Sono più di 30 le guerre in atto nel mondo, ma molte di queste non fanno notizia, come non esistessero. Eritrea, Mali, Somalia, Yemen, Costa d’Avorio, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Bangladesh, Niger, Jammu e Kashmir, Uganda, Sahara Occidentale, Repubblica Democratica del Congo… sono solo alcune. Quand’è l’ultima volta che abbiamo sentito parlare di queste aree, di queste popolazioni?
Molti dei conflitti in corso coinvolgono l’Africa, il continente dimenticato per eccellenza e per opportunismo. La guerra che infuria in Congo è alimentata dalla corsa al coltan e al cobalto; quella in Sudan ha sullo sfondo il controllo sui giacimenti d’oro. L’elenco potrebbe continuare.
La nostra indifferenza legittima le accuse dal Grande Sud globale, che attribuisce all’Occidente una sensibilità molto selettiva. Continuiamo ad essere distratti rispetto a un continente da 1,4 miliardi di abitanti, l’unica parte del mondo dove la popolazione giovane è la netta maggioranza.
Il caso della guerra nel Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, è emblematico dello stretto intreccio tra interessi dell’Occidente, instabilità politica e gruppi armati locali. La regione è da quasi trent’anni attraversata da cicli continui di guerre e conflitti armati, alimentati dalle ostilità tra gruppi armati rivali e dagli interessi delle aziende straniere rispetto allo sfruttamento delle risorse naturali locali. Tra gli oltre 100 gruppi armati, il gruppo M23 è da 10 anni quello dominante, anche grazie all’appoggio del governo ruandese, che lo utilizza per condurre una guerra per procura contro le forze armate congolesi. Ma le risorse del Nord Kivu – petrolio e minerali per la produzione di computer e cellulari – interessano anche ai Paesi occidentali e alla Cina, che attraverso le loro aziende svolgono un ruolo di primo piano nell’alimentare i conflitti locali.
Qualche numero chiarisce l’entità di questo conflitto: dal 1998 si stima che abbia causato 5 milioni di morti; gli ultimi dati disponibili dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni documentano oltre 7,3 milioni di sfollati.
In cima alla lista delle vittime di questa guerra ci sono le donne e le bambine. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari denuncia che la violenza sessuale e di genere è un’emergenza in continua crescita, complice una delle peggiori crisi alimentari al mondo, con la diffusione di epidemie come quella da Mpox, anche noto come vaiolo delle scimmie.
Per provare a capire più da vicino quello che sta succedendo in Congo, e quali risposte stanno mettendo in campo le associazioni locali impegnate per la difesa dei diritti umani, nella terza puntata il podcast Ti vedo ha incontrato il dottor Joseph Kakisingi, medico ginecologo. Kakisingi è direttore dell’ospedale Saint Vincent di Kadutu, Bukavu, capoluogo della provincia di Kivu Sud, nell’est del Paese, proprio sul confine con il Ruanda, ed è presidente della ONG SAD, acronimo di Santé Et Développement, salute e sviluppo. È anche presidente del CONAFOHD, il Consiglio nazionale dei forum delle ONG umanitarie e di sviluppo della Repubblica Democratica del Congo, che riunisce oltre 400 organizzazioni.

Il podcast Ti vedo è realizzato dal Centro per la Pace di Bolzano in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, l’Associazione Viraçao&Jangada e ilTquotidiano, oltre al supporto della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol. La seconda puntata è da oggi disponibile sul canale Spotify del Centro per la Pace di Bolzano e sui canali de ilTquotidiano, media partner del progetto.
