di Carolina Picot
Mentor: Angela Nardelli
–
Mentre i conflitti armati, l’impatto del cambiamento climatico e le crisi umanitarie sono in costante aumento, in un contesto politico in cui la solidarietà viene messa in secondo piano e l’inflazione colpisce i più deboli, i flussi migratori nel mondo si evolvono e attraversare le frontiere diventa un tema.
“La migrazione è un fenomeno umano antico quanto la nostra specie. Eppure, oggi i politici l’hanno trasformata in una minaccia”, spiega Katharine Woolrych, ricercatrice e militante per i diritti dei migranti, “Numeri alla mano, i flussi non sono aumentati in modo significativo negli ultimi anni. Quello che è cambiato è la costruzione narrativa del migrante che supera le frontiere: un concetto che può essere interpretato attraverso concetti che vengono spesso confusi tra loro come terroristi, richiedenti asilo e persone senza documenti”.
Criminalizzazione e paura, oltre le frontiere
La paura è un’arma potente. I migranti vengono spesso disegnati come criminali e terroristi, accusati di rubare il lavoro e di invadere e danneggiare le economie e la sicurezza dei paesi che li accolgono alle loro frontiere. Come funziona?
“La criminalizzazione [dei migranti] è una componente strategica della sovranità statale moderna” – spiega l’esperta. “Se consideriamo la genesi degli Stati-nazione, questi si fondavano sulla promessa di protezione dalle minacce esterne come guerre o invasioni. Ma oggi” prosegue “quel patto è in crisi. I cittadini mettono in discussione il ruolo stesso dello Stato, il grado reale di democrazia, l’efficacia del sistema statale di fronte a società sempre più multiculturali. Per le classi politiche al potere diventa quindi essenziale costruire capri espiatori e minacce artificiali, per giustificare la propria esistenza come protettori” conclude Woolrych.
Ecco dunque spiegata la ratio dietro questa paura che si nutre di stereotipi e immagini distorte.
Guardando i dati, le persone che raggiungono l’Europa, attraversandone le frontiere, si ritrovano spesso in posizioni vulnerabili, sfruttati da un sistema che chiude gli occhi davanti al lavoro irregolare, come nel caso del caporalato. Quando questo non avviene, le barriere per l’accesso al mercato del lavoro – frontiere vere e proprie – penalizzano a tal punto i migranti da non permettere loro di servirsi del loro bagaglio di competenze.
È quello che emerge da un recente report di Lighthouse, che parla di “spreco di cervelli”. Secondo il report, in Europa, quasi la metà dei migranti in possesso di una laurea sono troppo qualificati per i lavori che svolgono e hanno il doppio delle probabilità di essere disoccupati, con dati ancora più preoccupanti quando si tratta di donne.
Ma qual è l’impatto dell’uso politico dei migranti come capro espiatorio? Innanzitutto, la narrativa che vede i migranti come una minaccia da cui proteggerci crea dei nemici e incentiva la paura. Così facendo, si giustifica un approccio che in apparenza difende i diritti di coloro che già abitano il territorio, chiudendone le frontiere, mentre in realtà sta rappresentando trasformando l’arrivo dei migranti in un problema di sicurezza.
“Questo approccio securitario giustifica misure straordinarie” sottolinea Woolrych, portando come esempio l’uso della forza per impedire ai migranti di superare le frontiere “in qualsiasi altro contesto, in uno stato di diritto, se vedessimo degli uomini – in uniforme o meno – picchiare delle persone respingendole, questo desterebbe preoccupazione. Ma quando si tratta di migranti e di respingimenti, non ci si pone alcuna domanda sull’impunità e sulla violazione del loro diritto di chiedere asilo.”
La paura degli stranieri, inoltre, incentiva un sistema che li isola e opprime ulteriormente, raddoppiando le loro vulnerabilità attraverso un’emarginazione sistemica. La difficoltà di accesso all’abitazione, a un posto di lavoro regolare e ai servizi essenziali (dalla sanità all’instruzione) ritarda cure e integrazione, mentre la mancanza di vie legali spinge migliaia di persone nel mercato informale. Qui, sfruttamento e sottopagamento diventano l’unica opzione per sopravvivere, in un circolo vizioso che conferma i pregiudizi iniziali.
C’è qualcosa al di là della paura?
Ma come possiamo rompere questo sistema che trova le radici nella paura? Innanzitutto è importare riumanizzare le persone migranti in cerca di un posto sicuro, ma per fare questo dobbiamo ricordarci che “l’eccezionalità è sicuramente legata anche alla razza”, ricorda Woolryck “ed è qui che entra in gioco la disumanizzazione.
Prendiamo, ad esempio, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: quando fu adottata negli anni cinquanta, includeva una clausola coloniale che permetteva a paesi come il Regno Unito, il Portogallo e la Spagna, che ancora possedevano colonie, di non estendere gli stessi diritti alle popolazioni colonizzate. Questo era il criterio minimo affinché questi Stati firmassero la Convenzione. Si tratta di un aspetto cruciale perché dimostra che l’ordine giuridico europeo si è sempre fondato su un principio di esclusione: inizialmente riguardava solo gli europei, poi solo gli europei bianchi.”
A cosa serve riconoscere la storia coloniale della migrazione? Katharine Woolrych invita a riflettere e a fare un passo indietro: “per lungo tempo, gli europei hanno considerato la migrazione un diritto naturale, perché avevano il diritto di conquistare il mondo. Se qualcuno avesse cercato di impedirgli di entrare in un territorio e fare ciò che volevano, lo avrebbero trovato inconcepibile. Il mondo era, di fatto, aperto alla migrazione, purché fosse a vantaggio dei colonizzatori.”
I retaggi coloniali hanno permeato la società e il contesto in cui abitiamo. È proprio questo il motivo per cui occorre cambiare la narrativa e introdurne una che umanizza i migranti. Per farlo è fondamentale cominciare “riconoscendo il colonialismo, adottando una prospettiva decoloniale basata sulla giustizia storica.”
Una volta decostruito il sistema che ci circonda, occorre informarsi, incuriosirsi, interessarsi e imparare ad ascoltare attivamente coloro che ci sembrano così diversi da “noi”. Inoltre, “dobbiamo riconoscere i migranti come membri delle nostre comunità, non solo come “ospiti” temporanei, ma come persone eguali che contribuiscono in modo essenziale, arricchendo la società che li accoglie” ricorda l’esperta. Sono loro a svolgere mansioni essenziali, spesso occupazioni che molti cittadini europei o del Nord globale non sono disposti a intraprendere, come l’edilizia o il lavoro domestico o di cura, fondamenta per il tessuto sociale. Inoltre, contribuiscono all’economia attraverso la fornitura di servizi e lo sviluppo di attività imprenditoriali.
Una barchetta di carta in un mondo in tempesta?
Sebbene questi propositi possano sembrare idealisti, Katharine Woolrych sottolinea quanto tutto ciò possa essere concreto anche nel 2025, nonostante il clima politico ostile. Le persone migranti sono i pilastri delle nostre economie, per cui “a un certo punto, anche Trump dovrà fare i conti con la realtà: non è possibile deportare tutti, perché nel mondo attuale siamo legati gli uni agli altri attraverso il lavoro. I migranti hanno sempre rappresentato la manodopera”. Le persone migranti sono il traino della nostra economia, sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, i proprietari del night shop sotto casa, parte integrante dei quartieri in cui abitiamo. Per questo motivo “questa disumanizzazione deve finire”, afferma Woolrych.

