di Alessandro Bertat
Mentor: Marzio Fait
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Anche in Turchia la legittimità democratica non si misura esclusivamente con il consenso elettorale, ma si fonda sulla capacità delle istituzioni di salvaguardare il pluralismo politico, garantire la separazione dei poteri e tutelare lo Stato di diritto.
Quando, però, il sistema giudiziario viene strumentalizzato per reprimere il dissenso e per estromettere gli avversari politici con accuse pretestuose, si assiste alla progressiva erosione della democrazia degenerata in regime illiberale che pregiudica i diritti civili e la trasparenza dell’esercizio del potere, compromettendo il fisiologico ricambio della classe dirigente e riducendo le libere elezioni a mera formalità. Nella Turchia del Presidente Erdoğan, l’arresto di Ekrem İmamoğlu è solo l’ultimo di una serie di eventi che minano la credibilità del sistema democratico del paese, e il timore che il fermento delle piazze possa innescare una Gezi 2.0 appare sempre più plausibile.
Mercoledì 19 marzo il sindaco di İstanbul – figura di spicco del partito progressista e laico CHP (acronimo di “Cumhuriyet Halk Partisi” – Partito Popolare Repubblicano) e principale oppositore politico del Presidente Recep Tayyıp Erdoğan – Ekrem İmamoğlu è stato preso in custodia cautelare con l’accusa di corruzione e di favoreggiamento al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato un’organizzazione terroristica dal partito al potere AKP (acronimo di “Adalet ve Kalkınma Partisi” – Partito per la Giustizia e lo Sviluppo).
In Turchia il crollo della moneta nazionale, che ha raggiunto il minimo storico di oltre 40 lire per dollaro, riflette la perpetua crisi economica che attanaglia il paese e che funge da cornice per le proteste scoppiate soprattutto nelle grandi metropoli come İstanbul, Ankara, e Smirne. I cittadini turchi si sono riversati nelle piazze in un atto di resistenza che per la sua portata rievoca inevitabilmente la violenta repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013 – un episodio che, insieme all’epurazione dell’apparato burocratico e militare a seguito del fallito colpo di stato nel 2016, segnò la rovinosa deriva autoritaria sotto la leadership di Erdoğan.
Alta Tensione a İstanbul: l’arresto di İmamoğlu scuote l’opinione pubblica di tutta la Turchia
In una dichiarazione rilasciata dall’Ufficio del Procuratore Capo di Istanbul domenica 23 marzo, è stato confermato l’arresto di İmamoğlu “per i reati di costituzione e gestione di un’organizzazione criminale, accettazione di tangenti, estorsione, registrazione illegale di dati personali e manipolazione di offerte nell’ambito dell’indagine finanziaria”, e si è proceduto con la sua rimozione dall’incarico di primo cittadino portando avanti l’accusa di corruzione, mentre l’imputazione per terrorismo è stata archiviata in quanto ritenuta accessoria dai giudici.
La sua detenzione senza la fornitura di prove credibili ha suscitato indignazione nell’opinione pubblica perché ampiamente considerata strumentale allo scopo di escludere il principale avversario di Erdoğan dalle prossime presidenziali. Molti osservatori hanno infatti evidenziato come, prima dell’incarcerazione, a İmamoğlu fosse stata revocata anche la laurea conseguita presso l’Università di Istanbul – laurea che rappresenta requisito imprescindibile per poter concorrere alla Presidenza secondo la legge turca. Ciononostante, il Ministro della Giustizia Yılmaz Tunç ha respinto le accuse e ribadito l’indipendenza della magistratura turca dal governo centrale.
Soprattutto nel quartiere di Saraçhane, sede del Municipio di İstanbul, proseguono le proteste prevalentemente pacifiche nonostante il divieto di manifestare e le restrizioni all’ingresso ed uscita di veicoli sospettati di partecipare ad attività illegali. Tuttavia, sono stati riportati scontri tra i dimostranti e la polizia con l’impiego di cannoni ad acqua, spray al peperoncino, gas lacrimogeni e proiettili di gomma. 1879 sospetti tra cui civili, studenti e giornalisti sono stati arrestati secondo le dichiarazioni del Ministro degli Interni Ali Yerlikaya.
Intanto, in una lettera scritta presso l’Istituto penitenziario di Marmara nel distretto di Silivri (provincia di İstanbul) e pubblicata dal New York Times, İmamoğlu ha accusato Erdoğan di aver smantellato le istituzioni democratiche della Repubblica di Turchia attraverso la detenzione dei dissidenti, il controllo del sistema giudiziario, la censura dei media e la sostituzione di sindaci eletti democraticamente con burocrati al servizio del governo.
Inoltre, con le dovute eccezioni, ha definito “silenzio assordante” la reazione della comunità internazionale, puntando il dito su USA e UE che anteporrebbero la convenienza diplomatica spacciata per “Realpolitik” allo stato di diritto e al rispetto dei diritti umani.
Soprattutto Bruxelles si trova di fronte ad un bivio: rimanere fedeli ai propri valori e supportare l’insurrezione della Turchia contro l’autoritarismo di Erdoğan, o cementare la legittimità del governo di Ankara che negli ultimi anni ha acquisito maggiore importanza strategica nella geopolitica regionale grazie ai massicci investimenti nell’industria della difesa, e che, considerando la riluttanza dell’amministrazione Trump a fare da garante della sicurezza europea mediante la NATO, potrebbe rivelarsi un prezioso alleato non solo nella mediazione in Medio Oriente e nella gestione dei flussi migratori ma anche nella guerra in Ucraina?
Primarie del CHP, l’appello per le elezioni anticipate e la reazione di Erdoğan
Malgrado l’incarcerazione del primo cittadino, il leader del CHP, Özgür Özel, ha convocato domenica 23 marzo le primarie nelle 81 province della Turchia per nominare il candidato che concorrerà alle elezioni presidenziali del 2028. Sono state inoltre allestite urne improvvisate per invitare i cittadini ad esprimere la loro solidarietà verso il sindaco. Con un solo nome in lizza e oltre 15 milioni di suffragi, il voto costituisce un chiaro atto di rivendicazione del popolo turco per la democrazia e per la libera scelta dei suoi rappresentanti.
Stando alle stime del CHP, la manifestazione di sabato 29 marzo nel quartiere di Maltepe ha visto la partecipazione di oltre due milioni di persone accorse per reclamare la scarcerazione del sindaco. Durante il suo intervento, Özgür Özel ha annunciato il lancio di una petizione per sollecitare elezioni anticipate in Turchia, con l’ambizioso obiettivo di raccogliere 28 milioni di firme.
D’altro canto, sebbene non sia previsto dalla Costituzione, il Presidente Erdoğan punta alla sua riconferma e ad un terzo mandato presidenziale. Le opzioni sul tavolo per arginare il vincolo costituzionale includono lo scioglimento del Parlamento con la maggioranza dei due terzi e l’indizione di elezioni anticipate oppure l’approvazione di una riforma costituzionale.
Quest’ultima ipotesi spiegherebbe il nuovo approccio opportunistico di Ankara nei confronti della minoranza curda mediante la richiesta del fondatore del PKK, Abdullah Öcalan, di sciogliere il partito e avviare le negoziazioni di pace con Ankara. Con il possibile sostegno dei curdi, Erdoğan mira ad assicurarsi i due terzi del Parlamento necessari per modificare la Costituzione della Turchia attraverso i voti del partito filocurdo DEM (Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli) che possiede 58 seggi eventualmente da sommare ai 324 della coalizione del governo su 600 complessivi, avvicinandosi sensibilmente alla soglia richiesta.
In cambio il DEM, che promuove le istanze del PKK in sedi istituzionali, si aspetta concessioni significative come il riconoscimento costituzionale dell’identità curda, l’insegnamento della lingua curda nelle scuole e la maggiore autonomia nell’Anatolia orientale, ma resta da capire fino a che punto il Capo di Stato turco sia disposto a scendere a compromessi.
In linea di massima, un accordo di pace con il PKK si rivelerebbe estremamente strategico per Ankara poiché garantirebbe innanzitutto una certa stabilità interna ponendo fine ad un conflitto portato avanti da oltre quarant’anni nel sud-est del paese. Allo stesso tempo l’intesa rafforzerebbe l’influenza geopolitica della Turchia in Medio Oriente e ridimensionerebbe il ruolo delle milizie curde che amministrano la regione del Rojava, nel nord-est della Siria, e che integrano le Forze Democratiche Siriane (SDF).
Ad oggi numerosi sondaggi danno Ekrem İmamoğlu per favorito nella corsa alla prossima tornata elettorale e la sua prigionia, anziché comprometterne l’immagine pubblica, sembra rafforzarne ulteriormente la popolarità in quanto martire politico e punto di riferimento soprattutto per coloro che si sentono privati dei diritti civili ed esclusi dal processo decisionale in un contesto fortemente pervaso da gravi disuguaglianze socioeconomiche e dal dilagante malcontento popolare.
Il futuro della democrazia in Turchia dipenderà dalla capacità della società civile di resistere a questo processo di democratura, e di riaffermare il principio dello stato di diritto che garantisca il rispetto delle libertà individuali e la possibilità di un vero cambiamento politico. La mobilitazione civile dovrà altresì essere accompagnata dal sostegno della comunità internazionale che non si limiti all’acquiescenza ma che possa esercitare pressione affinché le legittime istanze del popolo turco vengano ascoltate.

