di Chiara Toscano
Mentor: Paulo Lima
Le Alpi per ricominciare è il nuovo libro di Walter Nicoletti, giornalista e attuale presidente delle ACLI Trentine. L’operaè uscita a fine marzo e con l’intervista a Nicoletti cerchiamo di capire insieme cosa significa per l’autore ripensare alle Alpi come un luogo in cui diverse istanze si incontrano: sostenibilità, vita comunitaria, responsabilità politica e civica, spiritualità e valori alla base dell’abitare e del plasmare la cultura montana.
Come dice il titolo stesso Le Alpi per ricominciare ci proietta al futuro di questo luogo geografico e umano, lo fa ricorrendo saggiamente sia allo sguardo sul passato sia a quello sul presente. Il libro abbraccia una varietà di riflessioni, da quelle storiche a quelle filosofiche e politiche, per restituirci un’immagine sfaccettata del territorio alpino, messo in pericolo dalla crisi ambientale – anzi, già toccato dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Nel corso degli anni e dei secoli, tendenze antropocentriste nella gestione del territorio hanno ignorato interi ecosistemi montani e ne hanno sfruttato al massimo le risorse, producendo una rottura tra uomo e natura. Walter Nicoletti invita a ripensare il nostro legame con la natura; c’è urgente bisogno di ritrovare un equilibrio con il territorio alpino e per farlo l’autore invita a riflessioni profonde, e auspica a una gestione intelligente del territorio.
Chi è protagonista di queste tue pagine?
Le protagoniste sono appunto le Alpi e, se vogliamo, le montagne in generale. Le Alpi, però, sono in primo piano perché molto particolari; furono innanzitutto tra le prime montagne ad venire abitate nel corso della storia, nonché le più antropizzate del pianeta, dove lo sviluppo e il turismo di massa è arrivato per primo, e dove si è sviluppato l’alpinismo.
Dopo alcuni decenni di giornalismo in cui mi sono occupato di montagna, di agricoltura di montagna e turismo, ho pensato che fosse giunto il momento di una restituzione quale sintesi dei tanti insegnamenti appresi sul campo. In più, questo libro è il risultato di una ricerca iniziata alla fine di un percorso accademico triennale presso il dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, dove la tesi l’ho dedicata appunto alle Alpi.
Inizialmente il titolo della tesi era “Le Alpi come nuovo inizio” riferendomi con ‘nuovo inizio’ a un cambiamento delle nostre vite rispetto a come intendiamo oggigiorno lo sviluppo. Ciò che dico sempre quando parlo di questo libro è che non l’ho scritto io, ho preso tanti contributi sparsi sull’ambiente, sulla montagna, sulla filosofia, sulla natura ecc. e li ho condotti a una sintesi conclusiva, attorno alla tesi di fondo riguardante la ripresa del rapporto tra uomo e natura all’insegna della sostenibilità. Le Alpi in tal senso ci possono insegnare tanto!
Oggi, rispetto al passato più remoto in cui le Alpi venivano antropizzate, come vivono le comunità montane alpine il rapporto con la natura?
L’aspetto è molto contraddittorio perché si confrontano più visioni della montagna e del nostro rapporto con essa. All’interno delle comunità si scontrano visioni dello sviluppo completamente opposte. Non c’è dubbio che forse c’è un elemento che potremmo definire unificante, cioè, l’esigenza di ripensare lo sviluppo.
Oggi comprendiamo che determinati modelli sono giunti al capolinea e lo comprendiamo proprio sulle Alpi perché sono state le prime ad accompagnare, sebbene a distanza, la rivoluzione industriale. La rivoluzione industriale c’è stata anche sulle Alpi, qui ci sono da sempre dei distretti industriali, produttivi, grandi fabbriche: Trento aveva la Michelin, ha la Luxottica, ha grandi centri di ricerca – pensiamo alle università o a FBK (Fondazione Bruno Kessler) -, così come sempre nell’arco alpino sono presenti se non metropoli ma comunque grandi città come Grenoble e altre.
Insomma, le Alpi sono anche questo e oggi il punto sul quale siamo chiamati tutti, anche coloro che sono più estremi nell’idea di sviluppo, – coloro che hanno magari in testa i modelli espansivi del turismo di massa, del costruire, del cemento, dei parchi divertimento, dei bike-park – è questo: porre un freno.
Lo spazio che si può antropizzare nell’arco alpino non è quello della pianura, il territorio a disposizione è circa un 18-20% circa, basta guardare una cartina e vedere che lo spazio dove si può costruire, lavorare, produrre, risiedere e fare turismo è scarso. A seguito di tale scarsità si pone l’urgenza del limite; tant’è che emergono casi come quello di Madonna di Campiglio dove il direttore degli impianti sciistici ha parlato di numero chiuso, e ciò succede anche sui passi dolomitici e in altre località interessate dallo stesso tema.
Nel titolo troviamo il verbo “ricominciare”, ha questo a che fare anche con il concetto del “Ri-umanizzare”?
Sicuramente sì. Premetto che il libro non ha la pretesa di fare filosofia alta, semmai una filosofia per tutti a iniziare da me stesso, non è un esercizio intellettualistico quindi non vuole essere un libro sofisticato, proprio per farsi capire dai pastori e dai montanari, dalle persone che lavorano la terra, che sono poi quelle con cui condivido la mia stessa estrazione sociale.
Premesso ciò, la parte filosofica ho cercato di impostarla così: noi siamo arrivati alla parte terminale di un modello di sviluppo che è figlio della rivoluzione scientifica, iniziata nel XVII secolo con pensatori come G. Galilei e Cartesio, al quale dobbiamo moltissimo rispetto alla rivoluzione scientifica. Tale impostazione scientifica ha però un limite, e cioè, avere ridotto il pensiero, come dice Heidegger, a mera tecnica. In questo modo ci siamo resi conto che l’uomo è diventato solo la parte razionale, solo calcolo, che abbiamo messo al servizio del profitto e spesso della disumanizzazione del lavoro e dell’economia.
Così, la proposta delle Alpi come luogo del ripensamento, del ricominciare, è proprio dovuto anche al fatto che la montagna è un luogo di ispirazione. Con ciò si rimanda per esempio a filosofi come Tomatis, che ha elaborato una filosofia della montagna; al significato etimologico della parola montagna, e ai passi biblici. In generale la montagna è un avvicinamento a Dio per chi desidera e per chi crede. Anche in altre culture non monoteiste la montagna e la natura hanno una dimensione spirituale che ci riportano alla necessità di umanizzarci, di tornare a una dimensione umana.
Nel libro ogni capitolo è volutamente diverso dall’altro proprio per ribadire l’insegnamento che ci da la montagna. Oggi ciò che essa ci insegna è che senza spirito e senza cuore noi non possiamo fare nulla, diventiamo solo tecnica e guerre.
Quali sono le risorse naturali dell’arco alpino che vengono consumate in una misura tale da generare problemi all’ equilibrio dell’ ecosistema naturale del territorio? Quali le conseguenze a catena di questo sfruttamento?
Usare la parola ‘risorsa’ non è del tutto giusto se non si vuole ridurre tutto a business, comunque, la risorsa naturale delle Alpi è l’ambiente alpino in sé con il suo ecosistema fatto di migliaia di specie animali e vegetali, l’estrema diversità che vi possiamo trovare. Oggi consumare un metro quadro di terreno agricolo all’interno delle Alpi è un funerale, bisognerebbe fare un funerale tutte le volte che occupiamo, cementifichiamo o asfaltiamo un pezzo di territorio.
In secondo luogo vorrei dire che la risorsa per cui le Alpi sono un patrimonio delicatissimo ma importantissimo è l’acqua. Le Alpi così come il loro sistema glaciale in crisi sono la fonte idrica più importante d’Europa. Ricordiamoci che i grandi fiumi Europei nascono da qui, dal Po’ all’Adige, a tutti gli altri fiumi italiani settentrionali, per non parlare del Danubio, del Rodano, del Reno e tanti altri. Questi fiumi costruiscono una rete che poi vuol dire sviluppo delle città e per milioni di persone nelle pianure. È chiaro che la crisi dei ghiacciai e le modificazioni climatiche mettono in seria discussione questa risorsa.
Poi potremmo parlare anche del legname e ancora dell’acqua come risorsa energetica idroelettrica. Ecco sono tutti questi elementi che ci fanno capire che ci sono le risorse, che devono però essere utilizzate nelle forme di sfruttamento sostenibile, e noi dobbiamo mettere a punto delle buone pratiche, dei prototipi di sostenibilità economica. Non possiamo andare avanti con le Olimpiadi e tutte le volte a costruire cattedrali nel deserto, ma interrogarci seriamente su cosa intendiamo per sviluppo durevole, cosa intendiamo per sostenibilità insomma.
Le comunità montane che si pongono il problema del consumo dannoso delle risorse hanno delle soluzioni da proporre o quantomeno la motivazione ed il potere di iniziare a muoversi e parlarne per trovare delle soluzioni insieme, in dialogo tra i vari protagonisti della scena montana?
Potrei provare a risponderti dicendo che, montanari si diventa, ma cosa vuol dire essere montanari? Il montanaro è colui che interiorizza la cultura della montagna, non colui che svende la montagna. Purtroppo se parliamo di comunità locali, come dico nella prefazione, spesso i più grandi nemici delle Alpi sono stati gli alpigiani, le popolazioni residenti, che hanno svenduto il territorio, e questo succede ancora oggi – le discoteche in quota per il turismo dei milanesi sono una svendita del nostro patrimonio, dove la nostra dignità di montanari viene svenduta per il turismo di massa.
Casi di questo genere ce ne sono purtroppo ancora tanti, anche se sta venendo avanti una classe imprenditoriale più consapevole, soprattutto in Svizzera, ma anche in Slovenia, in Austria, nel Tirolo, nel Sudtirolo e qualcosa anche in Trentino. C’è quindi una consapevolezza, però, non basta dirsi gente di montagna per essere montanari; lo si diventa facendo delle scelte, dei salti culturali chiari, comprendendo che c’è un modello di sviluppo che può essere in linea coi criteri della sostenibilità. Per fare questi salti evolutivi serve educazione, formazione e coraggio. Sono scelte di campo che costano fatica, e non sono neutrali né tanto meno facili.
In cosa consiste la “costruzione culturale delle Alpi”? Quali sono le ricadute positive e/o negative di questa costruzione culturale?
Nel libro divido due capitoli, in uno dei quali mi soffermo sulla costruzione sociale. La costruzione sociale è stato un movimento nato tra l’Alto e il Basso Medioevo e sviluppatosi nel corso di quei secoli. Il Sacro Romano Impero e i Principati Vescovili incentivarono l’emigrazione in quota delle popolazioni e, per esempio, nel sud nell’attuale Sudtirolo arrivano principalmente popolazioni bavaresi dalla pianura che si insediano in montagna e in cambio il potere politico di allora garantì un paio di cose: sgravi fiscali, e un salto evolutivo nel diritto di cittadinanza, cioè, da servitori della gleba diventarono uomini liberi e indipendenti. La montagna divenne quindi simbolo di libertà. Questa fu una scelta politica illuminata.
In un altro capitolo del libro, invece, parlo di costruzione culturale delle Alpi, che a differenza della costruzione sociale appartiene all’epoca moderna. A partire dall’ Illuminismo si è sedimentata un’ idea di montagna concepita dalle classi intellettuali borghesi del tempo, molto distante dalla cultura alpigiana e montanara; è la cultura degli illuministi che amano questi luoghi con il distacco del cittadino borghese concependoli come un terreno di gioco e di avventura, non come un terreno di vita. Entro questa concezione culturale, le popolazioni locali fungono da guide alpine, e sono quelle che servono nelle osterie e negli alberghi, insomma, i lavoratori funzionali allo svago del borghese.
È da qui che crea si genera il mito del pittoresco alpino, cioè lo stile pittorico che si afferma nel corso dell’Ottocento e che esalta una visione bucolica, felice e luminosa, che in parte c’è ma in parte sappiamo che la storia è un’altra cosa perchè la vita è sempre una cosa tragica.
Questa concezione delle Alpi è ciò che noi oggi in realtà dobbiamo in qualche modo superare. Se vogliamo salvare le Alpi dobbiamo entrarci 365 giorni all’anno, perché non possono essere solo un fondale o una parete da arrampicata per il tempo libero, dobbiamo concepire tutta la montagna e preoccuparci del futuro delle montagne andando a risolvere i problemi che oggi ci sono – le modificazioni climatiche e l’abbandono della montagna ad esempio – creando una nuova economia per questi territori, che non sia solo sfruttamento; prenderle in mano tutte senza concepirle solo per una parte.
Riferendoti alle Alpi hai usato più volte l’espressione “terreno di gioco dell’ Europa”, perchè?
Questa è l’espressione usata da uno scrittore, Ruskin, che da esploratore e amante di questi luoghi selvaggi l’ha usata per riferirsi ai fenomeni nuovi che nascevano sul finire del Settecento e si affermarono nel secolo successivo: l’alpinismo, le esplorazioni, l’ escursionismo.
Ci sono due concezioni nella costruzione culturale delle Alpi. Da una parte esiste una dimensione rispettosa della natura come fa Ruskin, che vede nelle Alpi un luogo da non scalfire tanto che lui ce l’aveva a morte con i club alpini, con quelli che andavano a mettere chiodi, e voleva che fossero lasciate intatte. Questo oggi corrisponde un pò alla mountain-wilderness; i sostenitori della natura selvaggia vorrebbero le Alpi libere dall’ uomo.
Dall’altra parte, invece, ci sono delle concezioni più neocoloni, aggressive, sportive e addomesticanti.
Nel libro io propongo una terza via che non è né quella fondamentalista né quella del laissez-faire, ma, piuttosto, una via che guarda alle Alpi come totalità. Non si può più concepire le Alpi a seconda della prospettiva da cui le guardiamo, cioè, solo da alpinisti o solo da operatori del turismo, ad esempio; sono sguardi importanti ma parziali.
Le Alpi sono la più grande oasi naturalistica d’Europa e nello stesso tempo sono le montagne più antropizzate, perciò, dobbiamo risolvere questa sfida e non possiamo farlo né ricorrendo alla wilderness né andando avanti come siamo abituati. Dobbiamo trovare una soluzione che ci mette d’accordo su un modello di sviluppo durevole, sostenibile, rispettoso dei limiti e cosciente di un cambiamento del nostro rapporto con la natura.
Dal punto di vista culturale è una messa in discussione della filosofia della scienza di questi ultimi duecento anni che ha portato il mondo di fronte all’Antropocene. Che questo modello di sviluppo sia insostenibile e sbagliato lo sappiamo tutti, lo dicono anche quelli che ci credono e lo hanno costruito; è il modello capitalistico e neoliberista che ha vinto sugli altri, ma che non dà tuttavia risposte al futuro. Se oggi viviamo in un pianeta con le falde acquifere contaminate e con problemi per le future generazioni, con le plastiche negli oceani, con 2. 500 esplosioni nucleari da ‘45 in poi, non possiamo fare altro che guardare in faccia la realtà e dirci che dobbiamo cambiare.
L’invito è di iniziare dalle Alpi perché lì abbiamo anche una storia che possiamo recuperare; l’insegnamento che se ne trae è che sulle Alpi il limite nella storia è stato sempre rispettato al fine di garantire l’equilibrio naturale. Le nostre comunità antiche avevano regole e statuti di comportamento in cui si stabiliva per esempio un tetto massimo sulla quantità di legname che poteva essere estratto, sulla quantità di frutti, funghi, di sottobosco, di selvaggina o altre risorse ancora del nostro territorio. Perché allora rispettavamo quei limiti e oggi non sappiamo più farlo? Questa è la lezione che possiamo prendere dal passato, e certamente non per vivere come vivevano 200 anni fa.
Io credo che l’ultima rivoluzione che abbiamo davanti si chiama decrescita. Fino a qualche anno fa e in parte ancora oggi con i giovani veniva da litigare; oggi, però, lo stanno capendo in tantissimi che parlare di decrescita non significa impoverirsi e neanche declino, bensì, iniziare a fare a meno di ciò che non ci serve e concepire un’ idea di sviluppo che non coincide con la crescita economica intesa in termini di pura economia capitalista. Se si potenziano le produzioni regionali il PIL decresce, eppure, puntando alle economie regionali si ottiene un risparmio di energia, probabilmente si riesce anche ad avere un’economia più forte, insomma, si mettono in moto altri circoli virtuosi che tornano a beneficio della comunità.
Che forma dovrebbe assumere oggi l’ autonomia politica auspicata per realizzare pienamente un modello sostenibile di insediamento alpino?
Oggi non possiamo porre la questione dell’autonomia senza quella della sostenibilità, di un modello di sviluppo su cui questa autonomia politica possa reggere. Il governo delle Alpi non è semplicemente una partita ingegneristica, statutaria o amministrativa, è anche un’idea di sviluppo. Al contempo, la responsabilità dell’ autogoverno è ciò che può dar forza a un modello di sviluppo sostenibile. Le due cose vanno di pari passo.
La strada dell’autonomia trentina e sudtirolese è un grandissimo patrimonio, però, deve essere punto di partenza ed espandersi all’ Euregio. Noi sbagliamo a sottovalutare questa partita dell’Euregio, dovremmo fare piani di sviluppo turistico, ambientale ed energetico assieme al Tirolo e al Sudtirolo, immaginando il più possibile una macro-regione alpina, cioè, una strategia europea condivisa tra tutte gli stati nazionali e le regioni gravitanti all’interno nell’arco alpino in materia di cultura, di agricoltura montagna e turismo.
Credo, invece, che sia sbagliato portare avanti un modello alpino troppo esteso come l’ EUSALP, che mette dentro anche Pianura Padana e Baviera. Noi dovremmo puntare idealmente a una entità politica condivisa che ponga la sfida dello sviluppo e della sostenibilità.
Ciò vorrebbe dire costruire classi dirigenti di montagna. Oggi le classi dirigenti che abbiamo, sono subalterne alla cultura urbana sia a livello politico che economico; sviluppare una cultura dell’autogoverno e della sostenibilità è compito prioritario di tutti coloro che hanno a cuore le Alpi.
La crisi climatica sta trasformando profondamente i paesaggi alpini: ghiacciai che scompaiono, foreste che cambiano volto, stagioni sempre meno prevedibili. Nel tuo libro, che ruolo ha questa consapevolezza? In che modo le Alpi possono diventare un laboratorio di adattamento o, come scrivi tu, un “laboratorio della sostenibilità” in questo scenario globale di fragilità ambientale?
Non ho approfondito più di tanto la questione delle modificazioni climatiche; comunque, non credo che ci siano soluzioni tampone semplicistiche per mitigare tutto questo, come la costruzione di zone verdi. O fermiamo questo crimine della teologia della crescita oppure non ci salviamo dalle modificazioni climatiche.
Non mi faccio illusioni che basti fare un’ oasi naturalistica o sistemi di sicurezza particolari. Le Alpi dovrebbero testimoniare un passaggio di paradigma nel loro modo di fare turismo, di fare agricoltura e di fare impresa; un modello che preveda dei limiti, la riduzione al consumo di suolo, dei limiti nel numero chiuso: fatti concreti che creino anche contaminazione, un modello di sviluppo esportabile.
Come dovrebbero incontrarsi e agire nella nostra vita quotidiana, secondo te, le istanze scientifiche, spirituali e culturali per salvaguardare il benessere e la convivenza tra uomo e natura?
È il tempo in cui dobbiamo darci pace, anche nella nostra pretesa espansiva di calcolare tutto, di controllare tutto, di avere una risposta per tutto; non c’è una risposta per tutto neanche nella scienza, non riusciamo a dare una risposta sul cosmo, sulla vastità del tempo, dello spazio. Dobbiamo accettare la morte come un atto di grande liberazione e libertà. Accettare il limite è anche questo, in una società che non vuole più invecchiare e non vuole più misurarsi con la decadenza, che ha paura di questi cambiamenti.
Serve pacificare e ritrovare un terreno dove il pensiero scientifico incontri il pensiero spirituale e la dimensione umanistica, tornando a una unità del pensiero scientifico, della cultura.
Tornare a unire ciò che è stato scisso nel passato, non tanto per arrivare a una scienza che si basi sulla fede o viceversa, ma per unire le due cose, arrivando a comprendere che l’essere cosmico, questa entità posta al di fuori di noi e verso la quale forse solo il silenzio può aiutarci a capire ma non a spiegare, non è un ente; il nostro modesto pensiero non potrà mai raggiungerla e non possiamo pretendere di metterla in una formula, in una scatoletta, per dominarla con quattro calcoli. Se usciamo da questa spirale forse ci sentiamo.
Chiudo passando a una domanda più personale: perché una persona che come te vive intensamente la città, con tutti gli impegni che richiede, ha scelto di scrivere un libro sulle Alpi? Ha in qualche modo a che fare con quel concetto di Heimat, che, come ci dici nel tuo libro, è un insieme di identità regionale alpina, responsabilità territoriale e civica e di consapevolezza del limite?
Sono figlio di queste montagne anche se la mia è un’ indole un po’ da topo di biblioteca più che da alpinista-esploratore; frequento la montagna ma non sono mai stato un grande arrampicatore. Nella mia vita ho lavorato in campagna e fatto anche un’esperienza di due anni da boscaiolo prima di tornare agli studi.
Tali esperienze, compresa quella giornalistica mi hanno portato a questo libro, risultato del mio impegno pluriennale per la montagna. Scrivere questo libro è stato un po’ come parlare di me e di quello che sono per certi versi, ovvero una persona che ha cercato e cerca di aiutare la montagna a ridiventare un luogo attrattivo anche per i giovani, adatto ad una vita buona, sana, costruttiva e generativa.
La montagna è un grandissimo rifugio, tutti noi abbiamo un posto che anche se è a due metri è in qualche modo un rifugio che punta al cielo. Ci sono ancora spazi sterminati che possono rappresentare pace e libertà e il libro vuole essere un piccolo contributo per tenerci legati a questa dimensione salvaguardandola.
