Di Chiara Toscano
Mentor Paulo Lima
Lo scorso 4 febbraio si è tenuta a Trento una conferenza sulla cultura militarista “Studente (im)perfett*. Una scuola che addestra all’obbedienza e alla disciplina, verso una militarizzazione della società”, un evento organizzato da un gruppo di insegnanti di diversi gradi scolastici che ha aperto un dibattito su un tema poco discusso: la crescente presenza delle forze armate nelle scuole italiane e il loro ruolo nella formazione dei giovani. Tra gli interventi, quello di Charlie Barnao, docente di Sociologia che da anni studia i modelli addestrativi militari e la diffusione della cultura militare nella società civile.
Risveglio di un timore
L’integrazione tra istituzioni scolastiche e militari desta preoccupazione, soprattutto perché non tutti sono consapevoli delle implicazioni culturali e politiche. Gli insegnanti ritengono necessario un confronto collettivo per accendere le coscienze e immaginare alternative ai protocolli imposti. Troppi progetti di educazione alla cittadinanza e scuola-lavoro vengono affidati alle forze dell’ordine, che diventano interlocutori privilegiati su temi come bullismo, legalità, violenza di genere, solidarietà e inclusione.
Cultura, economia, politica e militarismo
Il Prof. Barnao, basandosi sulla sua ricerca “Il soldato (im)perfetto”, ha illustrato come il militarismo si diffonda nella società civile attraverso sport, intrattenimento, videogiochi, oltre che con il legame tra management e strategia militare. “Sicuramente”, premette il relatore, “c’è una sovrapposizione importantissima tra le dimensioni culturale, economica e politica quando si parla di militarismo.
Caso emblematico è la foto della notte delle elezioni di Donald Trump, in cui ci sono il neoeletto Presidente USA, Elon Musk, e Dana White: il primo rappresenta principalmente il potere politico, il secondo quello economico, e il terzo quello culturale”. Dana White è però strettamente legato alle arti marziali miste (MMA) che sono il terzo sport più praticato al mondo e rientrano tra i programmi addestrativi di tutti gli eserciti del mondo, sponsorizzate ufficialmente dall’esercito americano.
Anche l’azienda italiana Leonardo Spa, attiva nei settori della difesa, della sicurezza e dell’aerospazio, combina al suo interno questi tre elementi di politica, ricchezza e cultura. L’azienda a capitale pubblico – con principale azionista il Ministero dell’Economia e delle Finanze – rientra fra i primi quattro esportatori in Italia di armamenti e tecnologie militari. Con 51.392 persone occupate tra i diversi 105 siti nel mondo, Leonardo ha a lato la fondazione culturale Med-Or che diffonde i valori dell’azienda e stringe accordi anche con le università.
“Socializzazione” della cultura militarista
Un aspetto rilevante all’interno della socializzazione del militarismo è poi il “populismo penale“, che trasversalmente ai partiti identifica categorie sociali come nemiche, usando il diritto penale per aumentare il consenso. Inoltre, il militarismo emerge anche in reality show come “Il Collegio” e “La Caserma”, nel survivalismo, nei videogiochi con contenuti bellici e anche nei giocattoli, come dimostra lo scandalo di qualche tempo fa sui giocattoli militaristi di Giochi Preziosi. Sui film, poi, ci sarebbe tanto da dire, ma anche su tutti i programmi di training ad alta intensità delle palestre, molti di origine militare.
Anche il management ha un legame con il militarismo, perché nasce come disciplina scientifica durante la seconda guerra mondiale per gestire e utilizzare le risorse. E ancora Amazon ha un programma di reclutamento di ex-militari, “si ricercano caratteristiche, in chi deve gestire il personale dell’azienda, individuabili in chi è stato formato all’interno dell’esercito”, dice il professore. Infine, il ministro dell’Istruzione Valditara ha esplicitato di recente, per quanto riguarda la scuola, l’importanza dell’umiliazione che, come spiega Barnau, è al centro di tutto l’addestramento militare.
Per una cultura che non ripudi la guerra
Antonio Mazzeo, nel suo libro La scuola va alla guerra, documenta oltre 15 anni di collaborazioni tra scuola e forze armate. Il Protocollo d’Intesa del 2014 tra Ministero dell’Istruzione e Difesa ha formalizzato questa alleanza, con le forze armate coinvolte in discipline come storia, scienze e sport, geografia politica, diritto. Le forze armate vengono presentate come garanti di crescita sociale, economica e democratica, attraverso attività accattivanti rivolte agli studenti: corsi, concorsi, visite a basi militari, open-day e tanto altro ancora.
L’obiettivo è promuovere una cultura della difesa e della sicurezza, accrescendo il consenso verso le missioni militari internazionali, il complesso militare-industriale e la retorica sulle “missioni di pace”. Ciò che preoccupa sono le esaltazioni sempre e solo positive delle azioni militari, dei nobili valori che difendono, la celebrazione del coraggio e del sacrificio dei soldati caduti nella Prima Guerra Mondiale senza mai una parola sugli orrori e l’orribile carneficina che ha causato.
Spaventano le narrazioni ripulite di ogni goccia di sangue. Per usare le parole di un gruppo di docenti di Venezia, investiti della responsabilità di accompagnare le classi alla festa delle Forze Armate celebrata il 4 novembre: “Preoccupa la mancanza di un contraddittorio con esponenti del mondo civile e/o accademico”.
Discutere di alcune tendenze scolastiche
È necessario, quindi, accrescere la consapevolezza di come la rapidità del processo di militarizzazione limiti “l’agibilità democratica” e la difesa dei principi costituzionali. L’incontro di Trento ha acceso un piccolo faro su questo fenomeno, e gli organizzatori annunciano che che ve ne saranno altri: uno proprio con il professor Mazzeo a fine marzo, uno in cui si vuole approfondire il tema dell’ esuberante ricorso alle certificazioni, con il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa e Chiara Gazzola autrice del libro Divieto d’infanzia. Psichiatria, controllo, profitto, e probabilmente anche un appuntamento per parlare della digitalizzazione nelle scuole.
Allenarsi al confronto e reagire
Per concludere, il dibattito ha messo in risalto da una parte la frustrazione e il senso di impotenza che a volte provano gli insegnanti davanti a proposte di progetti che sembrano tacitamente imposti. In più, pare ci sia una certa difficoltà a dialogare e a trovare momenti di vero scambio intellettuale in sede di collegio docenti, perché burocrazia e decisioni organizzative sono talmente tante che prendono il sopravvento.
Dall’altra parte, qualcuno invita a distinguere la legalità dalla giustizia: bisogna parlare a ragazze e ragazzi della differenza che intercorre, perché a furia di focalizzare incontri e progetti sulla prima si perde di vista il terreno etico che ne sta alla base, la giustizia. C’è chi invita a resistere alle tante pressioni che scuola e insegnanti si sentono addosso, al fine di non perdere di vista le responsabilità che si hanno sul futuro e sulle nuove generazioni; così come non mancano le voci di coloro che riflettono in maniera critica sulle modalità autoritarie in classe, e su un vecchio modo di fare scuola bacchettando troppo spesso i pareri critici di alunne e alunni.
In merito alla possibile resistenza dei docenti nei confronti di progetti calati dall’alto, interessante la puntata di Radio Blackout del 5 novembre 2024 in cui si intervista la docente Serena Tusini, promotrice dell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Si può trovare insieme ad altri podcast sul tema nel sito dell’Osservatorio.
Per approfondire
Nell’articolo si cita Elon Musk per il suo ruolo nel nuovo governo Trump, ne parliamo anche nell’articolo La nomina di Musk: i rischi di un potere così grande. Del settore militare parliamo invece, in relazione alla crisi climatica, nell’articolo COP29: Il ruolo del settore militare nella crisi climatica.

