Sterilizzazione forzata: una ferita lunga 30 anni

Di Novella Benedetti
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Nel 1997, Celia Ramos muore dopo una sterilizzazione forzata: in questi giorni l'ultima udienza davanti alla Corte interamericana dei diritti umani.

Di Novella Benedetti

In una giornata di luglio del 1997 Celia Ramos si reca al Centro di Salute di La Legua (Perù) per sottoporsi a un intervento di sterilizzazione: la legatura delle tube. Non è una sua idea, è il personale del Centro a insistere da tempo. Alla fine, ha ceduto e deciso di assecondarli. Dopotutto, come le hanno detto, si tratta di un intervento semplice: come togliersi un dente.

Quello che Celia forse non sa, è che la sterilizzazione fa parte del Programma Nazionale di Salute Riproduttiva e Pianificazione Familiare istituito dal governo Fujimori, che mira a coinvolgere soprattutto contadine e donne povere. Non a caso, è un programma implementato soprattutto nelle zone rurali, dove in quegli anni vi è una forte presenza di guerriglia.

Quel giorno, Celia viene operata e tre settimane dopo muore in seguito alle conseguenze riportate dall’intervento chirurgico. Lascia orfane tre figlie, e non sarà l’unica.

Esaurite le vie legali nazionali per ottenere giustizia, la famiglia intraprende quelle internazionali. Il caso è attualmente nelle mani della Corte interamericane dei diritti umani che ha previsto la prossima e ultima udienza per il 22 maggio. Continua così il lungo cammino di ricerca della giustizia da parte dei familiari, iniziato grazie al fratello; adesso che lui è un signore molto anziano, le figlie hanno preso le redini.

“Le figlie erano molto piccole quando Celia è morta, la più grande aveva dieci anni” racconta Gisela De Leon, avvocata e direttrice giuridica di CEJIL (Center for Justice and International Law). “Il fattore temporale è la prima difficoltà che le famiglie si trovano ad affrontare in questi casi. Qui, nello specifico, uno dei principali snodi è se stiamo parlando di un crimine contro l’umanità o meno, perché questo lo renderebbe un crimine non prescrivibile. Più volte il processo è stato chiuso perché secondo lo Stato non si trattava di un crimine contro l’umanità. E questo ha portato a un ritardo importante nella ricerca di giustizia”.

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Gisela De Leon, avvocata e direttrice giuridica di CEJIL (Center for Justice and International Law)

Quali sono le informazioni di contesto di cui abbiamo bisogno per capire cos’è successo?

All’epoca esisteva una sorta di piano militare ufficioso, il “Plan Verde”. La sterilizzazione forzata era una possibile strategia contro i ribelli. La popolazione che viveva nelle aree in cui operava la guerriglia si riteneva rappresentasse la loro base di appoggio. Pertanto, doveva essere eliminata; una delle strategie era spingere le donne a sottoporsi alla sterilizzazione per impedire che dessero alla luce potenziali guerriglieri. La morte di Celia Ramos avviene in questo contesto.

Su cosa state puntando in termini legali?

È stato dimostrato che in quel periodo vi era un alto ricordo alla sterilizzazione forzata, con oltre 2000 casi. In passato lo Stato ha già riconosciuto tale pratica. Come anche nel caso di Celia, le vittime subivano pressioni di vario tipo fino a quando non optavano per sottoporsi agli interventi, che spesso si svolgevano in centri sanitari piccoli, che non avevano tutte le condizioni igienico-sanitarie per realizzare le operazioni in sicurezza. Le informazioni che davano alle vittime non erano né complete né del tutto veritiere. Celia non ha potuto dare il suo consenso in maniera libera e informata, e prendere così una decisione consapevole.

Come state lavorando?

In questo caso noi di CEJIL portiamo la nostra specializzazione sul sistema legale interamericano. Lavoriamo insieme al Center for Reproductive Rights, associazione che si dedica al contenzioso internazionale e che si concentra sui diritti sessuali e riproduttivi. Insieme a noi c’è DEMUS, che è l’organizzazione peruviana in contatto con le vittime, e che le ha sostenute fin dall’inizio. L’avvocataMaría Ysabel Cedano García è la coordinatrice del loro team di contenzioso strategico.

Avvocata Cedano, come si sta vivendo questo processo in Perù?

Il fujimorismo e i suoi alleati al potere stanno portando avanti campagne di negazionismo, in cui attaccano vittime, sopravvissute, organizzazioni per i diritti umani. Ripetono che tutto è una bugia. Per fortuna si è riusciti a fare in modo che il governo di Ollanta Humala approvasse un decreto che dichiarava di interesse pubblico nazionale prioritario l’assistenza alle vittime di sterilizzazione forzata e ordinava la creazione di un registro in cui finora si sono riuscite a iscrivere circa sei-settemila donne. Questo serve per fornire servizi e ottenere giustizia, come ad esempio avere un difensore di pubblico ufficio, o ricevere accompagnamento psicologico.

Qual è la situazione dei diritti umani in Perù?

Viviamo tempi dittatoriali in diversi paesi del nostro continente e il Perù è uno di questi. Oggi come oggi è nelle mani del governo una nuova legge che limita i diritti delle organizzazioni non governative. Non vogliono che queste consiglino o accompagnino le vittime nelle denunce contro lo Stato. Ciò significa che organizzazioni come la nostra, una volta entrata in vigore la legge, non potranno continuare a sostenerle.

Qual è la sua impressione?

Sento che stiamo affrontando un alto rischio di impunità, perché non sono attacchi isolati. Sono attacchi sistematici contro il diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione da parte del Congresso e del Governo. Usano il potere legislativo e quello esecutivo per criminalizzare e reprimere, alla ricerca dell’impunità.

Vuole aggiungere qualcosa sul caso di Celia Ramos?

È molto importante che si tenga in considerazione il contesto: di conflitto armato interno, di povertà e povertà estrema, di violenza maschilista e razzista, di una cultura che non riconosce come diritto il consenso previo, libero e informato – a maggior ragione se sei donna, contadina, indigena. Se non si tiene presente questo contesto non si comprende perché le donne, abbiano “acconsentito” all’intervento di sterilizzazione. Questa sterilizzazione forzata un crimine reso possibile grazie a uno Stato crudele, che ha sfruttato queste circostanze per perseguire i propri scopi politici, senza preoccuparsi della violazione dei corpi delle donne.

Articolo pubblicato sulla testata Unimondo a questo link.
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