Di Arianna Bortolotti
Mentor: Monica Malfatti
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È possibile fare filosofia anche con i bambini della scuola primaria? Se sì, in che modo? In questo articolo si parlerà di un approccio educativo chiamato Philosophy for Children (P4C) che permette, attraverso la pratica del dialogo, di stimolare il pensiero autonomo e critico trasformando la classe in una comunità di ricerca.
Dove, quando e soprattutto perché?
Matthew Lipman (1923 – 2010), oltre che professore di logica alla Columbia University, scrittore e filosofo, era anche padre di due bambini. Negli anni ’70, quando i suoi due figli di dieci e undici anni frequentavano la scuola, Lipman si accorse che non ricevevano alcuna educazione al pensiero critico e riflessivo. Decise così di impegnarsi in prima persona per sviluppare un approccio educativo che stimolasse la riflessione critica, il dialogo e la capacità di pensiero autonomo. Tutto ciò attraverso la filosofia.
Lipman sosteneva infatti che la filosofia fosse uno strumento potente per stimolare la curiosità e la capacità di interrogarsi sul mondo, fin dall’infanzia. Tale pratica (filosofica), in passato appannaggio solo di pochi, poteva essere uno strumento a disposizione di tutti, anche dei bambini.
La Philosophy for Children, elaborata da Lipman, non è un metodo di insegnamento della filosofia, ma un modo per educare al pensiero critico e alla cittadinanza attiva. Il pensiero critico e il senso di comunità sono infatti due elementi essenziali per una scuola che voglia formare cittadini consapevoli e responsabili.
Come suggeriva già Socrate, una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta e, infatti, Lipman trova nella comunità di ricerca il fondamento della Philosophy for Children.
Che cosa significa classe come comunità di ricerca?
La ricerca filosofica predispone il pensiero ad investigare ciò che diamo per scontato, ad analizzare problemi e questioni significative al gruppo, a sviluppare il confronto con gli altri. La comunità di ricerca è un gruppo che lavora per un obiettivo comune. Il principale strumento utilizzato è il dialogo critico-argomentativo, che permette di costituire uno scambio finalizzato a raggiungere uno scopo.
Da dove cominciare?
L’ambiente necessario per attuare una sessione di Philosophy for Children è caratterizzato da uno spazio sufficientemente ampio da contenere tutti i partecipanti posizionati in un cerchio. Tale disposizione permette la creazione di un setting relazionale in cui tutti sono allo stesso livello, possono vedersi, intervenire e ascoltare senza che si crei una gerarchia.
Formato il cerchio (chi ha lavorato a scuola sa che è un’operazione tutt’altro che banale) l’insegnante propone un pretesto scritto in forma di racconto o di dialogo che faccia da ponte con il vissuto degli alunni. Il testo deve contenere situazioni e personaggi bambini che siano verosimili, in modo tale che sia possibile un processo di immedesimazione.
Nella scelta del testo ci viene in aiuto Lipman che, oltre ad aver elaborato numerosi testi di metodo e manuali per gli insegnanti, ha anche prodotto un curricolo specifico per le varie età composto da sette libri. Non si tratta di letteratura per l’infanzia, ma di storie che propongono situazioni “problematiche”, che mettono la comunità di ricerca in uno stato di disorientamento, di dubbio, da cui scaturisce la necessità di porre domande e iniziare ad interrogarsi su come procedere, a fare ricerca.
Le aree tematiche che emergono dalla lettura dei testi sono vicine al mondo dei bambini e riguardano, ad esempio, la timidezza e la partecipazione a scuola, l’amicizia, i litigi, ma toccano anche concetti e domande più complessi come “come fa un uomo a sapere qualcosa?”. I testi di Lipman sono ricchi di spunti valoriali e tematici, sarà la comunità di ricerca a scegliere su quale aspetto focalizzarsi. Ma le sessioni possono anche partire da problemi emersi spontaneamente in classe, su cui i bambini sentono la necessità di confrontarsi.
Come si struttura una sessione di Philosophy for Children?
Le sessioni dovrebbero svolgersi a cadenza regolare ogni settimana e hanno la durata di un’ora. Nel corso dei primi incontri, sarà normale impiegare molto tempo per formare il cerchio ed emergerà la necessità di stabilire alcune regole condivise perché tutti possano partecipare. In questa fase iniziale, è importante che l’insegnante cerchi di intervenire il meno possibile, in modo tale che il bisogno di darsi delle norme scaturisca dai bambini stessi.
Formato il cerchio, il gruppo dedica dieci minuti al pretesto, che verrà letto una sola volta. A seconda dell’età dei bambini, gli insegnanti potranno scegliere la lunghezza del testo e la modalità di fruizione dello stesso.
Successivamente, i bambini inizieranno a condividere considerazioni e domande… e, con l’aiuto della maestra, si costruirà l’agenda. Si dedicheranno dieci minuti alla raccolta e selezione delle domande su cui fare ricerca.
Organizzata l’agenda e individuata una domanda o tema centrale, la comunità di ricerca inizierà la conversazione, che durerà mezz’ora. In questa fase non è importante raggiungere una conclusione o un accordo tra i partecipanti, l’obiettivo è infatti l’attività di ricerca e dialogo. In conclusione ad ogni sessione, sono previsti dieci minuti di autovalutazione orale, durante i quali i bambini sono invitati a riflettere su come è andata la conversazione e a considerare la propria partecipazione.

Che ruolo ha l’insegnante?
L’insegnante, nel corso delle sessioni di Philosophy for Children, assume il ruolo di facilitatore che opera secondo la funzione di scaffolding, ossia di sostegno e guida all’interno del processo di indagine filosofica.
Di seguito, si riportano le principali funzioni del facilitatore:
- Scegliere il pretesto tenendo conto della sua significatività per la comunità di ricerca e del collegamento con attività o bisogni incontrati nel corso delle lezioni;
- Fornire un modello di comportamento;
- Guidare la scelta delle domande da analizzare;
- Soprattutto nelle prime sessioni, indicare a qualcuno di iniziare a parlare e supportare il processo di segnalazione della volontà di parlare tramite l’alzata di mano;
- Stimolare la discussione e il dialogo incoraggiando con domande di follow – up, di chiarificazione…;
- Stimolare l’approfondimento del lavoro garantendo l’autonomia nel processo di ricerca;
- Coordinare la discussione affinché non degeneri nel discorso cumulativo;
- Monitorare la validità della ricerca rimandando alle regole razionali condivise e stabilite dalla comunità;
- Astenersi dall’esprimere commenti e giudizi di correttezza, approvazione o disapprovazione su quanto viene detto.
I benefici della Philosophy for Children
I benefici che i bambini possono trarre dalla partecipazione ad un progetto di Philosophy for Children si possono ricondurre principalmente a due sfere: personale – cognitiva e sociale – relazionale.
Per quanto riguarda l’ambito personale, la Philosophy for Children sviluppa la capacità di elaborare ed esprimere opinioni personali; costruire argomentazioni a sostegno delle proprie idee; prendere decisioni consapevoli considerando criticamente questioni e situazioni ed esercitare il problem posing e problem solving. Inoltre, le attività della comunità di ricerca sviluppano il pensiero critico, creativo e riflessivo. Attraverso il dialogo e il confronto con gli altri membri della comunità di ricerca, gli alunni imparano gradualmente ad ascoltare attivamente; a porre domande; comunicare in modo efficace e rispettare i turni di parola e le opinioni altrui. Sviluppare rispetto reciproco ed esercitare la collaborazione portano, in ultima battuta, alla creazione di un senso di comunità, di cui in questo tempo del mondo c’è tanto bisogno.
Per restare in tema
Abbiamo parlato di filosofia qualche mese fa, in occasione della Giornata Mondiale di questa affascinante materia. In uno degli ultimi articoli sul nostro sito, invece, abbiamo recensito Lo straniero di Camus, filosofo che parla al nostro tempo più di quanto pensiamo.
