“L’uomo che resta” – intervista all’autore Marco Niro

Di Anna Rossi
Revisione Ilaria Bionda
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Intervista al giornalista ed educatore ambientale Marco Niro, autore del libro "L'uomo che resta", sulla crisi climatica e sulle sfide dell'umanità.

di Anna Rossi

Marco Niro, classe 1978, scrittore, giornalista ed educatore per l’ambiente presso l’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente (APPA) esce con un nuovo romanzo da “solista”: “L’uomo che resta” (Les Flâneurs 2025). Il libro segue le storie intrecciate di tre coppie di protagonisti attraverso i confini del tempo (Paleolitico, Presente e Futuro) e dello spazio. 

Come lettori, restando accanto ai personaggi, affrontiamo non solo la costante e dilagante crisi climatica, ma anche le sfide all’umanità e ai valori dei protagonisti. Il libro è sì una storia d’avvertimento, ma soprattutto una riflessione su come “la ragione non sta sempre col più forte, la ragione è da cercare e perseguire nell’umano”. Abbiamo intervistato l’autore, per farci accompagnare nel libro e riflettere insieme sui temi trattati.

L’autore, Marco Niro
Perché ha deciso di scrivere sulla tematica ambientale, e perché proprio come romanzo?

L’ambiente e il cambiamento climatico sono la mia vocazione, ma l’intento era trasmettere il messaggio non in maniera leziosa, cercando un medium che potesse rendere la tematica apprezzabile da tutti. 

Come dice nel suo libro, raccontare è ciò che rende umani ed è anche ciò che caratterizza i suoi protagonisti. Certo è, però, che, come provano anche i suoi personaggi, la tematica ambientale può risultare scomoda. Lei crede che il racconto e l’arte abbiano una responsabilità verso l’ascoltatore o bisogna lasciarli liberi di esprimersi anche quando rischiano di risultare scomodi?

Sicuramente dal mio punto di vista c’era un intento militante per trasmettere un messaggio: usare un linguaggio diverso per il tema climatico. Da un lato ritengo il tema della responsabilità della scrittura centrale: scrivere è un atto di responsabilità innanzitutto verso me stesso, avevo bisogno di provare a fare qualcosa di diverso. Dall’altra parte però non sempre è giusto scrivere esclusivamente pensando alla morale e al messaggio che si vuole trasmettere, altrimenti si rischia di fare cose narrativamente piatte.

Io ho cercato di ovviare a questo rischio creando romanzi corali in cui le diverse prospettive dei personaggi portino al romanzo più punti di vista; ho cercato anche di immedesimarmi nei negazionisti, in quelli che ritengono l’uomo sia un dominatore radicale della natura.

A proposito di questo, uno dei problemi che lei solleva nel suo romanzo è quello della forza: i suoi antagonisti la vedono come dominazione, mentre i suoi eroi la trovano nella collaborazione, nell’umanità e nella curiosità. Ritiene che questo possa essere un punto di riflessione per noi?

Potrei sembrare cinico ma forse oggi quelli ritenuti eroi sono solo coloro che si impongono e che usano la forza in modo prevaricatore. Io preferisco usare l’anti-eroe inteso in senso classico, ovvero quella figura che combatte lo stesso pur sapendo che la partita è difficile, se non addirittura viziata da regole truccate. Inoltre, è proprio per questa consapevolezza di poter solo combattere strenuamente che l’anti eroe è portato a collaborare con gli altri. Credo che questo sia il principio con cui dovremmo affrontare l’imminente crisi climatica.

Nel libro c’è una riflessione su cosa significhi essere umani: essere curiosi, creare per migliorarsi sì, ma talvolta cadere in tentazione nella ricerca del progresso. In una scena in particolare, Bruno (uno dei protagonisti) rischia, proprio per questa illusione del continuo miglioramento, di rovinare tutto. Lei pensa che il mondo scientifico di oggi stia inseguendo pericolosamente “l’Homo Deus, Felix e Aeternus”? 

Nel romanzo c’è un ragionamento sul fascino dei cosiddetti trans-umanisti che non sono innocui matti, ma personaggi che cominciano a guidare il discorso politico mondiale. Usare la scienza come una volta si usava la religione (promettendo l’immortalità) è un aspetto che da un lato affascina; chiaramente quest’idea richiama l’hubris che gli antichi greci, saggiamente, temevano così tanto.

D’altra parte Bruno si lascia affascinare da questo, dimostrando proprio l’ambivalenza umana: non esistono persone solo buone o cattive, piuttosto esistono azioni buone o cattive, azioni che accettano o meno il limite naturale, col rischio di diventare pericolose non solo moralmente, ma soprattutto scientificamente. Pensare di continuare a crescere infinitamente su un mondo con risorse finite è un errore, oltre che filosofico, soprattutto scientifico.

La copertina del romanzo, edito da Les Flaneurs
I suoi anti-eroi si caratterizzano per la capacità di ascolto, capacità ad oggi ritenuta come passiva. In realtà nella sua storia questi personaggi sono tutto meno che passivi. Nel tempo loro usano questa abilità non solo per sopravvivere, ma per vivere appieno. Forse  anche noi dovremmo cambiare la nostra concezione dell’ascoltare?

Saper ascoltare è un valore fondamentale collegato all’altro valore fondamentale dei miei protagonisti: la curiosità. Penso che ad oggi dovrebbero diventare le capacità decisive, anche perchè siamo finiti in un cul de sac informativo per cui siamo immersi in un flusso costante di dati 24/7 che però non fa altro che renderci informati di tutto, ma senza conoscere niente. Quindi il problema è proprio confondere la quantità con la qualità, il non riuscire a conoscere ad un livello adeguato. Ritengo imperante ritagliarsi gli spazi necessari prima di tutto per essere curiosi, ma soprattutto per ascoltare.

Nel libro il mondo dei dati e della tecnica collassa su se stesso, un po’ come rischia di fare il nostro. Noi sentiamo spesso che l’AI sostituirà molti lavoratori. Qual è l’importanza nel nostro mondo dei dati di rimanere e far restare gli umani? 

Come sempre quando si parla di tecnologie bisognerebbe fermarsi a guardare chi ci sta dietro, chi ce le mette a disposizione. Probabilmente la direzione va verso la sostituzione umana con le macchine. Il punto è chiedersi se sia giusto fare una cosa solo perché c’è la possibilità tecnologica di farla. Io credo che oggi questa riflessione sia pericolosamente tralasciata. Bruno nella sua nota al futuro dice proprio “facevamo una cosa solo perché si poteva farla”, questo è il vero pericolo.

Dovremmo chiederci se la possibilità tecnologica davanti a noi sta effettivamente rispondendo a nostri bisogni primari, oppure se sta rispondendo ai bisogni di chi possiede questi strumenti. Quello che facciamo non è gratis e spesso ci ritroviamo ad addestrare un’intelligenza artificiale con le nostre richieste, ma quelli che ci guadagnano non siamo noi. bensì i proprietari di queste tecnologie. Il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la controlla.

La bellezza nel romanzo serve a raccontare. Perché nel mondo dei dati moderno dovremmo abituarci a cercare la bellezza?

Il gruppo musicale Le luci della centrale elettrica in una canzone ha affermato: di quest’epoca non resteranno nemmeno belle rovine”. Nella nostra epoca il bello è stato il primo sacrificio. Non è un caso, la bellezza tende ad essere considerata poco profittevole, e quelle poche volte in cui viene valutata finisce per diventare mera merce di scambio. Tuttavia, la forma del racconto è tanto importante quanto il contenuto, la bellezza serve tanto quanto il messaggio. Credo fermamente che siamo umani al massimo grado quando riusciamo a raccontare belle storie.  

Crede che sia per questo che molti negazionisti climatici dicono: “Cosa mi cambia se si estinguono alcune scimmie nella foresta? A me non servono”?.

In un romanzo precedente ho riflettuto su questa mentalità parlando degli orsi. Chi sostiene che non servano adotta un approccio funzionalista che rivela il malsano antropocentrismo moderno per cui noi siamo una specie superiore alle altre. Di fatto finiamo per non riconoscere più la bellezza della natura e del diverso. 

I suoi protagonisti vivono, in epoche molto diverse, le stesse problematiche sociali e climatiche. Perché ancora oggi gli uomini faticano a capire il pericolo ambientale? Cosa li rende ciechi ad un problema palese?

La scelta di tre epoche è per dimostrare che l’inettitudine di fronte alla crisi ecologica non è necessariamente universale, si potrebbero affrontare diversamente le cose. Amitav Ghosh sostiene che il problema sia comunicativo e che le sue cause siano (come sostiene Bruno) non la stupidità umana: il problema è che la crisi non è una storia facile da raccontare, per non parlare del fatto che noi non siamo più in grado di raccontare storie. Il punto è ritornare a raccontare e fare leva sugli elementi che Ghosh ritiene mancanti dalle narrazioni serie: la natura, l’interlocuzione con il non umano, la mancanza dell’improbabile. 

Per saperne di più

La tematica del clima è tra quelle che come Agenzia di Stampa Giovanile prediligiamo, trattandola sotto diversi aspetti e da differenti punti di vista. Consultando la sezione clima del nostro sito potrai trovare i contenuti più svariati.

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