Il futuro dell’Albania verso l’Unione Europea: il 2030 sarà l’anno della svolta?

Di Alessandro Bertat
Mentorship Marzio Fait
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L'allargamento europeo si può configurare in taluni contesti come un autentico processo di stabilizzazione dei Balcani: è il caso dell'Albania, che dal 2009 tenta di entrare nell'UE. Sarà il 2030 l'anno decisivo?

Di Alessandro Bertat
Mentor: Marzio Fait

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Secondo l’Eurobarometro Standard pubblicato nella primavera 2024, l’87% degli albanesi si dichiara favorevole all’ingresso nell’Unione Europea, un dato che pone l’Albania in testa tra i candidati all’adesione. Tra le ragioni principali di questo consenso spiccano il desiderio di prosperità economica e l’aspirazione a maggiori opportunità di studio e lavoro nell’UE. Malgrado le premesse incoraggianti, il cammino verso l’adesione si presenta costellato di sfide, con la scadenza del 2030 che, seppur plausibile, appare decisamente ambiziosa.

Il processo di allargamento europeo come stabilizzatore dei Balcani: il caso dell’Albania

L’allargamento dell’Unione Europea è il processo con il quale nuovi paesi entrano a far parte dell’UE dopo aver soddisfatto i criteri per l’adesione, chiamati anche Criteri di Copenaghen che si dividono in: 

  • criterio politico (democrazia, stato di diritto, diritti umani, e tutela delle minoranze) 
  • criterio economico (un’economia di mercato funzionante e competitiva) 
  • criterio giuridico (allineamento alle leggi europee). 

Qualsiasi Stato europeo che rispetti i valori democratici dell’UE e si impegni a promuoverli può presentare domanda di adesione. Nonostante la previsione di questi parametri, è fondamentale tenere in mente che l’allargamento dell’UE rimane una decisione politica che richiede l’approvazione del Consiglio Europeo e del Parlamento Europeo: la buona riuscita del processo di adesione resta dunque soggetta alla discrezione dei singoli capi di stato degli stati membri UE che tendono a perseguire gli interessi nazionali.

La politica di allargamento riflette una narrazione di integrazione e trasformazione, costituendo una garanzia di prosperità per i paesi aspiranti e un banco di prova per l’adattabilità e la capacità di assorbimento delle istituzioni europee. Mentre i confini dell’Europa si spingono verso l’Est, il dibattito sull’inclusività e sull’identità europea si fa sempre più di grande attualità. Alla luce degli ultimi sviluppi geopolitici come la guerra in Ucraina e il futuro incerto della NATO con l’insediamento alla Casa Bianca del neopresidente Donald Trump, l’Unione Europea è chiamata ad un’attenta riflessione tra proiettarsi verso le nuove opportunità che offre il processo di integrazione europea o orientarsi sul consolidamento interno del progetto europeo minacciato dall’ondata di Euroscetticismo che sta travolgendo a catena i singoli stati membri, tra cui fondatori come Italia, Francia e Germania.

L’allargamento europeo come stabilizzatore dei Balcani: il caso dell’Albania

Dal 2000 l’Unione Europea ha intrapreso un percorso ambizioso per favorire l’integrazione dei Balcani occidentali attraverso il Processo di Stabilizzazione e Associazione (PSA), offrendo una prospettiva concreta di adesione per i paesi che aspirano a entrare nell’UE.

In questa cornice si inserisce l’Albania che si profila come candidato più promettente per diventare il prossimo membro dell’Unione Europea. Le relazioni tra Unione Europea e Albania risalgono agli anni Novanta, un periodo in cui Tirana soffriva di una grave crisi economica e di crescenti tensioni sociali provocate dal crollo del regime comunista guidato da Enver Hoxha, una figura controversa che tuttora polarizza l’opinione pubblica albanese.

Già ufficialmente riconosciuta dalla Commissione europea come stato “potenzialmente candidato” nei primi anni 2000, l’Albania ha inoltrato la domanda formale per aderire all’Unione Europea il 28 aprile 2009 e ha stipulato un accordo sull’agevolazione dei visti, garantendo ai cittadini albanesi il diritto alla libera circolazione nell’area Schengen.

Sebbene il Consiglio Europeo abbia concesso all’unanimità lo status di candidato nel 2014, l’Albania ha avviato i negoziati per l’adesione all’UE solo nell’ottobre scorso in occasione di una conferenza intergovernativa a Lussemburgo. L’apertura dei negoziati è stata resa possibile grazie alla separazione del processo d’adesione dell’Albania dal percorso della Macedonia del Nord – quest’ultimo stenta infatti a decollare a causa di rapporti recrudescenti tra il governo nazionalista di Skopje e i vicini membri UE.

Cosa manca all’Albania nel 2024 per l’adesione all’Unione Europea?

Secondo l’ultimo report redatto dalla Commissione Europea il 30 ottobre 2024, l’Albania ha compiuto nell’ultimo anno progressi significativi nel percorso di adesione all’Unione Europea, aprendo ufficialmente il primo capitolo dei negoziati. Questo traguardo testimonia un impegno concreto di Tirana nella riforma delle istituzioni democratiche, del sistema giudiziario e nella tutela dei diritti umani per conformarsi agli standard europei. 

Tuttavia, la carenza di meccanismi efficaci di supervisione dell’esecutivo e la mancanza di un dialogo costruttivo ed inclusivo dettato dalla polarizzazione politica tra governo ed opposizione e dalla scarsa partecipazione delle organizzazioni della società civile minano il corretto funzionamento del Parlamento albanese. Nel campo della pubblica amministrazione, settore nevralgico che richiedeva interventi immediati ed incisivi, la quasi ultimata attuazione della riforma del sistema giudiziario ha portato all’epurazione di oltre il 60% dei magistrati coinvolti in casi di corruzione e collusioni con la criminalità organizzata. Ciononostante, stando all’Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International, l’Albania si colloca al 98° posto su 180 Paesi, con un punteggio di 37 su 100.

Inoltre, la libertà d’espressione rappresenta in Albania una criticità strutturale. Il settore dell’informazione risente infatti di frequenti ingerenze politiche ed economiche, spesso esercitate in modo pervasivo con il coinvolgimento anche della criminalità organizzata, minando l’indipendenza dei media ed ostacolando il pieno esercizio del diritto all’informazione libera e pluralista.

La categoria dei giornalisti in Albania si trova intrappolata in una condizione di forte precariato e di debole tutela istituzionale. Le condizioni lavorative instabili, con stipendi parzialmente dichiarati e pagamenti arretrati, si ripercuotono anche sull’assistenza sociale, penalizzando particolarmente le donne poiché la sotto-dichiarazione salariale influisce sull’importo dei pagamenti per il congedo di maternità che risulta inferiore alle previsioni. Sia nelle aree rurali sia nei centri cittadini come la capitale Tirana, i giornalisti sono anche più propensi all’autocensura poiché vulnerabili alle pressioni esercitate da imprenditori e autorità politiche che esigono la rimozione o la modifica dell’articolo. A tal proposito, solo nel 2024 in Albania sono stati registrati 45 casi di violazione dei diritti dei giornalisti tra cui violenza fisica, diffamazione, molestie, minacce legali, ed intimidazione.

Come se non bastasse, le giornaliste sono spesso soggette a molestie sessuali, campagne diffamatorie, linguaggio violento e sessista, incitamento all’odio e fake news. Nonostante la gravità di queste situazioni, molte addette all’informazione tendono a non denunciare, scoraggiate dalla sfiducia nelle istituzioni e dal timore che tali episodi possano diventare oggetto di attenzione mediatica indesiderata, rischiando di compromettere la loro carriera professionale.

La violenza di genere in Albania

La violenza di genere in Albania è una questione sfaccettata e di difficile risoluzione, caratterizzata da una chiara contraddizione tra gli sforzi istituzionali per promuovere l’uguaglianza di genere attraverso la firma di accordi internazionali come la Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, e la persistenza del tradizionale retaggio culturale patriarcale basato su rigide identità e ruoli di genere e sull’aderenza ad un sistema di onore e vergogna.

Secondo i dati della Polizia di Stato riportati da Euronews Albania, solo nei primi sei mesi del 2024 sono stati registrati 1.019 casi di abusi e violenze contro ragazze e donne. Si prevede che questa cifra supererà i 1.378 e 1.371 casi registrati rispettivamente nel 2022 e nel 2023 entro la fine dell’anno.

Secondo i dati raccolti dal report realizzato da UN Women Albania in collaborazione con UNDP nel 2018, una donna su due (52,9%) ha dichiarato di aver subito almeno una forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, economica, molestia, stalking) almeno una volta nella vita, una su 3 negli ultimi 12 mesi. Sebbene 3 donne intervistate su 4 consideri la violenza di genere come uno dei problemi sociali più urgenti e gravi, una donna su due ritiene che la violenza coniugale debba essere considerata una questione privata. Quando le donne non cercano aiuto, spesso è perché ritengono che la loro situazione non sia abbastanza seria (47,8%) o perché temono di portare vergogna alle loro famiglie (12%).

Infografica del National Population Survey 2018 – Violence Against Women and Girls in Albania

Le norme sociali influenzano profondamente le dinamiche della violenza di genere, spesso promuovendo una cultura di condiscendenza passiva. La metà delle persone intervistate in Albania considera la violenza tra coppie sposate come una questione privata, scoraggiando l’intervento esterno, o ritiene che una donna debba sopportare un certo livello di violenza per preservare la propria famiglia. Quasi uno su tre incolpa parzialmente le donne per gli abusi subiti o pensa che una donna debba vergognarsi o sentirsi in imbarazzo a confidarsi al di fuori della propria famiglia.

Queste convinzioni si traducono in comportamenti allarmanti: l’11,4% degli uomini ammette di ricorrere alla violenza fisica contro le proprie mogli se rifiutano il sesso e il 13,5% confessa di aver picchiato le proprie consorti in altre situazioni. Tali atteggiamenti perpetuano cicli di abusi, rendendo più difficile per le donne cercare aiuto e per le comunità ritenere socialmente responsabili i perpetuatori.

Le norme sociali possono sia disincentivare che legittimare tali comportamenti: se una società considera inaccettabile picchiare la moglie, gli uomini potrebbero evitare la violenza per paura della stigmatizzazione, mentre se la coercizione sessuale è vista come accettabile, potrebbero sentirsi legittimati a abusare. In questo modo, le convenzioni sociali plasmano la tolleranza e la gestione della violenza all’interno delle comunità.

Un’Unione Europea di 28 stati a partire dal 2030?

Malgrado le palesi criticità l’Albania si sta imponendo come paese candidato più credibile alla prossima adesione, avendo intrapreso un percorso autonomo dalla Macedonia del Nord che, invece, fatica a progredire. Perché Tirana è così determinata nel perseguire l’agenda europea? Non c’è dubbio che la garanzia di pace e stabilità e l’accesso al più grande mercato unico al mondo facciano gola a qualsiasi Paese aspirante all’adesione anche a costo di rinunciare parzialmente alla propria sovranità e della prevalenza delle leggi europee sull’ordinamento giuridico nazionale. Infatti, l’adesione all’Unione Europea comporta inevitabilmente la cessione di prerogative che in passato rientravano esclusivamente nelle competenze interne degli Stati, come ad esempio la politica commerciale.

Inoltre, con l’ingresso di nuovi membri, il processo decisionale nell’UE diventa sempre più complesso e soggetto a compromessi particolarmente artificiosi che spesso ridimensionano le ambizioni iniziali, dato che il Consiglio dell’Unione Europea prende decisioni all’unanimità su questioni fondamentali come la politica estera. In altre parole, ogni Stato membro gode del diritto di veto al quale possono ricorrere per ostacolare l’adozione di delibere anche quando queste sono supportate dalla maggioranza. Ciononostante, l’avanzamento dei negoziati incontra la solida approvazione degli albanesi che aspirano ad opportunità di studio e lavoro più vantaggiose e che godrebbero di maggiori garanzie sulla tutela dei diritti umani.

In conclusione, il cammino verso l’integrazione europea appare indirizzato ma la storia dei precedenti allargamenti insegna che non sono da escludere intoppi burocratici o nuove controversie internazionali. Nonostante le recenti proteste e le accuse di abuso di potere, per il Primo Ministro albanese Edi Rama si presenta l’occasione di consolidare la propria leadership perseguendo l’agenda europea che incontra l’ampio consenso popolare, in vista anche delle prossime elezioni parlamentari previste per quest’anno.

Per saperne di più

Noi di Stampa Giovanile abbiamo indagato l’Europa e le sue sfide in altri tre articoli recenti: un primo approfondimento in merito alla proposta di modifica dei trattati discussa lo scorso anno in Parlamento Europeo, un focus sul rapporto Draghi presentato alla Commissione Europea nell’autunno 2024, dopo un anno intero di lavoro, ed infine una riflessione sulle prospettive future di una nuova Europa, con i giovani come protagonisti.

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Alessandro Bertat

Federalista europeo, poliglotta, appassionato di Turchia e di cooperazione allo sviluppo. Laureato magistrale in relazioni internazionali e operatore volontario di servizio civile universale a Tirana (Albania) presso una ONG attiva nella promozione dei diritti dei giovani e delle donne. Ho studiato e lavorato in 6 paesi diversi coltivando il sogno nel cassetto di intraprendere una carriera internazionale presso l’Unione Europea e le Nazioni Unite.

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