Di Chiara Toscano
Mentor: Paulo Lima
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Il 6 dicembre scorso, a Trento, presso la Sala di Rappresentanza della Regione, si è svolta la conferenza “Non è un Paese per Donne”, promossa dalla Commissione provinciale Pari Opportunità i cui temi sono riassunti nel sottotitolo scelto: “Viaggio nel mercato del lavoro femminile da una prospettiva di genere tra opportunità e incertezze”. I dati mostrati parlano chiaro: siamo ancora lontani dalla parità di genere. Rispetto ai tanti anni di lotte femminili i progressi sembrano minimi, il processo lento, e il rischio di regredire è una spada di Damocle che pende sulle nostre teste.
Ostacoli, limiti e freni alle carriere femminile
L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e le carriere femminili sono ostacolati sia da fattori culturali che strutturali: congedi parentali sbilanciati, sistemi aziendali che favoriscono gli uomini, e stereotipi sui ruoli di cura. Questo marginalizza le donne danneggiando l’intera società, poiché la presenza femminile attiva ha un impatto significativo sulla crescita del Paese. Stefania Terlizzi, dirigente generale dell’Agenzia del Lavoro di Trento, sostiene che l’indipendenza economica “allontana la donna da rischi di violenza psicofisica e da posizione di vulnerabilità”.
Marilena Guerra, presidente della Commissione provinciale Pari Opportunità tra uomo e donna, ha affermato a proposito che per avere un paese in cui tutti abbiano pari diritti, pari dignità e pari opportunità è necessario capire quali sono le difficoltà, i limiti e i cambiamenti nel mondo del lavoro e delle politiche di gestione dello stesso.
Il soffitto di cristallo: prestigio e salari cospicui intoccabili
Il cosiddetto “soffitto di cristallo” impedisce alle donne di raggiungere posizioni dirigenziali. In un sistema aziendale in cui vengono favoriti gli uomini solo per il fatto che non saranno ‘ostacolati’ da una gravidanza o da altre eventuali necessità familiari, le donne si vedono negata nella maggior parte dei casi la possibilità di un avanzamento di carriera.
Tra uomo e donna esiste inoltre un differenziale retributivo, cioè un divario sugli stipendi, presente già nelle fasce più giovani. Si guardi ad esempio a un recente dato riportato da un articolo de L’Adige: le donne in Trentino guadagnano il 29,7% in meno degli uomini, percentuale superiore rispetto a Lombardia (-26,6%), Emilia Romagna (-27,5%) e Veneto (-28,6%). Il divario salariale aumenta con l’età: mentre gli stipendi maschili crescono significativamente (da 108,2€ a 137,5€ tra i 35-64 anni), quelli femminili restano quasi invariati.
Precarietà e segregazione di genere
Pregiudizi e scetticismo ostacolano l’avanzamento professionale femminile. Dunque, le donne sono anche più esposte al lavoro precario, con tutto ciò che ne consegue, dalla difficoltà di pianificare la propria vita personale all’impossibilità di realizzarsi pienamente, dalle insicurezze che ciò genera alle future ricadute sulle loro pensioni, dimezzate rispetto a quelle degli uomini. Purtroppo, le donne stesse ignorano a volte questa conseguenza direttamente collegata alla scelta, spesso inevitabile, del lavoro part-time. Tutto ciò vuol dire che le donne sono necessariamente più povere degli uomini.
Un termine molto usato nell’economia del lavoro è segregazione, variamente abbinato ad altre parole che ne specificano l’uso, segregazione di genere, segregazione d’ingresso, segregazione orizzontale, segregazione verticale. Tutti indicano che in un modo o nell’altro il lavoro femminile è soggetto a disuguaglianze, discriminazioni, fratture.
Nonostante i progressi economici e le politiche internazionali del dopoguerra abbiano favorito l’emancipazione delle donne italiane, le statistiche mostrano una marcata segregazione orizzontale nel mercato del lavoro. Le donne sono prevalentemente impiegate in settori meno qualificati e con salari più bassi. Spesso le donne hanno un impiego che pare irrimediabilmente legato al dovere di prendersi cura della famiglia. Questo vorrebbe dire due cose: 1) Sono più le donne insegnanti, infermiere, assistenti sociali, segretarie, parrucchiere, commesse…; 2) le donne svolgono lavori “più compatibili” con la gestione delle responsabilità familiari: vicini al luogo di residenza, con orari flessibili e possibilità di assentarsi, con incarichi di routine che non richiedono trasferimenti e straordinari.
In termini di segregazione verticale, donne e uomini occupati nello stesso ambito e con competenze simili si trovano, ciononostante, su livelli gerarchici diversi (i.e. i compiti di maggiore responsabilità sono preferibilmente affidati ai maschi).
Part-time solo per le donne? Attenzione, è un rischio!
Le donne risultano maggiormente impiegate in lavori part-time. Bello, diremmo, più tempo libero. Ma non è esattamente così, poiché questo circolo vizioso fa sì che siano loro a doversi addossare l’onere di assolvere a lavori domestici e di cura non remunerati.
Mentre un uomo si forma per salire di livello, la sua partner lavorando part-time ha: uno stipendio più basso, minore accumulo di esperienza e, un livello di formazione più basso che nemmeno in un secondo momento (ad es. quando i figli saranno più grandi) le permetterà di rientrare a tempo pieno su una mansione più qualificata e, quindi, più pagata. Mentre in Europa l’Italia non si conferma certamente ai primi posti per il divario uomo-donna nel mondo del lavoro, in Trentino va meglio che in altre regioni italiane. I dati Istat 2023 indicano che in Trentino il tasso di occupazione femminile è del 67,7% contro il 78,2% degli uomini.
Per quanto riguarda il lavoro part-time, invece, lo scarto sale a 33 punti percentuali: al 38% delle donne corrisponde un 5,7% degli uomini. Su questo dato in Italia incide molto la famiglia che per ragioni storiche e religiose rappresenta, più che in altri paesi occidentali, il fondamento delle comunità, su cui fa leva specialmente l’attuale politica.
Rientrare al lavoro dopo la maternità
Dopo la maternità alcune donne rientrano a lavoro con la formula part-time. A fare questa scelta sono il 57,3% delle donne intervistate dall’Agenzia del Lavoro. Peccato che nella maggior parte dei casi siano unicamente le donne a dover conciliare lavoro e famiglia.
L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha evidenziato che le donne svolgono 5 ore e 5 minuti di lavoro di cura non retribuito al giorno, mentre gli uomini poco più di un’ora. Come spiega Gabriella Berloffa, dirigente del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento, per fermare questo circolo vizioso bisognerebbe cambiare prospettiva e parlare di collaborazione tra uomo e donna piuttosto che di conciliazione.
Inoltre, non sempre le organizzazioni aziendali sono in grado di garantire orari di lavoro flessibili o part-time per rispondere alle esigenze delle lavoratrici. Il 58,4% dei datori di lavoro nega il part-time, mentre il 25% lo concede solo con condizioni sfavorevoli. Per le richieste di maggiore flessibilità oraria, il 71% riceve un rifiuto e il 14% ottiene condizioni peggiorative. Molte donne evitano di chiedere per paura del rifiuto o per motivi economici.
Tra il 2016 e il 2022 in Trentino le dimissioni per maternità sono quasi raddoppiate (da 304 a 580). Solo il 3% lascia il lavoro per scelta personale; il 55% per difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, e il 34,5% per orari inflessibili. Altri fattori includono i costi elevati dei servizi di assistenza, la mancanza di supporto familiare o servizi.
Un altro lato della medaglia è poi questo: le donne che tornano al lavoro dopo un’assenza faticano a reintegrarsi a causa di cambiamenti aziendali e mancanza di aggiornamenti formativi. Un problema questo che richiede interventi strutturali. Per qualche madre l’uscita dal mercato del lavoro è definitiva. Qualcuna di dimette sperando di trovare nuove opportunità di lavoro (21,5%), altre per criticità interne al posto di lavoro, come i rapporti problematici con i colleghi o con il titolare, questioni retributive, ecc. Infine, ci sono aziende (4,8%) che incentiverebbero le dimissioni.
Le difficoltà aumentano per le donne straniere, spesso con reti sociali limitate e un basso livello di istruzione. Circa metà delle donne disoccupate seguite dal Programma Gol tra luglio 2022 e ottobre 2024 sono straniere, mentre le partecipanti donne hanno un’età media più alta rispetto agli uomini.
Variabili che contano. Il gruppo donne è disomogeneo
La prof.ssa Berloffa ha provato a rispondere ad alcune domande. È emerso che, come accennato, il divario occupazionale tra regioni europee esiste e non è un mistero (fig.1); mentre un grafico evidenzia quanto possa essere marcato il gap tra uomini occupati in regioni europee settentrionali e donne (dis)occupate nel meridione europeo.
Lo stesso vale all’interno dei confini italiani. Il gruppo donne qui non può essere trattato in modo omogeneo, poiché in Italia le differenze nord-sud sono lampanti. Politiche locali, spinte economiche che puntano su un settore piuttosto che su un altro, e fattori ambientali cambiano il volto del lavoro e il posizionamento delle donne in esso.
Ampio è il gap se si considera la variabile dell’istruzione: i tassi occupazionali femminili vanno dal 36,5% per le meno istruite al 78,8% per le laureate. All’aumentare del livello di istruzione diminuisce la percentuale di donne che lavorano part-time, mentre diminuisce la forbice del gap tra uomo e donna.
Il problema per le donne sono davvero i figli? Apparentemente sì, ma scavando più attentamente nel problema, no. Ci sono condizioni economiche che determinano circoli viziosi. Tuttavia, norme politiche e istituzioni possono risolverli. Si potrebbe ad esempio investire in istruzione mirata, incentivare il passaggio dal part-time al full-time, ecc. Le donne, spiega la prof.ssa Berloffa: “devono diventare consapevoli delle conseguenze di lungo periodo delle loro scelte”. Tra i circoli viziosi ci sono proprio le differenze salariali, poiché portano le coppie a scegliere chi dei due uscirà dal mercato del lavoro (o proseguirà con il part-time). A proseguire per una di queste due vie è in genere chi percepirà il salario più basso, quindi, la donna.
La seconda ragione ad innescare il circolo vizioso è la tipologia di occupazione. Come si diceva prima, nella coppia conviene che si dedichi alla produzione di servizi domestici chi ha un’occupazione con certe caratteristiche, quali flessibilità, possibilità di assentarsi a lavoro, ecc. Possiamo ben capire che più ci si assenta dal lavoro maggiormente dequalificata sarà la mansione assegnata, e così via dicendo come un cane che si morde la coda. Conseguenza diretta è che: all’aumentare dell’età è improbabile che una donna ottenga una promozione o un aumento di stipendio.
Misure governative: si migliora ma non è tutto
Luisa Gnecchi, componente del Consiglio di amministrazione INPS nazionale, fa notare che l’estensione della durata del congedo parentale a dieci giorni ha indotto un numero maggiore di padri a ricorrere a questo strumento. Cosa che prima probabilmente non avrebbero fatto per la troppa fatica burocratica della richiesta in proporzione alle poche giornate spettanti. Ciò non toglie che c’è ancora da fare dal punto di vista dei congedi parentali.
Mentre nei cinque anni successivi alla nascita del primo figlio l’uomo generalmente vede aumentare il suo salario, il contrario vale per la donna. Per permettere alle donne di restare sul posto di lavoro, ricorda L. Gnecchi, in Italia c’è bisogno di un budget decisamente superiore per i bonus asili nido: “Dovevamo arrivare al 33% di copertura per il bonus asili già nel 2010, ma siamo attualmente ancora al 15%.”
Nel frattempo la legge di bilancio 2025 annuncia comunque un aumento del bonus per le famiglie con ISEE non superiore a 40.000 euro. La legge mette in campo anche gli incentivi alla natalità con bonus da 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato da gennaio 2025. Rafforzato pure il congedo parentale indennizzato all’80% a tre mesi. Gnecchi ricorda le battaglie di Maria Cecilia Guerra, economista e politica italiana. In un’intervista di qualche anno fa Guerra diceva che “per bloccare gli stereotipi di genere è necessario rafforzare il congedo obbligatorio per i padri”.
Istruzione scolastica e linguaggio fanno la differenza
M. C. Guerra sottolinea che se c’è un obiettivo quello è certamente “educare alla responsabilità familiare dei padri e renderla possibile, riducendo ad esempio lo stigma che colpisce un papà quando chiede un permesso per badare al figlio.” L’educazione, il linguaggio e l’atteggiamento che si adottano quando si parla di questioni di genere e genitorialità risultano fondamentali.
Anche Stefania Terlizzi ha fatto notare quanto sia importante un’educazione scolastica che punti ad insegnare ad alunni e alunne l’uso corretto del linguaggio, nonché ad impartire una cultura della parità di genere e del rispetto dei diritti di ogni persona. Educare alla parità di genere significa partire dall’uso delle parole. A tal proposito, infatti, la critica era presto arrivata a inizio conferenza per la premier italiana che si è fatta subito notare a inizio del suo mandato per un uso del linguaggio che non aiuta l’educazione di genere.
Per una diversa prospettiva culturale
Migliorare la condizione economica delle donne e di un intero paese significa sviluppare insieme, sia uomini che donne, una diversa prospettiva culturale, che abbia ricadute concrete sull’immaginario e sul modo di agire quotidiano di ambo i sessi. Significa sorvegliare sui diritti delle donne. “Serve l’educazione scolastica e un forte segnale politico, non bastano solo enti e associazioni” così come “c’è bisogno delle organizzazioni sindacali” dice Marilena Guerra della Cpo.
Significa rivedere i sistemi aziendali, cioè, le scelte strutturali alla base della gestione del lavoro, tanto nel pubblico quanto nel privato. Senza ignorare, poi, le lavoratrici autonome; un discorso che andrebbe affrontato a lato, e che in conferenza è stato giustamente sollevato dal pubblico, e si spera venga preso in considerazione come spunto per un prossimo incontro, per parlare ancora di donne e lavoro.
Per saperne di più
Si consiglia la lettura di Perché dovreste chiedere un aumento di stipendio: nel 2023 l’inflazione si è mangiata tutto, i dati in Trentino – Economia e di L’INPS ottiene la Certificazione di Parità di genere. Sul nostro sito a tema parità di genere trovate invece Donna e lavoro: quanto fatto e quali gli obiettivi, Essere donna in Palestina e La guerra della Francia alle atlete musulmane.
E l’ascolto del podcast “Il tempo delle donne reloaded” – puntata 2 “Il costo di essere (o non essere) madri”:
