Judo Adattato: sul tatami per l’integrazione e la crescita

Di Anna Ducati
Mentorship Monica Malfatti
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Arti marziali ed inclusività: un binomio che trova la sua espressione vincente nella pratica del Judo Adattato, nato negli anni Sessanta in Olanda.

di Anna Ducati
Mentor: Monica Malfatti

Il judo non è solo uno sport, ma un’arte marziale che insegna valori fondamentali come il rispetto, la disciplina e la perseveranza. Quando questa pratica viene adattata alle esigenze di persone con disabilità intellettiva, diventa un potente strumento di inclusione e crescita personale. Il Judo Adattato, infatti, non si limita all’apprendimento delle tecniche di combattimento, ma mira a sviluppare le autonomie, rafforzare l’autostima e migliorare le capacità relazionali.

Il Judo Adattato: origini e benefici

Il Judo Adattato ha radici profonde: nasce nel 1960 all’Aia, in Olanda, grazie all’iniziativa del maestro Loek van Hal, e si diffonde rapidamente in Europa. In Italia, il maestro Cesare Barioli contribuisce alla sua diffusione a partire dagli anni ’80, promuovendone i valori educativi e sociali.

Secondo numerosi studi, questa disciplina aiuta le persone con disabilità a sviluppare abilità cognitive e motorie, migliorando l’autocontrollo, la gestione dell’energia e il senso di appartenenza a un gruppo. Inoltre, il judo favorisce il rispetto delle regole e della ritualità, elementi che possono risultare particolarmente utili per chi ha difficoltà nell’interazione sociale.

Judo Kyoiku: un’eccellenza a Trento

Tra le realtà più significative in Italia, l’associazione Judo Kyoiku di Trento si distingue per il suo impegno nel Judo Adattato. Fondata con l’obiettivo di rendere il judo accessibile a tutti, l’associazione accoglie persone con disabilità intellettiva, promuovendo un ambiente inclusivo e stimolante.

L’approccio pedagogico è basato sulla valorizzazione delle potenzialità di ogni individuo, piuttosto che sulle limitazioni, permettendo ai judoka di esprimere al meglio se stessi.

L’insegnamento del Judo Adattato

Uno dei principali protagonisti di questa realtà è il maestro Giampaolo Dellantonio, che da anni dedica il suo impegno alla crescita dei suoi allievi. Il suo approccio si basa su un’idea di judo che va oltre la competizione, diventando uno strumento educativo per migliorare la qualità della vita dei praticanti.

Giampaolo lavora per garantire che ogni lezione sia un momento di apprendimento, con obiettivi specifici che includono la gestione dell’equilibrio, la percezione del corpo nello spazio e il miglioramento della coordinazione. Il suo metodo prevede esercizi adattati, che permettono agli atleti di apprendere gradualmente e con sicurezza.

Quali sono gli aspetti più importanti nell’insegnamento del Judo Adattato per persone con disabilità intellettiva?

«Nella mia esperienza, gli aspetti fondamentali nell’insegnamento del judo adattato sono molteplici. Spesso, i ragazzi con disabilità intellettiva non sono pienamente consapevoli della loro condizione e, di conseguenza, non riescono a comprendere appieno cosa possano o non possano fare, anche se la vita li mette inevitabilmente di fronte alla realtà dei fatti. Ad esempio, alcuni di loro non potranno mai guidare un’auto o una moto né svolgere determinate professioni.

Nel judo, la cintura rappresenta un indicatore chiaro del proprio livello di competenza: segnala a sé stessi e agli altri cosa si sa fare, cosa si è in grado di affrontare e, soprattutto, cosa ancora non si riesce a fare. Questa consapevolezza può aiutare i ragazzi ad accettare i propri limiti e a sviluppare un maggiore senso di autostima.

Un altro aspetto cruciale è l’inclusione, un tema complesso che merita un approfondimento. Nei corsi, spesso, ci sono sia ragazzi a sviluppo tipico sia ragazzi con disabilità. Inizialmente, questo può generare situazioni di imbarazzo e disagio, ma con il tempo, attraverso la conoscenza reciproca e la comprensione delle differenze, queste difficoltà si trasformano in opportunità di arricchimento per tutti.

L’autonomia è un ulteriore elemento chiave. La lezione di judo inizia già negli spogliatoi, dove i ragazzi imparano a essere autonomi: si cambiano da soli, indossano correttamente il judogi (l’abito per praticare judo), si allacciano la cintura e salgono sul tatami puntuali per l’allenamento. Questo implica anche la gestione del tempo per non arrivare in ritardo e lo sviluppo dell’autonomia nelle attività quotidiane, come andare in bagno da soli, un’abilità scontata per molti, ma non per tutti.

Potrei citare molti altri aspetti fondamentali, come l’accettazione della sconfitta, il superamento delle difficoltà, il controllo della forza e il rispetto dell’avversario per evitare di fargli male. Tutti questi elementi hanno un obiettivo comune: trasferire le competenze acquisite nel judo alla vita quotidiana».

Come hai visto cambiare nel tempo i tuoi allievi grazie alla pratica del judo?

«Premetto che alcuni dei miei ragazzi praticano judo da oltre 30 anni e i cambiamenti che ho osservato sono stati molti. Tuttavia, questi cambiamenti non riguardano solo le persone con disabilità, ma anche quelle a sviluppo tipico, poiché, sebbene con dinamiche differenti, si affrontano sfide simili.

Uno degli aspetti più evidenti è stata la presa di coscienza del proprio corpo e delle proprie capacità e limiti. Con il tempo, ho visto i ragazzi acquisire maggiore consapevolezza delle proprie possibilità, imparando a migliorare sia nella tecnica che, soprattutto, nella gestione emotiva ed etica.

Il rapporto con l’altro, il compagno di pratica, è un elemento cruciale. Il contatto fisico, tipico del judo, ha insegnato loro a rispettarsi reciprocamente, ad avere rispetto per sé e del compagno di allenamento, evitando di farsi male. Questo può sembrare un concetto banale, ma in realtà non lo è affatto.

Inoltre, grazie alla pratica costante, ho notato un significativo miglioramento nella concentrazione, nella determinazione, nella gestione dello stress e della fatica. Infine, anche la salute fisica ne ha tratto beneficio, dimostrando come il judo possa essere un’attività completa e altamente formativa».

Quali sono le principali difficoltà e le maggiori soddisfazioni nel tuo lavoro con Judo Kyoiku?

«Le maggiori difficoltà che ho incontrato, soprattutto all’inizio, riguardavano la necessità di entrare in sintonia con i ragazzi per comprendere al meglio la loro condizione, i loro tempi di apprendimento e le difficoltà legate sia agli aspetti fisici che a quelli comportamentali. Sin da subito ho dovuto affinare la mia sensibilità, adattando il mio approccio all’insegnamento per renderlo più efficace.

Le soddisfazioni, tuttavia, sono state molte. La gioia più grande è vedere i ragazzi soddisfatti e felici dei loro progressi, notare il loro entusiasmo nel migliorarsi mese dopo mese e osservarli diventare sempre più autonomi e consapevoli delle proprie capacità.

Forse, però, la soddisfazione più grande è stata comprendere che, mentre io insegnavo loro judo, loro mi trasmettevano qualcosa di ancora più prezioso: una passione incondizionata, una sincera trasparenza nel mostrare le proprie emozioni e stati d’animo, qualità che raramente si incontrano altrove.

Ci tengo a sottolineare un punto fondamentale: sebbene sia evidente che ci siano delle differenze tra le persone con disabilità e quelle a sviluppo tipico, è essenziale che le prime vengano trattate allo stesso modo delle seconde, senza “sconti” o eccessive facilitazioni. Credo fermamente che questo sia l’approccio che più di tutti aiuti le persone a crescere e migliorarsi.

A questo proposito, vorrei citare un pensiero del judoista e pediatra Marcello Bernardi:

“Se qualcuno mi chiedesse perché ritengo utile la pratica del judo, risponderei così: perché è l’arte dell’ impiego controllato delle proprie risorse. E se qualcuno mi chiedesse se il judo può essere utile anche alle persone disabili, risponderei che lo è doppiamente: perché persona disabile dispone di minori risorse e quindi deve impiegarle meglio, e perché egli presenta generalmente una particolare disposizione a sfruttare ciò che ha. E parlo di qualsiasi tipo di persona con handicap, anche di quelli più sfortunati, menomati nelle loro capacità mentali. Anche questi, forse soprattutto questi, mostrano per lo più uno straordinario impegno nell’imparare, nel fare, nell’evolvere, nel conquistare, nell’utilizzare tutto quello che la sorte ha loro lasciato. Basta dar loro gli strumenti adeguati. E il judo è appunto uno di tali strumenti. Oserei dire che è uno dei più efficaci.”

Lo trovo estremamente rappresentativo della proposta educativa del judo».

Insomma, il Judo Adattato rappresenta una straordinaria opportunità di crescita e inclusione per le persone con disabilità intellettiva. Grazie all’impegno di realtà come Judo Kyoiku e di maestri appassionati e con sensibilità come Giampaolo, questa disciplina continua a dimostrare che lo sport può essere un potente strumento di cambiamento sociale.

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Anna Ducati

Assistente sociale e sociologa con un superpotere: la passione per la giustizia! Specializzata nella tutela, nei diritti e nella protezione dei minori, trascorre il suo tempo libero esplorando varie opportunità di apprendimento e camminando tra le vette delle montagne. Si diverte a mescolare le sue mille passioni, sempre in cerca di nuove avventure e idee per rendere il mondo un posto migliore. Se non la trovi a scalare una montagna, è probabile che stia progettando il suo prossimo grande cambiamento!

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