I colori dell’Argentina: eredità europea o afro-discendenze?

Di Carolina Picot
Mentorship Angela Nardelli
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L'Argentina è un Paese che assurge spesso a simbolo di sogni migratori bianchi, europei e di successo: analizziamo meglio queste narrazioni.

di Carolina Picot
Mentor: Angela Nardelli

25 dei 45 milioni di argentina hanno almeno un antenato italiano. Un paese spesso raccontato come “la patria degli italiani all’estero”, simbolo di un sogno migratorio bianco, europeo, e di successo. Questa narrazione si allinea perfettamente con un progetto identitario preciso, rafforzato durante la presidenza di Carlos Menem negli anni Novanta: l’idea di un’Argentina culturalmente “occidentale”, contestata solo negli ultimi anni poiché non lascia spazio alle componenti indigene e afro-discendenti della popolazione.

L’arrivo degli schiavi in Argentina

In questo contesto si inserisce il fenomeno dell’invisibilizzazione degli afro-argentini. Le sue origini risalgono al periodo coloniale, ma si sono trasformate e consolidate nel tempo attraverso pratiche istituzionali, e censimenti manipolati, a cui si sono poi aggiunti negazione culturale e meccanismi di assimilazione forzata.

Sebbene l’immaginario collettivo associ spesso la schiavitù ad altri contesti del Sudamerica, in realtà ha caratterizzato tutti i gli Stati di America Latina e Caribi. Questo significa che anche il territorio argentino ha conosciuto profondamente la tratta atlantica e l’istituzione schiavista. In particolare, Buenos Aires fu un punto nodale di arrivo e smistamento di persone africane ridotte in schiavitù. Nel corso dei secoli, i censimenti hanno documentato la composizione della popolazione, evidenziando che, a partire dal 1800, gli afro-discendenti a Buenos Aires costituivano tra il 30% e il 40% della popolazione. Questa percentuale diminuì drasticamente nel tempo, arrivando quasi a zero all’inizio del Novecento. Come spiegare questo fenomeno? 

Parlare della tratta degli schiavi nel territorio argentino non è semplice, poiché mancano dati coerenti e sistematici. Tra il 1742 e il 1806, almeno 124 navi cariche di schiavi arrivarono a Buenos Aires, provenienti da diverse aree, come il Mozambico, l’Africa occidentale, il Congo e l’Angola.  Come spiega Andrews, poiché i coloni li consideravano semplicemente “neri”, non possediamo oggi un’immagine chiara delle origini di tutti gli schiavi che raggiunsero il Sudamerica. 

L’Argentina che si voleva bianca

Che cosa è successo a queste persone? La storia racconta che gli afro-discendenti sono stati decimati da epidemie o condizioni di lavoro estreme. Ricerche recenti sostengono che la storiografia sia stata manipolata, poiché invisibilizza il ruolo degli Afro-discendenti e dei popoli indigeni nella costruzione della nazione. Cosa ci dicono invece i censimenti?

I ricercatori sostengono che la scomparsa o fusione di alcune categorie nei dati suggerisce una mancanza di trasparenza, mirata a uno “sbiancamento” della popolazione. Se nel 1800 venivano censiti molti gruppi etnici, con il tempo la supremazia bianca ha cancellato dai dati raccolti alcune categorie sociali, come le “schiave bianche” o i “gauchos neri”, per poi usare semplicemente “negros”, e infine portando a una fusione forzata delle minoranze identitarie nei censimenti.

A questo si sono aggiunti la gentrificazione che ha spinto molte famiglie afro-argentine a trasferirsi nelle periferie di Buenos Aires, rendendoli socialmente meno visibili. Inoltre, tra il 1860 e il 1960, l’arrivo dei migranti europei ha ulteriormente marginalizzato la presenza afro-argentina, facendo di Buenos Aires una città bianca, europea e orgogliosamente “occidentale”

Il mate: un sorso di storia mantenuto nell’ombra

Quando parliamo di invisibilizzazione, facciamo riferimento all’impatto che il razzismo sistemico ha avuto sulle minoranze. Per arrivare a renderle invisibili agli occhi della “maggioranza”, si è prima sviluppata una percezione che normalizza che le persone indigene e gli afrodiscendenti vengano considerate inferiori, in altre parole, oggetto e non soggetto. Nel fare ciò, ad esempio, non si è attribuito loro un ruolo sociale alla pari di quello attribuito alla cultura europea che ha permeato quella argentina. 

Nonostante le condizioni di vita dure, gli schiavi furono determinanti nell’evoluzione delle attività economiche e sociali locali. Originariamente impiegati nelle piantagioni e nella produzione di metalli, con il tempo il loro ruolo si diversificò e furono impiegati come marinai, pescatori e collaboratori domestici. Come hanno contribuito alla costruzione di quella che oggi è considerata la cultura argentina?

Coloro che venivano impiegati per svolgere le mansioni quotidiane nelle case dei padroni, si occupavano anche di compiti simbolici come preparare il mate, una bevanda che oggi rappresenta uno degli emblemi più riconosciuti dell’Argentina. Le origini del mate risalgono ben prima della colonizzazione: furono i popoli guaraní, presenti nell’area del Río de la Plata, a coltivare per primi l’erba mate e a diffondere questa pratica rituale. Successivamente, come spiega Schávelzon, la bevanda fu adottata e diffusa dai conquistadores spagnoli e resa popolare dai gesuiti, che ne gestivano direttamente la coltivazione.

La ritualità che oggi si associa al mate, simbolo di condivisione e convivialità, affonda le sue radici in queste tradizioni, che gli schiavi neri contribuivano a rendere quotidiane, senza però riceverne alcun riconoscimento. Nel periodo coloniale, il rito del mate si diffuse infatti tra gli schiavi, che assimilarono l’usanza e contribuirono in modo decisivo alla sua diffusione attraverso tutti i ceti sociali. Erano loro a preparare e servire il mate alle signore della casa, accompagnandole nei momenti di socializzazione.

Non solo: lo bevevano anche nei rari momenti di aggregazione tra pari, rendendolo una pratica condivisa e comunitaria. A testimonianza di questo legame, tra i reperti archeologici rinvenuti negli spazi abitati dagli schiavi in Argentina, figurano bombillas (le cannucce usate per bere il mate) in ceramica fabbricate dagli stessi afro-discendenti.

Memorie di tradizioni servite calde 

Se c’è però un elemento culturale che associamo a un paese piuttosto che un altro, è sicuramente quello culinario. Alla fine del Diciannovesimo secolo, nelle piazze di Buenos Aires, erano le persone afrodiscendenti a preparare e vendere empanadas, oggi pilastro della gastronomia argentina. Queste tradizioni devono molto alla resistenza e alla creatività degli schiavi neri. 

Pur vivendo sotto la più dura oppressione, gli afro-discendenti in Argentina non solo hanno contribuito a creare una cultura che li ha poi esclusi, ma hanno anche preservato e trasmesso tradizioni che sono oggi orgogliosamente riconosciute come parte integrante della cultura nazionale. L’eredità degli schiavi neri è quindi indissolubilmente legata non solo alla lotta per la libertà e l’inclusione, ma anche alla costruzione di una cultura che, pur essendo stata forgiata nel silenzio della dominazione, è riuscita a resistere e a prosperare.

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Immagine dell’Archivio Generale della Repubblica Argentina: un venditore di empanadas al suo banco a Buenos Aires nel 1937

Decostruirci per dare spazio alla pluralità culturale

Negli ultimi anni, la nazione che viene considerata la più europea del Sudamerica, ha iniziato a dare spazio, riconoscere e valorizzare la presenza e il contributo degli Afro-discendenti, in un processo che l’ONU ha definito “rivisibilizzazione”. Come spiega Geler, questo  cambiamento ha favorito una maggiore attenzione mediatica verso una parte della storia argentina a lungo silenziata e ha dato vita a nuove associazioni che oggi riuniscono tanto i discendenti degli schiavi, quanto coloro che hanno raggiunto l’Argentina attraverso una migrazione Sud-Sud

Sebbene l’identità nazionale argentina sia fortemente legata all’immigrazione europea, è fondamentale ampliare lo sguardo e riconoscere la pluralità di culture che hanno contribuito a plasmare la sua società. Decostruire l’idea della cultura “occidentale” come un parametro di valore superiore agli “Altri”, è un passo necessario per dare spazio a tutte le eredità culturali, permettendogli pari dignità e spazio di espressione.

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Carolina Picot

Professionista nell’integrazione e attivista sociale con esperienza nel coordinamento di progetti internazionali e una laurea magistrale in affari umanitari. Promuove l’inclusione sociale, con un focus su antirazzismo, partecipazione comunitaria e decolonizzazione. Dedica parte del suo tempo a scrivere e condividere prospettive su questi temi per sensibilizzare e creare spazi di dialogo.

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