Everest: come sta cambiando la risalita sulla montagna più alta del mondo

Di Alessia Gonzo
Mentorship Ilaria Bionda
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L'Everest, la montagna più alta del mondo, ha iniziato a subire, negli ultimi anni, un vero e proprio assedio. Ecco una panoramica della situazione.

di Alessia Gonzo
Mentor: Ilaria Bionda

Qualche tempo fa l’esploratore Alex Bellini su Instagram parlava di “un’agenzia austriaca che starebbe per lanciare un pacchetto esclusivo per scalare l’Everest in una settimana”. Un fatto sicuramente curioso e che merita un approfondimento, considerando che le risalite al Tetto del Mondo sono ogni anno sempre di più e non è raro che si creino interminabili code, proprio come nelle attrazioni turistiche.

Le vie principali per raggiungere la vetta dell’Everest

Il Monte Everest (Chomolungma, in tibetano, Sagaramāthā, in nepalese), con i suoi 8.848,86 metri, è la vetta più alta della Terra e fa parte della catena montuosa dell’Himalaya al confine tra Cina e Nepal. Le vie principali per raggiungere la cima sono due: la cosiddetta “via normale”, da sud, ossia dal Nepal, che passa dal Colle Sud; e una via più tecnica, ma con il Campo Base più accessibile per i veicoli, da nord, ovvero dal Tibet (Cina), che passa dal Colle Nord. Queste due vie portano a due Campi Base allestiti a circa 5.000 metri di altitudine, uno sulla via sud e uno sulla via nord.

Foto di Mari Partyka su Unsplash

A cosa servono i Campi Base

I Campi Base sono stati creati perché il nostro corpo ha bisogno di abituarsi all’altitudine, perché più in alto si va, più la pressione atmosferica diminuisce, rendendo l’aria più rarefatta e l’ossigeno meno disponibile. L’organismo deve acclimatarsi, cioè mettere in atto degli adattamenti che richiedono del tempo come: l’aumento della ventilazione polmonare, gli adattamenti cardiovascolari e muscolari e l’aumento di produzione di Eritropoietina (EPO), che regola la produzione di globuli rossi. L’acclimatamento serve per evitare il Mal di Montagna, una condizione che si può verificare solitamente sopra i 3.000 metri di altitudine, ma che è soggettiva e può cambiare anche nella stessa persona in diverse salite.

Durante la risalita ci sono poi diversi campi d’alta quota, con diverse funzioni: per il riposo, per il deposito di rifornimenti e per l’acclimatamento, per il quale gli alpinisti seguono la “regola” di “salire in alto e dormire in basso”, quindi li raggiungono per poi discendere a quote più basse. L’ultimo campo prima della vetta serve per attendere la finestra meteo favorevole per l’ascesa finale.

Cos’è il Mal di Montagna

Il mancato rispetto dei tempi necessari per l’acclimatamento può causare il Mal di Montagna che si presenta, solitamente, con sintomi come: mal di testa, nausea, vomito, vertigini, stordimento. Antonio Prestini, medico e guida alpina, spiega la regola del “salire in alto e dormire in basso” , importante perché “bisogna sempre evitare di dormire alla quota massima che abbiamo in programma di raggiungere” e aggiunge che “durante la notte tutti i sintomi del mal di montagna vengono amplificati.”

Prestini chiarisce che i sintomi non sono da sottovalutare perché possono “evolvere nelle sue forme più gravi”. Ciò dimostra come salire sul Tetto del Mondo non sia una passeggiata e che sono molti i fattori da tenere in considerazione prima di effettuare la risalita, tra cui il tempo necessario per abituare il corpo.

Foto di abhishek91yo da Pixabay

Le risalite dell’Everest negli anni

La prima ascesa dell’Everest è stata effettuata da Edmund Hillary e Tenzing Norgay nel 1953, mentre la prima risalita senza l’aiuto dell’ossigeno è stata compiuta da Reynold Messner e Peter Habeler nel 1978. Nel corso degli anni, poi, la vetta dell’Everest è passata dall’essere meta per pochissimi alpinisti, all’essere una destinazione del turismo di massa, soprattutto a partire dagli anni ’90 con la cosiddetta “commercializzazione dell’Everest”. 

Sono infatti nati pacchetti per risalite rapide con l’utilizzo di tecniche pre-acclimatazione e servizi di lusso, come il Glamping al Campo Base e l’utilizzo di elicotteri per evitare zone pericolose come la Cascata di Ghiaccio Khumbu. Uno degli ultimi pacchetti per risalite express è quello introdotto da un’agenzia austriaca che riduce la durata dell’esperienza a circa una settimana con l’ascesa alla cima che potrebbe avvenire in soli 3 giorni: questo grazie al gas Xenon, alla preparazione pre-spedizione che simula altitudini elevate e al trasporto rapido, in elicottero, al Campo Base. Solitamente servono 40-60 giorni, per un percorso fatto a piedi e con un adeguato acclimatamento con alcune varianti che permettono di fare l’esperienza in 3-4 settimane.

Dietro alla riuscita di queste risalite e di queste esperienze d’élite ci sono degli aspetti che non sempre sono conosciuti a chi compra questi pacchetti. Spesso il lusso e il comfort nascondono dei lati negativi, soprattutto se portati in un luogo che di confortevole hanno molto poco essendo che lassù ogni essere vivente fatica a sopravvivere.

Foto di Michael Clarke su Unsplash 

Il turismo di massa ha un costo

Mentre le agenzie occidentali tentano di ridurre il tempo delle risalite testando nuovi metodi per ridurre, sempre di più, il tempo necessario per vivere un’esperienza sul Tetto del Mondo, c’è chi si interroga sugli aspetti etici e morali di questo nuovo turismo che crea gravi problemi ambientali e sociali.

Sicuramente i rifiuti sono uno di questi: nei campi base e a valle ogni giorno vengono lasciati moltissime bombole di ossigeno, corde, tende, ma anche molto materiale organico e immondizia che in passato, quando l’Everest era meta di pochi, era presente sicuramente in maniera ridotta. Associazioni come Sagarmatha Next provano a sensibilizzare il pubblico creando arte dagli scarti, ma il problema rimane enorme e constante. In questo video del 2023 possiamo vedere l’inquinamento che crea questo business. Da marzo 2014 il governo nepalese ha introdotto l’obbligo di riportare a valle almeno 8 kg di rifiuti a persona oltre agli scarti personali e all’equipaggiamento, per tentare di ridurre questo problema.

Un altro problema riguarda la sicurezza degli sherpa. Secondo l’Internazionale, “al mondo non esiste un’altra industria che con tale frequenza uccide e procura menomazioni ai suoi lavoratori per offrire un servizio ai clienti.” Spesso agli sherpa non sono dati i riconoscimenti necessari sia economici che in termini di sicurezza sul lavoro e spesso tra clienti e organizzatori regna molta ignoranza su quali siano le reali condizioni di lavoro.

Stiamo trasformando l’Everest in una meta per chi ha più soldi che tempo, con l’obiettivo di raggiungere la sua cima il più velocemente possibile? Non sarebbe, invece, un’esperienza da vivere con rispetto e consapevolezza? Con tende di lusso, saune e bagni privati, i Campi Base assomigliano più a degli hotel a cinque stelle ad alta quota, allontanando la realtà, segnata anche dal sacrificio e dalla fatica di chi permette al cliente di realizzare il suo sogno.

“Dio del cielo”, in nepalese e “madre dell’universo”, in tibetano: i nomi con cui le popolazioni locali battezzano l’Everest fanno capire il rispetto dovremmo dare tutti a questa montagna e farci capire che se non abbiamo il tempo, i soldi, la preparazione necessaria, allora è giusto che raggiungere la sua vetta rimanga un sogno che forse un giorno potremmo raggiungere ma rispettando i tempi, le persone e la natura. 

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