Di Carolina Picot
Mentor: Angela Nardelli
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Gli zoo umani, meglio conosciuti come una vera e propria esposizione etnica, rappresentano una delle pagine più oscure e inquietanti della storia del colonialismo e della supremazia razziale. Tra il 1870 e il 1958, in numerosi paesi europei, tra cui Belgio, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna, nonché negli Stati Uniti, si diffusero le “esposizioni etniche“, più comunemente note come “zoo umani”. Si trattava di spazi alienanti della mercificazione e reificazione del corpo esotizzato dell’Altro. Questi vennero usati al fine di esaltare la presunta “superiorità dell’Occidentale” e legittimare l’idea di “civilizzare” le popolazioni colonizzate, considerate inferiori. Si è trattato di ciò che Giulia Bogoglio Bruna definisce una vergognosa spettacolarizzazione dell’Altro.
Le esposizioni etniche sono stati ampiamente ignorati nella storiografia. Ma erano davvero così frequenti? In apparenza si potrebbe trattare di una realtà remota, estranea, eppure erano una realtà diffusa: hanno occupato gli spazi urbani di città come Genova, Milano, Palermo e Torino. Perché allora se ne parla così poco? In che modo questa eredità si è sedimentata nella memoria collettiva? Perché in alcuni paesi il dibattito su questi eventi è ormai parte della riflessione sul colonialismo, mentre in altri il tema è stato quasi completamente rimosso? Quali sono le implicazioni di questa rimozione sulla nostra percezione del passato e del presente?
Le esibizioni etniche: un palcoscenico di esotismo forzato
Quando parliamo di esibizioni etniche, facciamo riferimento a una pratica estesa nelle società occidentali di esibire pubblicamente esseri umani viventi, selezionati per le loro peculiarità fisiche e culturali. Questo avveniva spesso nel quadro delle Esposizioni universali, vetrine del trionfo industriale e scientifico. Accanto ai padiglioni che esaltavano le magnifiche sorti del mondo occidentale, si svolgeva uno spettacolo angosciante: nei villaggi etnici ricostruiti artificialmente per l’occasione, uomini, donne e bambini provenienti dalle colonie venivano costretti a esibirsi in scene di vita quotidiana secondo l’immaginario occidentale dell’“esotico” e del “selvaggio”.
Si trattava di corpi esposti allo sguardo dei visitatori bianchi, che potevano ammirarli, ridicolizzarli, studiarli, certi della superiorità della propria razza e del diritto di dominare le altre, mentre cartelloni e descrizioni pseudoscientifiche ne sottolineavano la presunta arretratezza. In alcuni casi, le barriere tra pubblico ed esposti erano gabbie vere e proprie, rafforzando l’idea che questi individui appartenessero più al regno animale che a quello umano.
Nonostante la violenza dell’imposizione di queste messe in scena, chi veniva esposto non era sempre passivo e rassegnato alla propria sorte: alcune persone trovarono spazi di resistenza e agency, negoziando le proprie condizioni, adattando le proprie performance o rivendicando la propria dignità di fronte a un pubblico che le osservava come oggetti esotici. Alcuni riuscirono a denunciare le loro condizioni, altri cercarono di sovvertire le aspettative imposte, mostrando competenze e tratti culturali non previsti dalla narrazione dominante.
Tuttavia, queste forme di autodeterminazione si scontravano con un sistema rigidamente costruito per ridurre la loro umanità a “spettacolo”. Una volta conclusa l’esposizione, queste persone venivano trasportate nei loro paesi di origine. Alcune morirono durante o poco dopo la pratica, vittime delle condizioni di vita a loro imposte, come l’esposizione a climi estremamente freddi e la costrizione di vivere all’aperto o in capanne durante l’inverno. In alcuni casi queste persone divennero oggetti di studio per la scienza coloniale.

Esibizioni etniche: perché?
Negli ultimi dieci anni, gli zoo umani sono stati oggetto di uno studio più approfondito, rivelando il loro stretto legame con i processi di costruzione delle identità culturali e nazionali, specialmente nei paesi con una forte tradizione coloniale e imperiale, come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania. Questi eventi inserivano le persone provenienti dalle colonie in un sistema complesso di manipolazione e regolazione della loro esistenza, con tre scopi principali che riflettevano e rinforzavano le ideologie coloniali e razziste dell’epoca.
Il primo obiettivo, il più evidente e diffuso attraverso la stampa dell’epoca, era il divertimento e l’intrattenimento. Questi eventi offrivano al pubblico l’opportunità di osservare individui indigeni provenienti da territori colonizzati, presentati come curiosità “esotiche” e “selvagge” da ammirare. Per molti, rappresentavano l’unica occasione di vedere popolazioni e culture lontane, in un contesto che enfatizzava la loro alterità rispetto ai visitatori.
Il secondo scopo era giustificare il razzismo e la supremazia razziale. Le esposizioni etniche fungevano da strumenti di propaganda, rafforzando l’idea di una gerarchia razziale con gli occidentali bianchi collocati al vertice e le altre popolazioni relegate a uno stato di arretratezza o inferiorità. Esporre persone provenienti dalle colonie legittimava il colonialismo, suggerendo che le potenze europee avessero il diritto – o persino il dovere – di “civilizzare” le popolazioni colonizzate.
Inoltre, rendere accessibili queste esposizioni alla popolazione rendeva popolare e socialmente accettato il razzismo esplicito e il colonialismo estremo. Gli individui esposti venivano dislocati e costretti a vivere in ambienti artificiali, controllati in ogni aspetto della loro quotidianità, dai ritmi alle modalità di interazione con il pubblico. L’etno-esposizione non solo rappresentava l’alterità coloniale, ma ne regolava concretamente l’esistenza, rivelando strategie di controllo dei corpi e delle identità che continuano a persistere.
Questa giustificazione del razzismo e del colonialismo, a sua volta, si intrecciava con un terzo obiettivo implicito ma altrettanto significativo: rafforzare la narrazione del progresso occidentale. Le esposizioni etniche mettevano in contrasto le cosiddette “società primitive” con la modernità occidentale, costruendo una retorica che giustificava le politiche imperialiste come necessarie per il progresso dell’umanità.
Ma se non esistono più, perché parlarne?
Questi eventi non solo hanno contribuito a radicare un profondo senso di superiorità e a rafforzare la disumanizzazione dell’Altro, ma hanno anche alimentato un razzismo strutturale che ha avuto impatti devastanti sulla storia mondiale. Le ideologie razziste e coloniali, perpetuate nel tempo, sono alla base di tragiche vicende storiche di portata globale, che vanno dalle Generazioni rubate in Australia (1910-1970) il Genocidio Armeno (1915-1917), l’Apartheid in Sudafrica (1948-1994), il Genocidio in Ruanda (1994) fino a quello recente in Palestina. Questi eventi non sono episodi isolati, ma sono il frutto di un lungo processo di disumanizzazione e oppressione che ha radici profonde nella storia della supremazia bianca e coloniale.
Il sistema di supremazia bianca ha prodotto una percezione distorta della realtà, in cui la gravità di tali crimini viene minimizzata o normalizzata. All’interno di questo paradigma, le vittime sono viste come intrinsecamente inferiori e, pertanto, non meritevoli di attenzione o indignazione, il che si traduce in disuguaglianze persistenti, come l’accesso limitato al lavoro e all’istruzione per le minoranze razzializzate. Questo ha portato spesso i governi occidentali a sostenere o tollerare atti di violenza, in un consenso tacito radicato nei secoli di dominazione e disuguaglianza.
Al di là di queste atrocità, le forme di discriminazione sistemica si estendono ben oltre, influenzando in modo spesso impercettibile e normalizzato, specialmente da coloro che sono cresciuti in società occidentali ricche di privilegi. Le popolazioni razzializzate, in tutti i contesti della vita quotidiana, subiscono un’oppressione che viene sistematicamente invisibilizzata, rendendo ancora più difficile il riconoscimento e il contrasto delle disuguaglianze che permeano la società.
IN COPERTINA: C. Cornaglia, “Gli Assabesi all’Esposizione di Torino (questa incisione fu stampata alla presenza degli Assabesi stessi nello stabilimento di E. Sonzogno)”, in L’Esposizione Italiana del 1884 in Torino illustrata, Milano, Sonzogno, 1884, p. 181.

