di Arianna Bortolotti
Mentor: Monica Malfatti
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«Negli inverni freddi e nevosi di una volta, i colli si imbiancavano e nelle zone a nord la neve si manteneva per un bel po’». Inizia così il racconto di Tilde, che con le sue parole ci immerge nell’atmosfera invernale di fine anni Quaranta.
«Un giorno mia sorella, che all’epoca frequentava la scuola media, tornò a casa con una bella novità: una sua compagna ci invitava tutti a provare degli sci. Io e Mari gli sci li avevamo visti solo indosso ad altri e la proposta ci sembrò allettante. Entusiaste dell’idea, equipaggiate non proprio alla perfezione con i nostri cappotti e scarponcini (niente a che vedere con i capi tecnici d’oggi!), ci incamminammo in salita, verso il Pausolino, il colle su cui si adagiano le mura merlate del castello di Marostica. Lidia ci accolse con sguardo contento e sorriso felice, la seguimmo nella zona innevata a nord, dove si trovava un ampio prato che sarebbe diventato la nostra pista».
Come nasce una passione
«A turno calzammo gli sci, un po’ lunghi per noi, perché erano del fratello di Lidia. Gli scarponi ballavano dentro gli attacchi e le racchette erano decisamente troppo alte. Ma l’entusiasmo compensava le mancanze dell’attrezzatura».
Le tre ragazze iniziano così, a turno, a salire il pedio e a lasciarsi scivolare, con qualche capitombolo, verso il basso. «Non avendo alcuna tecnica, scendevamo dritte dritte, ci fermavamo in qualche modo, per fortuna che il prato ad un certo punto diventava orizzontale! E poi si tornava al punto di partenza per rinnovare la felicità della piccola discesa». Soddisfatta di quella prima esperienza, Tilde, nel ritorno verso casa, pensa già… ad imprese future…
Gli “strumenti” giusti
«Per caso seppi che in un paesino vicino, c’era un falegname che fabbricava anche sci. Ci andai pochi giorni dopo la nostra prima discesa e me ne feci fare un paio su misura. Il giovane artigiano era tutto contento di avere una nuova cliente e così dopo pochi giorni avevo già i miei nuovi amici di legno con le punte strette che terminavano con una piccola prominenza rotonda. Il falegname aveva pensato anche agli attacchi e alle racchette, mi restò solo da procurarmi della sciolina per il fondo non troppo scivoloso.
La domenica successiva, portando dietro anche il nostro fratellino, piccolo ma intraprendente, partimmo alla volta dell’Altopiano di Asiago. Conoscevamo bene quella zona, era la nostra meta delle vacanze estive, trascorse a camminare per i boschi e a raccoglier fragole, lamponi e more selvatiche».

Si parte!
Il gruppo di novelli sciatori sale sulla corriera e raggiunge i dolci pendii di Asiago ed inizia ad esplorare la prima valletta innevata delimitata dal bosco.
«Ci fermammo alla base di una discesa che ci sembrava adatta alle nostre prove, né troppo ripida per non rischiare di farsi male, né troppo piatta per riuscire a divertirsi, cominciando il nostro su e giù. Gian era sempre il più veloce e contento, io, in quanto sorella maggiore, sentivo una certa responsabilità che frenava l’entusiasmo. Mi ricordai di un sentierino che attraversava il bosco, abbastanza facile, che riuscimmo a percorrere a tratti anche con gli sci. Qualche scivolone innocuo mi fece capire che il prossimo passo doveva essere imparare a fare le curve, operazione fondamentali per poter governare gli sci sulla neve».
La faccenda si fa seria
La passione di Tilde si è ormai accesa, ma da brava studentessa delle scuole magistrali, si rende conto che per migliorare ha bisogno di… andare a scuola!
«L’occasione mi si presentò presto: una scuola di sci per alcuni giorni nelle vacanze di Natale, a Pralongià, nelle Dolomiti. Con un nuovo discreto equipaggiamento che mi procurai con i guadagni dei primi lavoretti, tanto entusiasmo e desiderio di imparare, raggiunsi la splendida Val Badia. Il maestro era un simpatico ragazzo veneziano che ci insegnò come difenderci dalle cadute da principianti con lo “spazzaneve”.
Una settimana di bel tempo ci fece godere questa prima esperienza e il piccolo alberghetto circondato da boschi e montagne ci accolse con serate divertenti. I giorni trascorsero veloci con le lezioni di sci e qualche passeggiata, venne velocemente la fine della vacanza con una piccola gara a cui partecipammo tutti: un percorso facile con qualche curva abbastanza larga.
Naturalmente invitava alla velocità, ma personalmente preferivo la prudenza; scesi tra gli ultimi dopo aver visto molti uscire di pista e rotolarsi nella neve, così utilizzando pazientemente lo spazzaneve raggiunsi l’arrivo senza cadere. Non ci volevo credere, ma nella graduatoria ero la prima! Vinsi un piccolissimo scarpone sopra uno sci, un ricordo particolare che ci sarà ancora negli anfratti della casa di Marostica».
Con passione e… cervello!
«Da allora la passione non fece che aumentare, insieme alla conoscenza della tecnica sciistica e della montagna, sempre imprevedibile per le condizioni atmosferiche e naturalistiche. Una nuvoletta portata dal vento sul Monte Bianco può coprire il cielo in pochi minuti e togliere la visibilità e immergerti nella nebbia.
La discesa scialpinistica del Bianco, che intrapresi con amici del CAI anni più tardi, richiese una dura salita con pelli di foca e una partenza ad ore antelucane. La fatica fu ricompensata dalla discesa su una neve che presentava qualità molto diverse: a tratti farinosa, poi ghiacciata e, alla fine del percorso, addirittura primaverile. Incontrammo anche una zona di seracchi, interessanti sculture di ghiaccio, tra i quali zigzagammo per un bel po’».
Nel tempo Tilde scende molte discese come questa, alcune con i mezzi di risalita, altre alla ricerca dei passaggi meno pericolosi per tornare all’arrivo. «Sci da traino o pelli di foca, le gite scialpinistiche rimangono le mie preferite».
