogni cifra è solo un frammento della storia, e rappresenta solo ciò che è stato osservato, classificato, registrato. Per non menzionare che nonostante decenni di studi intensivi, le dimensioni complete della diversità amazzonica rimangono ancora ampiamente sottostimate

In questo contesto, i numeri sono utili non perché dicono tutto, ma perché ci ricordano quanto poco sappiamo. La ricchezza dell’Amazzonia non si esaurisce in quello che sembra un elenco di cifre, ma risiede negli equilibri che la mantengono viva.

Occorre spostare il discorso utilitaristico occidentale

L’importanza di questo salto concettuale risiede nella necessità di spostare il discorso utilitaristico occidentale verso una nuova concezione che comprende anche l’interazione simbiontica presente tra le popolazioni indigene e la foresta stessa. Andiamo quindi a fissare dei punti prima di entrare in questa transizione: dobbiamo forse assumere che le popolazione indigene (terminologia utile a noi per definirle) vivono in simbiosi con ecosistemi complessi come la foresta amazzonica non perché siano “arretrate” rispetto al modello occidentale, ma perché scelgono consapevolmente un altro modo di esistere nel mondo. In questo senso è importante rompere il paradigma di adeguamento ad un modello culturale unico a favore dell’accettazione e comprensione di culture profondamente diverse dalle nostre. 

Nel saggio “Idee per rimandare la fine del mondo”, Ailton Krenak richiama l’attenzione su una serie di problematiche che da tempo affliggono le comunità indigene, i cui modi di vita sono stati profondamente alterati dagli effetti dell’industrializzazione, spesso presentata sotto le vesti della “modernizzazione” e del “progresso”. Le ripercussioni si manifestano su diversi livelli: dalla trasformazione forzata dei territori e dei paesaggi culturali, alla compromissione della salute collettiva, fino all’erosione dei diritti fondamentali. Tra le questioni più urgenti si annoverano la lotta per il riconoscimento e la demarcazione delle terre ancestrali, la difesa del diritto alla salute e all’autodeterminazione, lo sviluppo di iniziative per la tutela ambientale, e la resistenza contro il costante saccheggio delle risorse naturali.

La foresta non come oggetto ma come soggetto con diritti

Le visioni indigene della foresta non la intendono come oggetto, ma come soggetto; non solo come ambiente, ma come mondo abitato. Un mondo in cui la spiritualità, la conoscenza e la relazione ecologica si intrecciano, e dove i confini tra umano e non-umano sono porosi, dinamici, negoziabili: “L’universo è abitato da diversi tipi di persone, umane e non umane, che percepiscono la realtà da punti di vista distinti” come afferma Viveiros de Castro. In questa cosmologia, animali, spiriti e persino elementi naturali non sono oggetti da osservare, ma soggetti dotati di intenzionalità e agentività. Una visione radicalmente diversa da quella naturalista occidentale, dove la natura è diventata qualcosa da amministrare. Questa prospettiva entra in tensione con l’ecologia capitalista e con l’ambientalismo occidentale, che continuano a trattare la foresta come patrimonio da gestire, piuttosto che come soggetto con diritti. È su questo sfondo che si apre una nuova frontiera della giustizia climatica.

I popoli indigeni e le comunità tradizionali della regione amazzonica difendono i loro territori da decenni, spesso a costo della vita. In tutto il bacino amazzonico vivono tra le 400 e le 500 popolazioni indigene, alcune delle quali in isolamento volontario. Queste comunità parlano oltre 300 lingue distribuite tra i nove paesi amazzonici (Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Guyana, Suriname, Guyana Francese e Venezuela) e includono gruppi numerosi come i Ticuna e i Kayapó, noti per la loro resistenza attiva contro il disboscamento della foresta.

Ritratto di una donna Kayapò durante il 14° Accampamento delle Terre Libere a Brasilia, dove oltre quattromila rappresentanti di circa 200 popoli si sono riuniti per affermare con forza la loro resistenza e difendere i propri diritti. Di Apib Comunicação.

COP30: rischio di diventare una vetrina di greenwashing 

La COP30, che si terrà a Belém do Pará, rappresenta paradossalmente l’unico spazio riconosciuto a livello globale in cui le loro istanze potranno forse essere ascoltate. Ma perché queste comunità dovrebbero aver bisogno di un palcoscenico internazionale per essere prese sul serio? Perché solo in eventi globali legittimati dall’Occidente riescono, a fatica, a emergere? Il rischio di trasformare anche la COP30 in una vetrina di greenwashing è concreto, soprattutto se l’Amazzonia continuerà a essere rappresentata come un oggetto da salvare piuttosto che come un soggetto politico e culturale con una propria voce. 

È tempo di restituirle voce, complessità e soggettività. Non possiamo decolonizzare le politiche ambientali se non decolonizziamo prima i nostri sguardi. Per vedere diversamente la foresta, dobbiamo anche posizionarci diversamente rispetto a essa: non sopra, non al di fuori di essa, ma in relazione.

Per saperne di più

Questo articolo si inserisce nell’ambito del progetto “Racconta il clima alla COP30” al quale si collegano anche Dal Campus all’Amazzonia: nuovo bando per universitari e Partecipa con la tua classe alla COP30 in Brasile, per i quali sono ancora aperte le iscrizioni. Per approfondire ulteriormente le tematiche legate alla COP30, consigliamo la lettura di COP30: 260 Organizzazioni ed esperti chiedono maggiore trasparenza alla Conferenza ONU sul Clima in Amazzonia.

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